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LE PAROLE DI VITA DI NADIA SCAPPINI

LE PAROLE DI VITA DI NADIA SCAPPINI

Quando si racconta di madri e di luoghi e d’amore per le prime e per i secondi, quando si ammantano di un cielo misericordioso, immenso e quotidiano, tutti i ricordi e le figure che ci hanno segnato in qualche modo, quando si benedice l’entrata in un percorso e si torna a benedirne l’uscita aprendosi alle possibilità che la vita riserva, quando è la parola lo strumento che non arma la mano e la mente, ma le accompagna a rendere grazia, le supporta nel compito lieve e potente di restituirne un vissuto e farne corpo e sangue di un’umanità intera ecco, allora, che anche la dimensione della scrittura può dirsi inevitabilmente compiuta, che anche la poetica proposta può dirsi immancabilmente scandita nella sua forma migliore. Se poi alle intenzioni si aggiunge una cifra stilistica ricca di metodo, impregnata di musica, ragionata e lasciata libera di restituirsi sulla pagina in ordinate sbavature che trasudano mestiere, ecco ancora che il poeta si mostra in tutto il suo valore: la poetessa, per l’esattezza, in questo caso, Nadia Scappini, cerimoniere di quell’antropologico rito antico e nuovissimo che è la poesia. Sì perché la poesia, diciamolo, in fondo si compie come si compie un rito, un rito sacro e profano al tempo stesso, un rito d’amore, di vita, di verità. Approfondendo la lettura di questo nuovo libro della Scappini – che già dal titolo, Come dire dell’amore (Moretti & Vitali), ci conquista – non possiamo che vederlo questo rito, sentirlo, accettarlo, farcene complici. Non possiamo che restarne contaminati, che convertirci e diventarne discepoli. La parola che si spiega, che chiede di entrare prepotentemente nella vita dell’autrice, entra in simultanea dentro di noi, le chiede di essere ascoltata e lo chiede anche a noi, di essere professata e si palesa con le rimembranze di passaggi, frasi, versi noti che bucano la mente e non danno tregua, fino a quando non ne fai l’uso che vogliono tu ne faccia. Sono ciò che è rimasto più forte nell’inconscio, ciò che ispirerà nuove parole, nuovi passaggi, nuovi versi a venire. Sono ciò che fa parte della nostra storia: […] che appartiene all’uomo nel suo / percorso di conoscenza tra la Sibilla cumana e la scienza, tra le / Erinni e le Eumenidi fino a Cristo in croce […]. Sono ciò che – come dice Giancarlo Pontiggia nella postfazione – disegna “il «passo» variegato della parola poetica, sentita come una fiamma che si volge verso l’alto, anche quando tutto sembrerebbe volerla appiattire, spegnere, fino a che si disveli / il bozzolo / dove il seme è stato (lungamente) custodito”. E le parole adempiono al loro compito, a quello stesso compito che si sono date: vogliono dire dell’amore. Ci trasportano nei luoghi e nei tempi che ci fanno bene, dove primeggia la figura quasi ancestrale dell’amata nonna, che si fa archetipo di quei luoghi e di quei tempi, alla quale l’autrice si rivolge con una reverenzialità quasi bambina: non so, ma è come se ogni anno tu tornassi / dal tuo viaggio per abitare dentro i nostri pochi giorni / spiandone la trama la smagliante amorosa tessitura / che ci conduce a ricalcare i passi da te già mille / e mille volte segnati / urgenti sotto la linea del cielo; si assuefanno alle immagini della terra e del lavoro, si fanno Vangelo e frutto nelle braccia del vignaiolo e nei tralci di vite; ci trasportano in piccole patrie – come a Ledine – dove: il cielo… non è sontuoso come il blu mediterraneo / racconta di nubi vibratili di terso di repentini temporali / di movimenti rapidi di luce di frenesie sensoriali ma, dove già, all’indomani dei violenti temporali, si scorge in ogni prato e orto la mano di / chi pulisce, sana, pensa a ripartire / […] / nessuna imprecazione nessun lamento…. ed è come assistere a un viatico modesto e magistrale: la mite accettazione di chi sta  /su una terra / dove tutto è dato con fatica e goduto… su una terra dove l’autrice cerca e ritrova, nel generoso e radicato gesto dell’accudire, tutte le volte che le parole le sono venute incontro e hanno guidato i suoi pensieri, tutte le volte che hanno detto dell’amore. Ma le parole, ancora, – nella sezione dal titolo Signore, mi fa male la vita – dopo averci ricordato una lunga e lontana estate dove si alternano le dimensioni del tempo dell’infanzia e quella del tempo dell’età matura, trovano per queste il giusto equilibrio radunandosi nel testo dedicato al Natale nel quale, come sottolinea giustamente Pontiggia, “sembra precipitare la dolorosa temperie della contemporaneità, sembra opporsi il pensiero dell’altrove, di un Tempo nascosto, utopico, in cui un Bimbo esce al mondo, portandolo al suo immane compimento”. Da qui, dove tutto si colloca al punto giusto dell’amore, inizia la rassegna delle parole per le madri … madri che potrebbero essere anche una sola, una che tutte le racchiude in se, icona e matrioska di un altro tempo e un altro spazio ancora (e di tanto altro amore), dove il ricordo giovanile si fa memoria, e la memoria si smarrisce, in una nuova età fatta di segni rimpastati di nuovo nell’avvento del Natale che porta con se altro equilibrio: quella madre che nell’attesa la prende un’aria che commuove / […] sotto i meli con parole postume / che scrive e poi cancella e poi riscrive  /nel grembo una piaga un fiore / felice dell’apertura lieve / e fertile che chiede di generare; quella che ormai anziana ride allo specchio stringendo [come fosse la figlia] la bambola al petto, … le scompiglia i capelli e poi scompone, sgarbuglia, districa la nebbia/invadente tra lontananze e echi / tra gorghi e impronte flebili… mentre rapinano i giorni nella danza / scapestrata amara che nessuno  /sa come fermare; quella che scende dalla montagna, non ha più denti, dentro le rughe conserva le stanza della gioia, ripete ostinata il sorso/di un ritorno al velo bianco / i giochi con le trecce / la luce di una lucciola. E infine, le parole, chiudono il cerchio, ritornano al momento originario: hanno descritto tanto amore, ne hanno impregnato l’autrice e il lettore, hanno fatto amare il loro dire e ora salpano verso altri testi, altre narrazioni, altri versi con quel languore diffuso / contorto e levigato insieme / di una fiaba quieta che ovatta / e conforta nel brivido inatteso / di una memoria prefica / di cui si scorge appena l’ombra… Nadia Scappini con questo libro, come dice nella nota di lettura Gianfranco Lauretano, è come se facesse accadere le poesie ad ogni lettura perché ha la capacità di farci vedere ciò che lei vede, di farci sentire ciò che lei sente, di farci incontrare chi lei incontra. Dote rara quella di instaurare una relazione narrante in poesia, un dialogo tra l’autore e il lettore, tra il lettore e i soggetti dei testi. Ma qui noi troviamo proprio questo, e siamo grati all’autrice per la dedizione con cui ha curato e cura le parole, sanandole e risanandole come dal principio dei giorni fa ed è capace di fare la poesia.”

Cinzia Demi

Altritaliani

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