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L’INCONSCIO E GIANFRANCO JACOBELLIS

L’INCONSCIO E GIANFRANCO JACOBELLIS

Gianfranco Jacobellis, Il cielo della mente (Biblioteca dei Leoni). La poesia esprime spesso in sé ciò che vorrebbe essere e il significato della sua presenza. Come manifesto ideale si potrebbe indicare la prima lirica che dà il titolo alla silloge: elementi quali l’invisibile, il surreale e l’inconscio, fanno parte di una categoria che sostanzialmente solo la poesia e la scrittura in senso lato sono in grado di esprimere, elevando la parola da tramite fra oggetto e simbolo a precipua referenza. Se ne rileva pertanto uno stile che prosegue sulla via intrapresa e fa della ‘concettosità’ e dell’osservazione uno dei punti cardine. Talvolta però può apparire il contrasto con la logica, attraverso una scelta che sopravviene dopo aver sperimentato la scrittura nei suoi portati astratti: una scelta o una imposizione creata dall’intelletto, specialmente se si tiene conto che i testi della raccolta producono un potenziale che, implicito nel singolo verso, si espande verso l’esterno e individua quei fenomeni, per esempio la luce, più vicina alla dimensione metafisica. Pure il linguaggio di conseguenza punta a una ‘specializzazione’ secondo valori assoluti, se non che affiora il dubbio che proprio la luce sia un dato immutabile, mentre ogni altra cosa si deteriora nel tempo. Come residuo rimane l’io, frammento forse, o limite infinitesimo e irriducibile attraverso il quale è possibile ogni altra soluzione. L’identità quindi si riversa sulla parola, ne istituisce la mediazione tra l’io e il mondo, divenendo esso pure fenomeno irrisolvibile.

Luciano Nanni

Literary.it

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