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I PASSI DI LILIA SLOMP

 

I PASSI DI LILIA SLOMP

Pass dopo pass di Lilia Slomp (Biblioteca dei Leoni). Dal Trentino questi sonetti che inducono a più di una riflessione. Intanto la forma. Il sonetto continua a esercitare, nella perfezione formale, un fascino che attrae e mette alla prova le capacità anche espressive di un autore (ricordiamoci di Eliot). Quando poi viene proposto in dialetto (Inutile dire che la differenza tra lingua e dialetto può essere discutibile) ne escono interessanti soluzioni. Per esempio, nella poesia a metro libero taluni fenomeni compaiono raramente. Prendiamo la dialefe, che la poetessa invece utilizza nel migliore dei modi. Esaminando il primo sonetto ci rendiamo conto di una ritmica inconsueta: “Morir dì dopo dì \ en font ai òci”; non soltanto si potrebbero ipotizzare tre accenti in clausola, ma la dialefe segnala un endecasillabo a maiore che preso a sé diventa settenario. Per riprova, l’ultimo sonetto: “ti, maia calda, ti \ el fil de lana” (si confronti il primo emistichio). Se poi si va al lessico, certe parole non trovano riscontro nella lingua italiana: “tut taconà, sbusà da quei sfoiàzzi” (Sonetto 4); sfoiàzzi, cartocci delle pannocchie, più generico e inesatto sarebbe tradurre con brattee. In certi casi la radice comune scompare: “Névega stanòt al stròf del cantón” tradotto con buio sostantivo. Spesso si può tradurre mantenendo il metro: “la vòia de zugar l’è ormai sfiorida” (la voglia di giocare è ormai sfiorita). Detto questo, è ovvio che la poetica dell’autrice non è solo sapienza tecnica, ma valenza creativa. Le metafore rendono ancor più pregnante un linguaggio per sua natura foneticamente ricco. Per un motivo a nostro avviso notevole: cioè pensare in dialetto, in modo da proiettare sulla scrittura una inventiva che è caratteristica di una realtà interiore, ma comunque realizzata accanto al paesaggio, dell’anima e dei sensi. Tali maniere di porsi spingono a considerare che per la poesia i vocaboli sono uno strumento duttile, e l’intensa dinamica della fantasia riesce a connettersi con le cose e gli eventi più ‘umili’ per trarne la bellezza riposta. Così salvare i dialetti significa salvare insieme la nostra bella lingua, bella ancor più se viene sviluppata nelle cadenze profonde dell’immaginazione.

Luciano Nanni

Literary.it

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