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IL SANTUARIO PRIVATO DI SANDRA EVANGELISTI

IL SANTUARIO PRIVATO DI SANDRA EVANGELISTI

Nella poesia di Sandra Evangelisti il punto è stilistico ed esistenziale insieme: lo stile tende a depositarsi in una scrittura chiara e cristallina; c’è sempre un «io» quale pietra di paragone del mondo, anzi, l’«io» è l’unico sistema di riferimento certo in una cornice di riferimenti referenziali incerto ed aleatorio. Ci sono dei momenti di grande efficacia espressiva («Come un cristo esangue.// Una lama nel fianco./ L’altra spezza le tibie.// Almeno/ servisse/ a qualcosa», “L’ora di mezzo“, 2008); c’è sempre l’affermazione e la sua implicita negazione. Dicevo, appunto, che il ruolo preponderante è svolto dall’io esistenziale: la storia dell’io è la storia dei suoi affetti e delle sue emozioni. È una poesia che non delega, non lascia che sia il non-detto e il non-vissuto ad esprimersi: l’affermazione diventa subito negazione. Giustamente Paolo Ruffilli in una nota di copertina parla di «santuario privato»: qui il privato diventa quasi sacro, deve essere nominato con circospezione. È un universo chiuso ma non elitario o olistico né snobistico, ciò che l’«io» sentenzia è solo una legge privata, vale solo per se stesso, e ciò lo si può verificare anzitutto per via «negativa», in un modo un po’ perverso, considerando come talvolta la scusa della finzione, quella che potremmo chiamare «licenza poetica», venga adoperata dalla Evangelisti per attenuare le conseguenze delle proprie affermazioni. In termini freudiani, si tratta di una «denegazione»: si asserisce che i fatti narrati sono immaginari, che i giudizi espressi sono letterari, per evitare censure di vario tipo. Questa modalità è particolarmente interessante perché è la prova più forte  –  appunto per via indiretta, di denegazione  –  di quanto l’immaginazione sia intrisa di realtà. Qui l’appello al registro letterario (e alla sua dimensione fantastica) può addirittura essere come giustificazione di affermazioni che in un contesto «serio» sarebbero irricevibili. La denegazione è particolarmente interessante perché contemporaneamente afferma e nega il proprio tenore realistico, o più esattamente, a norma freudiana, lo afferma negandolo.  “Cuore contrappunto” (2012)  si muove nello spazio che si apre tra negazione/affermazione e denegazione/riaffermazione, un diario delle emozioni. Nelle opere immediatamente precedenti, “L’ora di mezzo” (2008) e “Intanto tutto procede” (2010), invece sono una via di mezzo tra diario e occasione, tra riflessione e introversione; la Evangelisti impiega il metro breve o brevissimo (costituito da una parola sola), esplora il «sentimento della vita» con una lingua piana e colloquiale dove la semplicità del lessico non equivale a semplicismo o a semplificazione della complessità: la poesia per la Evangelisti è la linea che unisce due punti distanti nello spazio, è un concetto unidimensionale, quasi geometrico del discorso poetico, è il suo modo di essere nella poesia e nella vita.

Giorgio Linguaglossa

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