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L’EQUILIBRIO NELLA POESIA DI ANNAMARIA FERRAMOSCA

L’EQUILIBRIO NELLA POESIA DI ANNAMARIA FERRAMOSCA

Annamaria Ferramosca è autrice di consolidata storia editoriale soprattutto per quanto concerne la ricerca in poesia che si distingue per una coerenza espressiva e di stile. Termini questi, mi rendo conto, forieri di ambiguità in quanto alle spalle potrebbe essere in agguato la sclerosi della ricerca, la ripetizione elegante di qualcosa che si sa come fare, in altri termini una intimidita capacità di rischiare l’esperienza della scrittura. Per questo motivo ho letto con molta partecipazione il suo nuovo libro Andar per salti pubblicato con Arcipelago Itaca, iniziativa editoriale coraggiosamente intrapresa da Danilo Mandolini. In questa ultima raccolta di poesie Annamaria Ferramosca pare animata da un’intenzione di erranza, di esplorazione del mondo in cui vive senza la protezione data da un precetto di scrittura a priori. Quello che ne deriva sono testi in cui vengono trattenute e quindi per compito proprio della poesia, liberate, le componenti di visione, intenzione e lingua. Mi sembra questa un’operazione di riguardo poiché supera vincoli di canone senza peraltro sottrarre la scrittura ad una storia con cui confrontarsi. In alcuni dei precedenti lavori dell’autrice mi pareva di percepire una sorta di rigidità nell’azione del testo. Un contrasto tra intenzione e lingua che in questo ultimo libro mi pare invece superato. Permane quel necessario rigore che ogni poeta deve alla storia dentro cui inscrive il proprio operato ma con una fecondità che viene dal rischio, dall’aver accettato di “andar per salti” nella lettura del mondo dentro e intorno a noi, includendo quindi errore, dismisura, ma anche contatto ravvicinato con categorie, temi, movimenti di linguaggio, espressioni di esistenza che un ordinato procedere avrebbe potuto oscurare. Il libro è attraversato da un disagio che non è tanto la difficoltà di collocarsi e riconoscersi dove si è, ma dal timore di perdere la capacità di restare in interrogazione del presente, di perderne il coinvolgimento: mano che scrive ostinata a fermare il tremore (ivi, pg.32), infatti in molti dei testi torna il tema della poesia, dello scrivere, del testimoniare e dell’agire: è vero è un pulviscolo di parole/che invade l’universo lo informa lo plasma/se ti metti in ascolto puoi avvertire/ le onde d’urto nel bosco/il colpo secco della corteccia/il tuffo della rana di Basho/un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose/ e quella nostra stramba contentezza/nell’ascoltare (ivi, pg.45). Mi sembra che questi versi siano il nucleo cometario della poetica di Andar per salti, consapevolezza di ciò che ci precede, interazione tra ragione, conoscenza, senso non esornativo della natura, equivalenza ontologica tra uomo e cosmo e la scrittura che emerge quale entità organica tra le cose, capace di agire, interagire, cambiarci, cambiare. Anche il mistero del dono di una condizione esistenziale che può arricchirsi dell’ascolto – che qui vado ad intendere in senso estensivo- è splendidamente espresso nei versi di clausola. Avverbi di negazione, dubitativi diffusi nei testi, esprimono la perplessità e una sorta di pudica reticenza ad asseverare, al contempo lasciando aperto lo spazio di attesa al divenire, all’interagire con quello che cambia e che per essere inteso ha bisogno di tempo e silenzio: non resta che svegliarci dal grande sonno/insieme vigili a custodire/la forma semplice del pane a fare/ la terra chiara di gratitudine/ insieme/per quel bagliore all’orizzonte (ivi, pg.66). Questo ultimo verso introduce un tema che attraversa questa raccolta ed è quello della morte. Anche in altri libri dell’Autrice si ritrovano momenti di sosta e interrogazione su questo aspetto dell’esistenza ma in Andar per salti si avverte uno spostamento del baricentro – poetico, oserei dire – tale per cui anche questo contatto è portatore di una liberata visione. La propria morte riesce a divenire accadimento e non più avvenimento e lo è quale sorte comune, condivisa benché non accettata, che fa la parola più limpida. La morte diviene quasi un momento di coscienza etica (ma avrei volentieri scritto politica…) : ai vivi resta in mano incorrotto un ramo da sfogliare ( pg. 67) o ancora: ora so di aver vissuto solo per stanarti/un’intera vita a decrittare invano/i cartelli che pianti sulle svolte/[…] (ivi, pg. 59) e non posso non citare: abbracciati fuggiamo dagli scannatoi/da chi sogna di farsi cadavere tra cadaveri/abbracciati fuggiamo dall’empietà/di riportare i corpi nel buio della prenascita (pg. 24). In questi versi riconosco anche l’ostinazione di Antigone che con la degna sepoltura al fratello voleva rendere omaggio alla sua vita ma simbolicamente anche contrastare l’oblio della guerra, portandone il corpo in luogo noto, sottraendolo al confuso buio di una prenascita. Quindi è questo un libro con numerose tracce mitologiche – esplicite o sottosoglia – ma non in senso mitomodernista quanto quali archetipi in grado di provocare giochi di specchi moltiplicanti le immagini tra le quali il linguaggio deve andare a riconoscersi, definendo l’esatta misura del dire. Mi rendo conto che non ho seguito una linea encomiastica nel restituire il profondo piacere della lettura di questo libro poiché ho voluto soffermarmi su certi aspetti di peculiarità della recente ricerca di Annamaria Ferramosca. Le poesie comprese nel volume sono lucide e il loro procedere errante non le priva di armonia ed equilibrio, anzi proprio l’equilibrio è l’elemento rafforzato da questa scelta. Non ci sono cedimenti alla sperimentazione fine a se stessa ma c’è l’ascolto dell’esperienza e la restituzione al mondo nella lingua che la faccia essenza vivente tra i viventi . L’autrice ha padronanza soverchia della lingua per non essere consapevole che senza una meta in sé, qualsiasi erranza è destinata al naufragio, alla disperazione e in questo libro abbiamo talvolta lo sconforto, sicuramente l’interrogazione, certamente l’aspirazione ad una condivisione ma anche a qualcosa che superi le antinomie tra vittoria e resa nel richiamo alla costituzione di una lingua che sappia dire di noi, generazione del passaggio.

Mariella De Santis

Arenaria

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