0

TRA CIELO E MARE CON PARDINI

TRA CIELO E MARE CON PARDINI

“Verso l’isola… Nell’isola?” Nazario Pardini in Cronaca di un soggiorno (The Writer). Nel pronunciare queste parole ci proiettiamo al di fuori di noi. È un volo immaginato o vissuto verso un indefinito sospeso tra mare e cielo che può contenere ricordi come l’impossibile, il reale, il contenuto di una intera vita oppure l’inaspettata consapevolezza della morte. “Su quest’isola/ le campagne rigurgitano fiori/ si estendono infinite assieme al cielo;/ i voli non sanno della morte;…”. L’isola per chi crede nella sua esistenza, dà un’idea di protezione come se ci cingesse con l’abbraccio ideale di un mare. Ma bisogna raggiungerla. È una conquista che il poeta acquisisce con la forza della parola. Parola formata di spazi naturali dove sostare; spazi spesso impervi. Il prezzo può essere alto: “ho amato l’amore,/ ho consolato lividi e sconfitte/ ho incenerito sogni,…/ ho logorato barche/ che ormai spente e inclinate,/ sono adagiate ad ammirare stracci/ di nubi incoronate dai tramonti./ Solo un’isola mi volle sui suoi scogli.” Se dotato di creativa fantasia, ognuno di noi potrà avere la sua isola e contemplarla. L’isola è la nostra vita colma di “volti, rimpianti; fremiti di mare, incontri…”. La vita che viviamo è un soggiorno e in esso prendono corpo i ricordi: “quella scala/ che mio padre saliva per gioire/ del profumo di casa…”. Il figlio che attende sui gradini l’evolversi delle fatiche quotidiane del vivere anche se il vivere è caduco. Il nostro soggiorno è breve rispetto al dopo. Così le sue incognite. Il testo è cosparso di metafore: “scogli scivolosi cui aggrapparsi, di rimpetto ad onde devastanti”. Il punto fermo: un’isola fragile sperduta “lembo di terra fragile e sperduto/mi fu prigione…/ sosto ancora e di fronte il mistero”. Quale? Un’altra vita nella morte. Compagni, sempre i ricordi. La gioventù rimpianta. Il poeta la vede verde ma di un verde che subito si annera all’affacciarsi del silenzio dell’autunno. In questa caducità in cui tutto è soggettivo, la verità è eterna e universale. Quando ne avremo cognizione? C’è una realtà in tutto ciò che ci ha preceduto: è reale ciò che continua oltre di noi – vita ultraterrena – Tra il prima e il dopo il niente. L’eternità cui agognano è nera come il nero che dà fine al verde della giovinezza. Nera perché non ci è dato di conoscerla; infinita, universale. Il poeta dopo queste dissertazioni filosofiche si sofferma sulla bellezza delle Apuane: “Hanno il cuore/ nei volti di madonne, nelle chiare/ corone di pietà prone su panche/ di chiese secolari… Alte, superbe, chiomate di aureole,/ sono là stagliate/ all’ora dei tramonti…”. Alla bellezza delle montagne contrappone – Terremoto – con descrizioni forti e reminiscenze classiche rivelatrici delle specifiche conoscenze dell’autore e il consapevole richiamo al mito. Ma questo terremoto è lo sconquasso che la vita genera in noi? C’è una speranza e dopo l’annientamento la calma è un nuovo voler rivivere: “se il chicco del seme nella terra muore, dopo darà molto frutto”. Nella vita momenti in cui sostare come guardare il mare blu stasera; “mirare quella vela, il suo scivolare leggero…/ voglio mirare la sagoma di un’isola brumosa/ che vibra la sua immagine irrequieta…”. Ritorna il concetto di isola, lontana ma dove il poeta ha vissuto forse solo attimi che l’hanno fissato nella memoria. Ora non può più raggiungerla ma solo ricordarla come l’immagine di una fotografia. Ma dove vive il poeta? Vive in “solitudini/ immemori di isole, solitudini/ di morte compagna lasciata alla pietà di chi vive la fine inconsciamente/ giorno per giorno”. Il mondo ha in sé realtà crudeli (Foibe – pag. 38) e scende il buio; il cielo aggredisce la terra con fulmini e diluvi. Qui vive il poeta; la sua anima inquinata fuori dal corpo “in cerca di profumi/ che il vento appiccicava alle carezze/ d’orizzonti puliti…/ dove lo sguardo si perdeva largo…”. Si schiara il poeta nel ricordo costante della primavera, della Pasqua vista come giorno di memorie, “come attimo breve di profumi e di sapori arcaici e gioiosi”. Si manifesta l’amore per la sua Pisa, la strada di Metato: “spazi d’azzurre levità su letti/ di fiumi deviati in altri corsi/ …ali di pensieri appese al blu/ … Ecco il mio saluto,/ o irti, schivi e astati girasoli…”. Nel sorgere del sole e nel pulsare della vita riaffiora il padre vivo “ad onta della morte sulle pietre, i muretti, i cigli/ le viuzze, i pensieri/ da questa nuova aurora lievitati”. Dentro l’anima solo abbandoni, ricordi col profumo di rosa e il fiore di campi fuori “dai giardini dei fiori” e dopo un lungo viaggio il poeta vive nella sua isola. “E a sera sento il richiamo della mia certezza,/ fuggo col cuore zeppo di quell’aria/ coll’anima immortale dei suoi venti,/ coll’alito lucente del suo sole”. Il bisogno avvertito dal poeta è “il ritornare spesso sui soliti luoghi” dove “il brivido d’amore/ della vista del mare, della notte/ o del giorno che nasce dalle tenebre, a che vale?…”. Affiora un pessimismo profondo perché il protendere verso l’azzurro è solo apparenza “nella nera voragine del nulla,/ che azzererà la mente e la memoria”. L’ebbrezza della vita è solo nel viaggio e la sua fine “seguirebbe la morte di un poema”. E allora, volgere lo sguardo “all’orizzonte della spiaggia nuova/ di questo mare ignoto”. Desiderio di risorgere dalla nera morte dello spirito con la parola. La seconda parte della raccolta è dedicata ai familiari. La tenerezza del figlio Samuele dai boccoli d’oro; le enormi spiagge riminesi e quella foga di libertà che è compagna di vita. La piccola Debora, i primi passi, l’avventura nel box. Ricordi, nostalgie. La vita vista dagli occhi di una bimba e dagli adulti provati da essa ma ricolmi di un amore senza tempo. In questa atmosfera pervasa dai ricordi, la natura dei luoghi con “l’elicriso che imbionda sulle dune/ tra l’arsa tamerice ed il salmastro/ brontolio della bàttima”. Giovinezza e vita di spiaggia. Il poeta nel ricordare, sente nuovamente dentro di sé i fremiti di giovinezza. Il tempo scorre veloce; “gli anni hanno le ali”. Per vivere ci vuole amore anche se “volerci bene è cosa rara”. Poi la struggente “sera di casa mia” per respirare l’aria buona di casa e i passi del padre che gli parlava “di un ciliegio reciso, e della nonna/ a stendere la pasta al matterello/ o a usare la ventaglia sul fornello/ che spolverava cenere” e il camino meraviglioso che schioccava. Ancora: la vecchia zia Rosina e il vestito conservato intatto nell’armadio e i canti “delle tortore mi aiutano/ che lugubri rintoccano nell’aria,/ a vivere la morte,/ con voi miei cari…”. Il poeta indulge nel ricordare la madre che “ai piedi non aveva tacchi a spillo/ ma stivaloni tanto pesi che le stremavano i fianchi”. La terra impolpata di pioggia e “sotto l’acqua, appena riparata, violentava i suoi sogni”. Madre “con il falcino in mano e il volto stanco”. E quel dialogare col padre, immagine fissa nella memoria del figlio. Figura semplice e grande come la terra da lui coltivata che regala al figlio “odori d’erbe offerte/ alle frullane lucide di sole”. Il figlio prega; non sa a chi, perché gli mantenga in seno la voce paterna. Quel padre che aveva in sé la maledetta voglia di seminare sogni anche nei giorni più neri della notte”. Bello anche il ricordo del fratello che prendeva per mano, lui ventenne, il poeta di appena nove anni. Non c’è più accenno all’isola ma il nostro è immerso nell’aria di novembre greve di penombre che degradano; un novembre presago della fine dove ancora risuona “la voce magra” della madre ma dove il poeta colloquia col padre in sogno. “Baluginò il suo volto – che lucore!”. Ancora: il padre gli prende la mano, lo chiama e lui corre trepidante e il ricordo di cose semplici della vita lontana di campagna: i pomodori “zuppati in picchiata nel sale”. Il testo termina con – Nel buio il giardino d’oro – dove “Restare non è dato. È il mistero/ che volle il triste strappo”. Tuttavia in questa desolazione che anticipa la morte, “nasceranno/ nuovi virgulti a fremere ai libecci;/ a popolare fronde; a rimandare riflessi verdeggianti di speranza”.

Anna Vincitorio

Alla volta di Leucade

45

Scrivi un commento