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GLI ASTERISCHI DI PAGELLI

GLI ASTERISCHI DI PAGELLI

Mi è gradita l’occasione di esprimere alcune note critiche in merito all’ultima silloge di Claudio Pagelli precisando che sono suo sincero estimatore sin da quando, ben tre lustri fa, in qualità di giurato al Premio di Poesia Dialogo, il suo stile conciso, ricco di allusioni e la sua empatica analisi nei confronti delle debolezze umane, mi indussero a segnalarlo come giovane talento emergente. Ne L’impronta degli asterischi (2019, Ibiskos Ulivieri) si confermano le note positive che caratterizzano tutte le opere precedenti e, in quanto molto arricchente, consiglio una lettura completa di tutta la produzione di Pagelli per notarne l’evoluzione stilistica, non clamorosa ma sottilmente presente con una progressiva levigatezza formale e rispettosa partecipazione, per non dire amara pietas, nell’affrontare contenuti dal substrato sociologico problematico. Questo excursus risulterebbe oltretutto non estremamente laborioso perché Pagelli non è di certo un autore eccessivamente prolifico avendo fatto propri, forse memore degli studi classici, quel modus in rebus, senso della misura e quella concinnitas , eleganza naturale, che rendono molto originale, per non dire unico, il suo stile! Le sue raccolte, ciascuna di poche poesie selezionate con cura, da “L’incerta specie” (2005, LietoColle), all’attuale “L’impronta degli asterischi”, eccedono di poco le dita di una mano ma, come tutti sanno, in poesia non è la quantità, ma soprattutto la qualità a distinguere i poeti di vaglia che sempre sanno selezionare con discernimento la loro produzione. Da tempo considero Pagelli meritevole di far parte di quella rara genìa di versificatori che, alcuni anni fa, in occasione di un incontro con il critico e saggista ticinese Gilberto Isella, io definii appartenenti alla ϕύλή τών όστρειών” (phyle tòn ostreiòn) o “tribus ostrearum”, poeti metaforicamente intesi come preziose ostriche perlifere. Spiego questa mia assegnazione categoriale proprio prendendo a modello Pagelli che, come le ostriche , rinunciando alla conformistica tranquillità dei ricchi fondali , preferisce aggrapparsi agli scogli percossi dai marosi della vita e, in quella scomoda postazione, apre le sue sensibili valve per accogliere empaticamente i vulnerati dalla vita, quelli che i benpensanti integrati considerano gli scarti, i perdenti assieme ad animali ed oggetti giudicati “res nullius”, di nessun valore… E in quella congerie di elementi Pagelli coglie segnali nascosti, voci e immagini di disperati, lunatici , sbandati, che vengono da lui metabolizzate e cristallizzate sotto forma di preziose perle poetiche! I versi di Pagelli hanno il fascino dell’Urzeit, evocano atmosfere estranee e stranianti, fuori dal tempo, reliquie mnestiche di eventi forse accaduti, ma destinati all’oblio se mancheranno dei lettori inclini a farli rivivere ! Non casuale, in questi scenari, la presenza di televisori spenti, vecchie fotografie in bianco e nero, un riferimento alle carcasse immerse in formaldeide di Damien Hirst e tanti altri indizi che lascio scoprire ai lettori, se predisposti e disposti a seguire Pagelli, in veste di un Ulisse pietoso , lungo tali ϰατάβάσεις (katabàseis) o discese agli inferi! Come tutte le opere di Pagelli anche “L’impronta degli asterischi” non è di agevole lettura ; sarebbe una grave perdita limitarsi al versante emotivo, che oltretutto è volutamente perimetrato con toni sobri per non scadere in una facile retorica buonista. Pagelli ci stimola ad andare oltre, sino a quelle terre di confine che richiedono un coraggioso atteggiamento filosofico perché, dietro una donna che irride agli astri, un amore finito male, letti disfatti e tipi strafatti, si giunge ai margini di quell’abisso, non si sa se temuto o desiderato, che dà coscienza agli umani di essere stati scagliati , come afferma Heidegger col suo lapidario “sein zum Tode”, essere per la morte, in una realtà inspiegabile il cui fine, oltrepassata la soglia del dolore e della compassione, pare sia solo l’attesa, quale unica certezza, del nulla eterno! Ed allora non sopravvive che un certo genere di poesia, come quella di Pagelli che, se non salvifica o banalmente consolatoria, può risultare illuminante nei riguardi della nostra sorte di umani che, almeno per un attimo, il tempo della lettura di un verso, brevissimo sprazzo di luce, possiamo dare scacco, con il dito medio rivolto agli astri, a quella entità definita da Orazio come “notte eterna che tutti ci attende”, “Omnes una manet nox “!

Manrico Zoli

Atelierpoesia

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