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ICASTICITÀ DI ROSSANO VITTORI

ICASTICITÀ DI ROSSANO VITTORI

Non è possibile, anche a una lettura superficiale delle poesie di Rossano Vittori, Il segreto degli invisibili, non pensare a L’antologia di Spoon River. Ma quando ci si addentra nella materia di questo macabro racconto, scoprire che si tratta di un dialogo con la morte, crudo, aperto, senza veli, mette soggezione, ci pone dinanzi a quella ineluttabile visione del disfacimento e del vuoto che si appiccica sulla nostra pelle e nella nostra anima e ci rende piccoli e quasi invisibili. Sono quarantanove ignoti che la morte ha reso irriconoscibili, anche se in calce ad ogni poesia c’è tanto di scheda che offre notizie precise di referto. Il numero quarantanove deve avere qualche risonanza esoterica se anche Hemingway l’ha utilizzato per i suoi racconti. Ma al di là di osservazioni superficiali c’è il monologare degli ignoti che ha qualcosa di indicibilmente terribile nella sua icasticità. Ognuno racconta e la vita sembra aleggiare all’improvviso intorno alla morte ed è il miracolo della poesia, perché la bravura di Rossano appare subito sia nel linguaggio forbito e preciso e sia nella “costruzione” delle varie personalità che si stagliano con fermezza e danno l’idea di un cimitero con una sua anima, con un suo carattere e una sua dimensione umana. La premessa è esplicita: “Un uomo è stato / solo se ha avuto una sua storia”. Ed ecco le storie, dense, raccontate come se gli ignoti fossero in confessione e quindi sicuri di non uscire dalla sfera del segreto, e finalmente però liberi di aprire il cuore al mondo, di uscire per un attimo dal vuoto immenso e dalla solitudine dell’anonimato.  Ogni storia è un piccolo romanzo ben orchestrato, dosato nei particolari, reso con semplicità assoluta e proprio per questo potentemente espressivo, in modo che il “funebre condominio”, come lo chiama Rossano, abbia finalmente la possibilità di esistere oltre il silenzio e nella durata eterna della poesia. Credo che la cifra stilistica adoperata dal poeta sia quella che serve per non farsi prendere dagli eccessi espressivi e dalla aggettivazione che, in casi simili, nasce roboante e doviziosa. Vittori ha la commozione della dignità, fermezza di sguardo e di cuore, e perciò riesce a compiere una operazione poetica con quella misura necessaria che evidenzia la drammaticità, la tragicità e la disperata aggressione del mistero. I corpi sono mutilati, carbonizzati, resi figuri di un repertorio che neppure i film più noir sono riusciti a rappresentare. Merito della parola di un poeta che, lasciatemelo dire, con piglio tutto livornese, riesce a rappresentare il disfacimento e la dissolvenza, in modo che l’”anagrafe dell’ignoto” possa avere “se non la dignità, almeno la giusta sepoltura”. Tutti conosciamo l’intensa attività di regista di Rossano Vittori e perciò non meraviglia che alcune delle scene diventino visive, quasi che davanti al lettore si stagliassero fotogrammi di un film documentario di grande potenza. Non servono etichette per dire che questo libro farà parlare molto di sé. C’è dentro una intensa umanità che sicuramente viene dalla qualità della persona, ma viene anche dagli studi umanistici che sono serviti al poeta per focalizzare il senso della morte e della vita. Non è casuale che il volume si apra con i versi di Sandro Penna: “Io vivere vorrei addormentato / dentro il dolce rumore della vita”. A significare che anche dentro il nulla di un cadavere, dentro il disfacimento e dentro l’ignoto pulsa il desiderio di esistere. Una prova davvero ben riuscita di un poeta che ha tutte le carte in regola e che, soprattutto, non ha bisogno di barare per fare sentire la voce autentica della poesia.

Luciano Luisi

Prefazione

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