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FRAMMENTI DI VITE IN PAGELLI

FRAMMENTI DI VITE IN PAGELLI

Ci si aspettava da Claudio Pagelli, dopo La vocazione della balena (L’Arcolaio, 2015) un passo successivo nello sviluppo di una poetica, originale quanto riconoscibile, che indaga con occhio attento, vigile, la realtà circostante, smembrandola pirandellianamente e senza possibilità di scampo. Ci si attendeva la pietas, insomma, un senso di empatia che rendesse l’umano vivibile, pur nel paradosso di un’esistenza in sé inspiegabile se non per frattura, decomposizione. Ciò si verifica nella luce purgatoriale, a tratti deformante, de L’impronta degli asterischi (Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo) edito da Ibiskos, in cui lo sguardo narrante dell’Autore assume la prospettiva di una sentinella, una vedetta capace di leggere la faccia sghemba del mondo e scomporla in frammenti di vite incompiute, enigmatiche. Fa in parte sua la frequentazione di Fiori e Rossi, Pagelli, filtra la loro ricerca appropriandosi della brevitas e del verso duro, talvolta irriverente e d’impatto: crea così un microcosmo dove tutto ciò che accade si verifica per osmosi, contatto nervoso e i gesti, la stessa presenza fisica, tendono a giustificarsi nell’atto tutto umano di una ricerca di senso, di presenza nel mondo. In realtà, che il mondo sfugga o si delimiti nell’enigma di una realtà puntiforme, smembrata, fa parte della natura stessa della poesia di Pagelli. È il racconto, che coinvolge. Ogni presenza vive in sé e per sé, giustifica l’atto, si dà al lettore quasi non ci fosse la necessità di un nome alle spalle, un volto alle azioni. Si tratta di polvere, di molecole che si aggregano e si disgregano a piacimento, senza nulla dovere a nessuno. E la vita corre nello sguardo interrogativo e definitivo dei personaggi, presi in un’istantanea, talvolta reificati come in una scultura di Giacometti e in posa plastica irriverente ( Se ne stava così/… / gli stracci a terra / il dito medio agli astri). Esisti e non ne hai colpa, sembra suggerire l’Autore mentre incontra, osserva, annota la fragilità di situazioni e persone, una via l’altra, quasi appartenessero a un’epica minore, fatta di attimi e intenzioni: eppure Pagelli fissa ogni istante di vita, macchiandola di luce riflessa, irredenta, quasi per dare gloria e visibilità a individui la cui storia manca d’identità se non per negazione. Ecco allora la donna rossa che piange per un film sull’Olocausto resa immortale nel suo atto, unico e irripetibile nella banalità, eppure infinitamente lì, per sempre. O la storia di un amore finito e consegnato alla memoria per un particolare, una miopia: “certo a me sembrava una santa / col suo pallido ovale, l’occhiale professionale / e l’inchiostro perfetto, senza sbavature – / era questo il nostro miope amore / il profilo sfocato di un errore…” Il mondo di Pagelli si consegna, insomma, nel suo fluire per opposizione, straniamento: sopravvive in sé, quasi potesse concedersi al lettore nel frammento, nella scomposizione in immagine, nel fotogramma. Ma il poeta, in apparente distacco narrativo, in realtà vive nei e dei suoi personaggi entrando nello stato emotivo, nella sofferenza strozzata o nel paradosso della vita stessa. Poeta dell’umano, insomma, Pagelli.   E umana la traccia che lascia al lettore, grazie al sostegno di una scrittura ispirata, mai doma o uguale a se stessa.

Ivan Fedeli

Prefazione

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