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VALERI E LA NATURA

VALERI E LA NATURA

Diego Valeri nacque nel 1887 a Piove di Sacco (Padova) e visse prevalentemente nel Veneto, tra Padova e Venezia. Insegnò nei licei e fu poi professore di Letteratura francese e di Letteratura italiana moderna e contemporanea nell’università di Padova. Nel 1943, dopo l’8 Settembre, fu condannato per antifascismo, ma riuscì a riparare in Svizzera, da cui ritornò alla fine del conflitto. Tranne questo doloroso episodio, la vita di Valeri si svolse senza accadimenti rilevanti, tutta nella scuola; e come egli stesso ha detto, “la scuola, si sa, non è luogo di avventure drammatiche o romanzesche”. Ma ha anche confessato di non essersi mai pentito, in tanti anni, di aver scelto “l’umile lavoro scolastico”, preferendolo ad altri più redditizi e meno faticosi, aggiungendo di aver lavorato sempre con piacere. Come poeta, Valeri, si è tenuto lontano dalle mode. La silloge “Poesie vecchie e nuove”, del 1930, verrà ristampata sino al 1952; il volume “Poesie” fu pubblicato nel 1962 e “Poesie scelte” negli “Oscar Mondadori”, nel ’76; non vanno dimenticate le poesie per bambini e ragazzi de “Il campanellino”, SEI Torno, 1928 e 1951. La poesia di Valeri si presenta facile, sebbene soltanto in apparenza; essa s’è mantenuta “aliena dalle corrosioni intellettualistiche e dalla poesia al quadrato”, come ha rilevato Pier Vincenzo Mengaldo. Il Nostro ha sentito l’influsso di “Alcyone”, opera in cui D’Annunzio ha gioito per il ritorno inaspettato, nella sua anima, della lontana infanzia ed ha definito il fanciullo rinato – anche se per poco – in lui, e così amato, “intimo fiore dell’animo … fiore della divina arte innocente …” Come il D’Annunzio alcionio, Valeri ha trovato rifugio nella natura. Il Nostro, avendo saputo conservare nell’uomo maturo un’antica, serena meraviglia, ha accolto a lungo dentro di sé, il “fanciullino” pascoliano, sempre così curioso e capace di freschi stupori. Valeri è andato a ricercare le minute sorprese che può riservare la natura, ricevendone una candida letizia: “Oh, la mia vecchia gioia fanciulla!” A lui non è sfuggito, ad esempio, il luccicare d’un coccio abbandonato sulla terra bruna d’un orto. S’è incantato, aggirandosi in piazza, tra le bancarelle delle erbivendole, a contemplare “i giochi magici del sole” tra gli ombrelloni di nuovo aperti dopo un acquazzone. In uno squallido vicolo, il suo sguardo s’è rallegrato alla vista delle rose, che, sul davanzale d’una finestra, “ridevano come spose / preparate per la festa”. Il poeta, proprio come un fanciullo, ha tante volte trasfigurato la realtà. Una colomba “tutta nitida e bionda”, che risale lentamente lo spiovente d’un tetto, gli è sembrata “una dolce regina / di Saba / che rimonti le silenziose scale della sua fiaba”; e così, in un canale di Venezia, un barcone pieno di zucche e di cipolle, lo ha visto splendere “fastoso come un bucintoro” … Nella poesia dal titolo “Annunciazione”2 Valeri presenta un ragazzino che, in una domenica mattina di primavera, se ne va gironzolando “con la sua cara e strana felicità segreta / d’andar e di guardare: prendere un po’ di gioia / da tutto, o un po’ di pena, vagando senza meta”. Ed è proprio quello che lui stesso è solito fare … In tal modo il fanciullo rivolge lo sguardo a dei vasi fioriti a una finestra; a un improvviso volo di colombi; al chiaro viso d’una ragazza; a un cane, brutto nell’aspetto, ma dagli occhi soavi. Quasi senza accorgersi, egli arriva in cima ad un colle, dove sorge una chiesetta. Il panorama che si gode da lassù è vastissimo e luminoso. Il fanciullo, che si ferma assorto, d’un tratto avverte dentro di sé, per un attimo, ma un “attimo immenso”, come un annuncio per lui del tutto nuovo … E lo interpreta così il poeta: “Ecco: e nel cuor fanciullo nasce improvviso un senso / d’universo e d’eterno, e un nuovo amore pio della vita”. Valeri si spense quasi novantenne a Roma, nel 1976.

Franco Orlandini

Literary.it

 

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