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ENNIO CAVALLI IN VERSI

ENNIO CAVALLI IN VERSI

Ennio Cavalli Se ero più alto facevo il poeta (La Nave di Teseo). Cavalli ha spesso ricordato quella che potremo chiamare la sua preistoria sentimentale e professionale, i suoi venti anni di “emigrante” intellettuale piovuto a Roma dalla sua nativa Romagna, un periodo di apprendistato in cui scriveva poesia e pubblicava i primi libri e voleva, fortemente voleva fare il giornalista.  Poi il giornalista l’ha fatto, è diventato inviato di RadioRai, la voce che per trentacinque anni è stata quella che raccontava i libri, i film, le mostre, intervistava i grandi scrittori e artisti, da Stoccolma per i Nobel a Los Angeles per gli Oscar.  E ha continuato a scrivere poesie con l’impegno, la fantasia immaginativa, gli esiti che ha raggiunto nell’uno e nell’altro campo.  E senza alcuno iato, sofferenza di anima bella e ferita, rimpianto e lamento per il mestiere che toglieva spazio alla vocazione, alla “ispirazione”. Il giornalista ha dato al poeta un’attenzione, una velocità di reazione, una curiosità, una varietà di temi e occasioni, un’istintiva e molto singolare “oralità” da cui è segnata tutta la sua poesia degli ultimi decenni, i molti libri che ha pubblicato tra cui “Libro grosso” che ha ottenuto il Viareggio nel 2009.  L’essere poeta, scrivere versi ha dato al giornalista quella profondità di sguardo, quel continuo spiazzamento ora narrativo ora ironico, quella concentrazione nella velocità del mezzo radiofonico che chiunque poteva costatare ascoltando alla radio i suoi “poetici” servizi di cronista e poi di cronista culturale, che avevano sempre una qualità e un tono davvero singolari. E’ un caso felice, credo, di simbiosi, di scambio reciproco e reciproco arricchimento e rispecchiamento. Leggo la poesia di Ennio Cavalli da tanti anni, dai tempi dei suoi primi libri “Carta intestata”, “Naja tripudians”, “Trent’anni”” che hanno avuto il lusinghiero plauso di lettori come Federico Fellini e Dario Fo, con il loro mondo diffuso dentro una dimensione lirico – letteraria di sentimenti, emozioni, distacchi, rimpianti- e ho sempre costatato una cosa fondamentale in tutte le fasi che ha attraversato. Ennio ha capito che non si fa poesia con le idee, ma con le parole, con le sillabe, con le doppie, con tutta la sostanza letteraria che nasce dalla lunghezza delle stesse parole, dal punto in cui cade l’accento, dal numero delle sillabe. Fare versi (sembra una ovvietà, ma è bene ripeterlo) ha molto a che fare con la materialità delle parole, con le loro combinazioni, con l’impasto finale. Con “la frittata” di cui ironicamente ha parlato una volta Valerio Magrelli. Cioè: si fa veramente poesia nello stesso modo con cui si pasticciano le uova in una frittata, ovvero per vedere se la frittata che verrà fuori terrà il bianco della chiara o il rosso del tuorlo. Questa consapevolezza in Cavalli è cresciuta progressivamente: il suo nuovo libro “Se ero più alto facevo il poeta”, con la sua forma, la sua impaginazione, il suo “format”, è il suo più maturo, il più completo, il più compiuto: quello che dice conferma e rafforza che tipo di poeta egli sia, la sua impronta davvero originale. Cavalli è prima di tutto un ironico e ammiccante distruttore di tutte le grandi costruzioni simboliche che pure reggono la sua poesia e che possono toccare, infilzare come con uno spillo, temi poetici che riguardano la natura, la nascita e la morte, la religiosità , l’amore, il sociale, il politico, lo scrivere stesso, il riso e la sua natura. E si consumano in una vertiginosa caduta di senso, talora in un’azzerante cantilena infantile, in un guizzo epigrammatico, in una fioritura aforistica.  Il suo è anche un freudiano divertissement continuo che spesso, con beffarda impenitenza, canzona le posture di risibile monumentalità. Ogni postura: etica, sociale, religiosa civile politica. Quasi sotto il segno, che è più una cara figura alla cui ombra sostare, del primo Palazzeschi, quello del “Lasciatemi divertire”, grande distruttore di forme, codici, convincimenti etici, sociali, sessuali. Prendo come esempio il mannello di poesie sentimentali che occupano uno spazio notevole in “Se ero più alto facevo il poeta”. Poesie d’amore “esagerato” si potrebbe dire, come “Prove di volo”,”Orizzonti”, “Fumetto”, “Tango”. Passa e ripassa il calco dell’amore stilnovistico ma quel suo rituale di approccio all’oggetto del desiderio c si capovolge in un gioioso non senso, un paradosso dilatato, una freddura micidiale, in uno spolverio di gioco linguistico che azzera il modello di riferimento poetico e il suo continuo dilatare la presenza della donna mediante l’elogio e l’eccesso dell’elogio stesso. “Da quando ci sei tu /i ribelli si arrendono a se stessi, /dandosi tregua./Qualcuno ha inciso sulle lastre d’ardesia/la storia del fiume e della montagna. Il fiume nasce dalla montagna, per lontano che vada/ non ne perde il ricordo, è un cucciolo ai suoi piedi”. Cavalli poi è un abile passeggiatore tra generi diversi, un virtuoso pattinatore del linguaggio e del pensiero minimo e sgusciante, un trapezista sempre in bilico, in equilibrio e sempre sul punto di precipitare, che prova e riprova le sue cantatine e i suoi fraseggi. Un poeta curiosissimo, sornione, acquattato come un gatto pronto ad azzannare, talora anche un visionario del piccolo e del molecolare, che lavora secondo un implicito suggerimenti di Mallamé (un poeta che non so se gli sia davvero caro)  soprattutto a togliere e levare, sia pure nell’abbondanza degli echi, delle suggestioni, dei trascinamenti.  E proprio sul registro della sottrazione, egli giunge anche a una essenzialità tutta detta (la sua oralità che torna e ritorna) , esplicita e cantante in cui ogni verso è davvero “come il corpo di un’idea”.  Si può prendere come esempio le sue poesie civili e politiche (Cavalli le ha raccolte in una precedente silloge “Poesie incivili”) , rappresentate anche in questo nuovo libro. L’epos  di rabbia, indignazione, anche autentico furore  si consuma in questi versi in una mitragliata di risultati immediati, uno accanto all’altro, tra il sentenzioso, l’aforistico, l’effetto della fucilata verbale. Ne esce un discorso e un racconto  frantumato e a suo modo continuo  che ogni volta riprende forza e fiato appoggiandosi e rilanciando le fratture di ragionamento, di logos, di nuova indignazione, di surrealtà civile e politica.  E certe giaculatorie di icastico vigore possono essere considerate anche slogan felici, puntelli di protesta in piazza, ammesso che esista ancora una piazza dove scandirli:  “Italia  di periferia/ che tutte le feste porti via/togli l’elmo di Scipio/fatti uno shampoo/levati dalla testa bigodini e campanili/sii turrita con le antenne/garanzia di investimenti innamorati”. Questo nuovo libro di Cavalli è ricco, pieno di sorprese e di approdi, una cantata sui massimi e sui minimi sistemi, con una affabilità tanto forte quanto ingannevole. La complessità è dissimulata nella continua trasparenza, piace la leggerezza con cui riesce a essere ironica e la serietà che non si baratta quasi mai per un piatto di lenticchie, una battuta, uno sberleffo, un ammiccamento cabarettistico. E con un bel travaso a specchio, tra poesia e prosa che costituisce il format stesso del libro, quasi che l’una rilanci l’altra in un gioco a rimpiattino. La prosa è come una sottile lamina molto leggera che non ferisce, ma transita naturalmente nei versi e i versi sembrano quasi riavviarla, stringere intorno ad essa un’area di protezione e di vigilanza. Tutto ciò mi sembra che sia un motivo in più per dire che la “frittata”  di “Se ero più alto facevo il poeta”  è stata ben pasticciata, l’impasto è  riuscito.

Renato Minore

L’Immaginazione

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