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LE COSE E IL LINGUAGGIO IN RUFFILLI

LE COSE E IL LINGUAGGIO IN RUFFILLI

Il nuovo libro di poesie di Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Lo Specchio Mondadori, è il frutto, come precisa l’autore stesso nella breve introduzione, di un’attività compositiva quarantennale, “di un progetto che risale agli ultimi anni Settanta”, la cui idea fondamentale è quella “di perlustrare il concreto modo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio”. Forse anche per questo ci troviamo di fronte ad almeno due, se non tre, libri in uno, idealmente collegati, però, da un’aspirazione poematica: i capitoli di questo viaggio introspettivo e filosofico (Nell’atto di partire, Morale della favola, Le cose del mondo, Atlante anatomico, Lingua di Fuoco) possono essere letti come parti autonome, pur seguendo, nel contempo, un implicito filo conduttore nel quale la metafora, esistenziale prima ancora che metafisica, del viaggio/movimento e del conseguente perdersi/ritrovarsi, si rimodula in una possibile  palingenesi attraverso le cose e il linguaggio. La sezione “Nell’Atto di Partire” si chiude con una poesia emblematica in questo senso: “E mi ritrovo solo, di nuovo / in posti alieni, straniero fra la gente, / mi muovo senza avere una ragione, / non c’è più filo a cui annodare / la mia storia, di colpo senza rete / galleggio alla deriva, senza presa. Eppure… / a bere senza sete l’amaro fino in fondo, / più perso e disperato muovendo / dentro il vuoto traboccante della vita / in giro per il mondo sbattuto e sradicato, / intanto riportato a galla, rimesso in piedi / con sorpresa e lì, contro ogni attesa / che intanto avevo ormai sepolta, / resuscitato e vivo un’altra volta.” Il tema del viaggio diventa punto di partenza e perno di una riflessione sulla causalità e la razionalità dei percorsi esistenziali, espressa nei termini apodittici di una presa d’atto. Nel viaggio, la razionalità tende a prevalere con i suoi schemi per imporre un argine al caso, all’imponderabile. Significativa, in questo senso, la poesia d’apertura, che ricorda (a parte il verso “la curva sghemba della deiezione”) quella poetica discorsività filosofica del Montale di Satura e Diario del ’71 e del ’72: “Nel porsi in viaggio, prese le distanze / e tutte le misure per quello che si può, / considerato l’angolo di fuga, l’impulso / di deriva andante dentro il vuoto… / la curva sghemba della deiezione, / lo scarto imprecisato del destino. / All’imprevisto che è legato al moto, / la ragione ha imposto antidoto / di linee rette: orari, termini, binari. / Contro i rischi dell’ignoto.” Il contrasto tra “imprevisto” legato al movimento della vita, al divenire (“moto”) ed esigenza ordinatrice della Ragione si risolve nella sintesi dialettica dell’obliterazione di ogni rischio che è anche l’essenza imponderabile dell’ignoto; rispetto al quale la Ragione è “antidoto”, geometria euclidea che si oppone ai frattali del caso.  Nell’equilibrio tra enunciato filosofico ed esperienza individuale, tra autobiografia e rielaborazione introspettiva si definiscono anche le oscillazioni della volontà, indecisa tra paura e desiderio di continuare: “Ma poi, alla fine, mi rimetto in moto / nonostante ogni volta sia tentato  / dalla voglia che mi prende di restare / nelle zone più vicine e risapute  / in vista e nel contatto del mio noto. / In compenso, parto sempre / solo per tornare. E non so mai / neanch’io, in realtà, cos’è che vale / e mi convince, quale pensiero / imperativo…un’intuizione certa e / un sesto senso che mi spinge, / la coscienza comunque fulminante / della scoperta più paradossale, / che bisogna intanto perdersi / per potersi davvero ritrovare.” Le poesie di “Morale della favola” rappresentano momenti di riflessione/esortazione in un dialogo immaginario con la figlia (cui è dedicata la sezione), dove il conflitto si proietta, stemperandosi, nella dialettica, più filosofica che cattedratica, maestro-discente. Qui si leggono, a mio avviso, fra le poesie migliori: per esempio, Resistenza, Distrazione, Anticamere, Successo, L’esperienza, Pretesa, L’evidente, Salvezza. In Anticamere, esperienza del quotidiano e verità (intesa come conclusione filosofica del proprio vissuto) confluiscono in un testo di cristallina rassegnazione, di pacata presa d’atto di fronte a uno dei tanti “teschi” dell’assurdo offerti dallo spettacolo desolante della vita quotidiana: “Quanti ingressi, vestiboli, poltrone, / sale d’aspetto con altri, cauti / e scaltri, passati avanti e noi restati lì / buoni e perplessi ad aspettare / il turno nell’anticamera del mondo. / Quante porte chiuse, sbattute o / trattenute…entrate e uscite / senza soluzione. Quante code fatte, / istanze e petizioni di nuovo presentate / per vedersi, in fondo poi, riconosciuto / proprio nient’altro che il dovuto.” Una poetica, quella di Paolo Ruffilli, soprattutto in questo nuovo libro, nutrita e sostanziata di pensieri e di cose, più raramente di luoghi e di persone. E perciò una poetica che si dipana su un dettato più discorsivo che lirico, dove il taglio filosofico prevale su quello descrittivo e pittorico. Anche per le cose, gli oggetti (sono in tutto 27, dall’anello al vocabolario, passando per il bicchiere, le calze, il diario, la finestra, il letto, gli occhiali, la porta), si può dire che esse vengano più che descritte in senso stretto, moltiplicate dal diorama dell’immaginazione. Il nucleo della raccolta, rappresentato dalla sezione “Le cose del mondo” (lo definisco nucleo anche perché dà il titolo al libro) riprende e sviluppa, con esiti spesso originali, la poetica trasfigurante degli oggetti, intesi non strettamente ed esclusivamente come emblemi o correlativi di stati d’animo, ma come campo di gioco e possibilità espressive e combinatorie per l’immaginazione, in linea con una tradizione letteraria che va dai poeti barocchi a Francis Ponge. Propongo qui in lettura una poesia che mi sembra paradigmatica di questa sezione: CAPPELLO “Partito con l’intento di fare solo / da riparo e da difesa al fronte in alto  / nelle sommità scoperte alle intemperie, / ma scivolando nel corso del suo andare / e presa un’altra via finito al ruolo / della fatua spia, restando su di noi / come vessillo al vento ecco che si finge  / e tinge a nostro supremo comandante  / che maschera e converte, ad arte / e nel leggero, la sua parte di nocchiero / in quella di astronave e di natante.” Siamo in una dimensione fluttuante tra barocco e surrealismo, nella quale il cappello può diventare “astronave” e “natante”: divertissement, ma anche tentativo di ridefinire le cose e il mondo attraverso il linguaggio.  La poesia d’apertura della sezione (Le Cose) ricorda, a partire dal titolo, la celebre lirica di Borges, Las Cosas. Ne “Le persone muoiono e restano le cose” (il verso incipitario della poesia Le Cose di Ruffilli) mi sembra si ribalti il tema borgesiano del persistere temporale degli oggetti inanimati rispetto all’effimera durata dell’esistenza umana quando si dice che “nel lungo andare/il tempo le consuma senza strazio”.  I testi dedicati agli oggetti fanno parte della sezione “Il nome della cosa”, richiamo (non so se voluto) al titolo del romanzo di Umberto Eco, e anche alla frase ecolalico-tautologica di Gertrude Stein, “a rose is a rose is a rose”, che è a sua volta un’ironica affermazione del principio d’identità, un principio del tutto arbitrario nella fantasia e nell’immaginazione e a maggior ragione in poesia. Infatti, Ruffilli cala il tema dell’autonomia del segno linguistico in un contesto operatorio dove la parola che designa l’oggetto (il nome della cosa) è colta in una condizione metalinguistica di prigioniera-cavia e di rediviva-redeunte, di fuggitiva che ritrova nuove e altre forme passando attraverso “l’imbuto” dell’immaginazione o “immaginato” come scrive Ruffilli, optando per la gemella filosofica del termine: “Eccolo, il nome della cosa: / l’oggetto della mente  / che è rimasto preso e imprigionato  / appeso nei suoi stessi uncini  / disteso in sogno, più e più inseguito / perduto dopo averlo conquistato  / e giù disceso sciolto e ricomposto  / rianimato dalla sua corrosa forma e / riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.” Anche le poesie di “Atlante anatomico” (28 liriche dedicate ad altrettante parti del corpo, dalle più nobili, come capelli, cuore, labbra, lingua, mani, occhi, alle più basse quali sedere, pene, testicoli, vulva) prolungano la poetica del regesto, della piccola enciclopedia o del lessico familiare sul terreno (difficilissimo) delle parti e degli organi del corpo umano: un’idea originale trattata con ironia, e non di rado con disinvoltura antipoetica e antiretorica. La distinzione tra organi e parti del corpo nobili, nel senso di eccelsi, e bassi/volgari, è mia, non di Ruffilli, che sequenzia le poesie in ordine, non a caso, alfabetico, quasi a voler destituire queste realtà di ogni gerarchia spiritualmente verticale e dantesca. Ma se leggiamo, per esempio, una poesia come Mani, ci accorgiamo che l’autore ne coglie in qualche modo l’ambivalenza elencando azioni diverse e contrastanti: MANI “Curati, sì, e nutriti, detersi e poi vestiti / comunque consolati nel prendere e rapire, / stringere, graffiare, accarezzare / menandole, giungendole, baciandole, / tendendole, levandole aperte in segno / di concordia, di fedeltà o di pace / alzandole pesante sul cuore o tra i capelli, / sopra al fuoco…E con la mano tesa / nel gesto dell’idea che afferra / o che allontana: l’incantesimo del tatto / il sigillo, la conferma del contatto / che impone la forza e che l’accetta / mentre dispone sé dentro la presa, / assicura per via della sua stretta.” Se per l’autore le “cose” -gli oggetti della vita quotidiana- e le parti del corpo, sono anche pretesti per ridenominare il mondo e l’esperienza, nelle sezioni finali, e in Lingua di Fuoco in particolare, l’itinerario poetico ritorna alle e sulle parole, in un ideale percorso di ripiegamento (euristico e nel contempo interrogativo) sul linguaggio stesso.  Non sfugga al lettore il possibile richiamo tra il titolo della sezione (Lingua di fuoco) e le lingue di fuoco che parlano a Dante -la più famosa è quella di Ulisse- nella bolgia infernale dei consiglieri fraudolenti. Il fuoco scalda, plasma, devasta, illumina; proprio come la parola; che, da un indistinto e silenzioso caos primordiale, “esonda” per dare forma e pronuncia all’assenza, incarnandosi nel linguaggio -e in quella poetico in particolare- brillando nel “magico reticolo del nome/come contenuto del suo contenitore”: “Emerge su dal fondo, esonda la parola / lingua di fuoco a rompere il silenzio / e pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza, / ciò che fluttua nell’andare più indistinto / ancora lì senza la forma né i contorni / e che di colpo cessa di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, si assume e circoscrive / dentro il magico reticolo del nome / come contenuto del suo contenitore.” Nel suo insieme questa nuova raccolta è un progetto ambizioso perché tende a unire lo spirito e il corpo attraverso il ponte di un linguaggio che asseconda le incertezze e le contraddizioni intrinseche alla coesistenza armonica delle due sfere. Non a caso il libro si chiude con nove poesie (“Interrogativi”), da L’Urlo del silenzio a La nostalgia del mare, che sembrano controbilanciare, attraverso le domande irrisolte sulle origini e sul destino della vita e della natura, la razionale sicurezza con cui il linguaggio mediante la denominazione delle cose e della realtà (“il nominare”) lotta per piegare a sé la resistenza del mondo: “Il nominare chiama e, sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza. / È la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare persino il sentimento, / musica interiore che su da sotto sale / e consegnandosi all’urto materiale / delle precipitose scaglie ondivaghe sonore / parla nel suo scontrarsi per domarla / con la resistenza delle cose.” Due ultime notazioni più legate alla metrica e al linguaggio. In questo libro, Ruffilli adotta -credo per la prima volta- un verso più distesamente discorsivo ed enunciativo ripristinando l’endecasillabo e le sue tipiche variazioni ipermetre e ipometre, e abbandonando, quindi, la sua tradizionale metrica basata sulla modulazione di versi più brevi, dal quinario al settenario.

Roberto Pacifico

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