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‘L’INSEGNANTE VA A SCUOLA’ DI FRANCESCA LUZZIO

‘L’INSEGNANTE VA A SCUOLA’ DI FRANCESCA LUZZIO

Titolo e sottotitolo  dell’ultimo libro di Francesca Luzzio   Liceali e L’insegnante va a scuola (Genesi) corrispondono alle due sezioni in cui esso si divide (narrativa la prima, poetica la seconda)  e chiariscono immediatamente quali  ne siano i protagonisti:  da una parte dei giovani  allievi  che, per la varietà delle situazioni  familiari e delle caratteristiche emotive ed intellettuali, rappresentano quasi dei prototipi riscontrabili facilmente nel mondo adolescenziale; dall’altra un’insegnante che  li educa secondo le finalità del suo ruolo,  ma  che allo stesso tempo li accoglie maternamente e cerca di comprenderli e, se può, di sostenerli nel difficile cammino verso la conquista di un’identità. Si potrebbe dedurre di trovarsi di fronte ad un argomento facile e scontato, ed invece, a lettura ultimata, ci si rende conto che si tratta di un libro complesso e drammatico, poiché in esso tutto confligge: dal linguaggio ai contenuti, dai personaggi che lo animano ai sentimenti. Volendo cominciare dal linguaggio, che è l’elemento che più mi ha incuriosita, bisogna almeno distinguere tre livelli sintattico-lessicali  all’interno della sezione narrativa e un quarto nella sezione che raccoglie i testi poetici, dei quali mi occuperò in seguito.  Nei racconti, infatti, il linguaggio professionale che consente all’autrice  l’uso di termini più ricercati, se non addirittura desueti, si mescola sia con il linguaggio parlato, più modesto e  povero, sia con quello gergale (con la registrazione di termini noti solo al gruppo dei parlanti) che, spesso, sfocia in un ritmo sincopato, raggrumato, simile alla musica rap. Ne consegue uno stile originalissimo, del tutto personale, che m’interessa in modo particolare perché testimonia ancora una volta come la distanza fra tempi, generazioni, culture, civiltà  e perfino mondi interiori sia innanzitutto differenza di linguaggi: quando i figli non parlano più come i padri, quando hanno bisogno per raccontarsi di un codice quasi incomprensibile, significa che si è verificato uno strappo violento fra le due generazioni  che, di conseguenza, non riescono più a dialogare, il che determina una sconfitta educativa da parte degli adulti, spesso purtroppo anche degli insegnanti di fronte ai loro allievi.  I  termini “cultura”, “allievi”, “insegnanti”, propri del mondo scolastico, oggi più che mai sembrano inerti, specie se si considerano le loro radici etimologiche, che rimandano tutte a concetti di  nutrimento e  cura dello spirito, della mente, grazie alla capacità di “insegnare”, cioè di lasciare segni, impronte decisive ed orientanti.  E’ questo, tutto sommato, il messaggio che traspare dal racconto  “Consiglio di classe”, nel quale lo scontro d’idee tra i professori rivela il disorientamento degli adulti di fronte ai gesti spesso paradossali dei ragazzi.  Il linguaggio degli adolescenti, mentre segna una frattura di valori  rispetto a quello degli adulti, designa anche  un nuovo tipo d’eroe, che è quello del cosiddetto “devasta”,  il migliore a fare una cosa, ma al di fuori di ogni regola etica. Perfino il corpo di certi adolescenti parla un linguaggio nuovo, preponderante rispetto a quello dell’intelletto, fino al punto d’essere assunto come valore-disvalore assoluto, fino al punto di essere messo in vendita, come fa la bellissima Giulia, che, guardandosi allo specchio sa dire solo alla sua immagine riflessa: “Dio, quanto ti amo”. Cosa più di questa terribile tirannia del corpo racconta  la solitudine di una generazione, spesso incapace di guardare/guardarsi dentro e non fuori? Quando, infatti, domina il linguaggio del corpo ( conseguenza diretta di quello pubblicitario  e in gran parte di quello televisivo e non solo), l’anima non riesce a parlare. I genitori, allora, vengono assassinati dai figli per rabbia e per avidità di denaro. La sola felicità possibile per questi adolescenti  è affidata allo sballo raggiunto grazie alla droga, all’alcool, al sesso,  che li inducono ad azioni di una violenza ingiustificata, ad un azzeramento della pietas e della tenerezza, perfino nei riguardi di se stessi. Questi racconti ripeto, sono drammatici,  perché  costituiscono uno specchio in cui si riflette la parte malata della società contemporanea, e anche perché non c’è da parte dell’autrice alcun giudizio. Il metodo d’osservazione è infatti più che realistico, quasi asettico:  l’insegnante guarda e registra, lasciandoci nudi di fronte agli eventi, sbigottiti. Dobbiamo aspettare di leggere i testi poetici per liberarci il cuore da una sensazione di soffocamento, per sciogliere la durezza della realtà descritta nella voce sublimante della poesia. Eppure, nonostante il metodo narrativo, il lettore adulto non riesce a condannare, poiché innanzitutto viene chiamato a giudicare se stesso ed i suoi ruoli, a chiedersi come e perché sia avvenuta questa frattura generazionale : qua e là, in certi passaggi narrativi, si fa cenno ad una scarsa presenza degli adulti nel processo formativo dei giovani, allo stress della vita lavorativa, ad un’incapacità di vedere ed intervenire in tempo, ad una superficialità di comodo, al modo in cui essi hanno consegnato la visione del mondo agli strumenti di comunicazione di massa piuttosto che ad un dialogo costruttivo.  Certo, se tutti i ragazzi fossero simili a quelli qui ritratti, ci sarebbe solo da spegnere la luce della speranza ed abdicare, ma non è così;  alcuni di loro si ravvedono e crescono, si assumono responsabilità, ricorrono ad un aiuto  da parte degli adulti, altri si confidano con la loro insegnante, e soprattutto cercano l’amore come  uno strumento di pacificazione, di maturazione, di apertura verso il bene. Le luci, dunque, si fanno strada all’interno di questo affresco saturo di ombre, proprio come in un dipinto caravaggesco. Come accennavo prima, la voce sublimante è affidata in toto alla poesia, che occupa la seconda sezione del libro.  Nei testi poetici  la distanza che aveva caratterizzato i racconti viene dimenticata. Si fa strada, piuttosto, un intenso sentimento di tenera compassione ( nel senso etimologico di capacità di “soffrire con”), una volontà di donarsi che mettono in evidenza il volto umanissimo dell’autrice, che mentre insegna,  “ha tante cose da imparare”. Adesso i volti degli alunni “noti al cuore” si offrono ora misteriosi e  incerti, ora malinconici e annoiati,  oppure distratti, desiderosi, pensierosi: ognuno racconta un’anima, un sogno tradito o ancora inseguito, talvolta un docile affidamento alle parole dell’insegnante, che, mentre svolge la sua lezione, registra accuratamente i più piccoli gesti e sguardi ed emozioni,  perfino  due “mani sul banco che chiedono carità”;  e vorrebbe scavalcare  il suo ruolo,  ma lo fa solo qualche volta, perché sa anche che deve insistere nel suo compito educativo, perché, nonostante i troppi limiti e difetti, la scuola resta “un favo di miele” . Perciò dice, rivolta a Marco: “Continua a venire; non è facile da soli / imparare un futuro non fallimentare.” Attraverso i versi ella consegna ai giovani delle massime di vita di grande altezza morale, quali: “bisogna scegliere se salire la pertica / o restare a guardare chi gareggia con serietà”; oppure : “Soffrire non è morire: / è epifania di crescita, è verità”; e ancora: “Ogni giorno, buio o banale che sia / contiene luce di verità”.  Tuttavia, quando l’insegnante tira le somme della sua esperienza, in coincidenza anche con l’addio alla scuola, il bilancio non appare positivo: “E poi…il tutto dato / il poco o quasi nulla ricevuto” ammette in Esami di  maturità;  e, comunque,  le rimane la consapevolezza  “malinconica e tragica / d’impotente amore , di un vuoto, di una distanza che non si può colmare, di una parola spesso sprecata e inascoltata, forse giudicata erroneamente “retorica menzogna di professorale cecità”.  Sempre nello stesso testo, l’autrice  fa anche  un esame morale del suo ruolo e scrive così:  “ Non posso scrivere nulla / se non ossimori bruciati / da blasfema correttezza / di burocratica autorità / da giochi sporchi, tramati / da professorale tour etilico / con forti effluvi di ambigua / sincerità”.   E’ un messaggio forte trasmesso attraverso un linguaggio  connotato da scelte lessicali e retoriche  grevi e  dolorose,  che denunciano  il disagio di un sistema scolastico che non è stato capace di rinnovarsi, e che si fonda ancora su un registro comunicativo sorpassato ed inadeguato. Questo delle poesie è il quarto registro lessicale a cui prima accennavo, alto, non contaminato,  fatta eccezione per  il testo Movida, la storia di un incidente raccontata dal protagonista in ritmo rap.  L’autrice, infatti, ricorre ai mezzi propri del linguaggio poetico, facendo uso abbondante di  metafore, applicando ai versi le misure classiche, che raramente trasbordano, ricorrendo alla sonorità di rime per lo più facili, più spesso a quella meno  evidente di assonanze e consonanze. Il tono vuole essere colloquiale, visto che l’autrice immagina di parlare ai suoi alunni, ai quali i testi vengono dedicati, ma la qualità del lessico è  in genere raffinato e qua e là nutrito di memorie letterarie testimoniate anche  dall’inserimento  di versi di Pascoli e D’Annunzio e di certe suggestioni che rimandano ad altri autori. Si registra, così, all’interno del libro, una forte contrapposizione  fra la sezione narrativa e quella poetica, determinata non solo dalla  distanza  lessicale, ma  anche ( nella seconda) dall’immissione all’interno delle storie di tanti adolescenti della dimensione affettiva dell’autrice, che non si limita ad osservare, ma cerca di salvare la loro vita, sia impartendo lezioni morali, sia attraverso l’uso di un’aggettivazione tenera, materna, dolente, che costituisce  la caratteristica più evidente e importante di questi testi. Ancora una volta, dunque,  alla poesia viene attribuita una funzione salvifica  in forza dell’armonia del suo verbo, della sua luce irraggiante, della sua  funzione partecipativa. Infatti, la vera poesia è testimonianza d’amore e di fraternità. Se non si capisce questo, non si capisce la funzione della poesia anche e soprattutto nella nostra difficile realtà contemporanea. In fin dei conti, dopo tante osservazioni, si potrebbe concludere che “Liceali” è un testo sulla necessità dell’amore: condiviso, cercato, negato, sperato, offeso, donato a piene mani; non importa.  Dunque, i messaggi  che il libro vuole donare ai lettori sono sostanzialmente due: che non c’è  rimedio più efficace per guarire questa  società  così turbata e povera di un ritorno all’amore  e ai  valori che ne conseguono; e  che il ruolo della cultura e specialmente della poesia è sempre importante: leggere la realtà attraverso la sua lente purificatrice,   ascoltare la sublimità  della parola, l’armonia dei suoni servono ad accendere speranza, rimettere in gioco nella sua interezza l’ umanità, fare risalire alla luce il buono ed il bello. Dovremmo sempre più confrontarci con questi ideali per non morire di fronte agli altri, di fronte al mondo e, soprattutto, di fronte a noi stessi. Chi scrive si assume una responsabilità: anche questo dovrebbero sempre ricordare gli scrittori. In questo senso la Luzzio assolve pienamente la sua funzione di poeta, cioè di colei che “fa” la realtà, perché cerca di muoverla verso un rinnovamento sostanziale.

Franca Alaimo

Vernice

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