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L’UOMO VERTICALE DI SACHA PIERSANTI

L’UOMO VERTICALE DI SACHA PIERSANTI

Perché intitolare un libro, per quanto di poesia, L’uomo è verticale (Empiria)? Sembrerebbe una tautologia. Oppure dobbiamo intenderlo come sinonimo di uomo vivo, il contrario cioè di uomo morto, ovvero orizzontale? In qualche modo sì. Ci autorizza il titolo della terza sezione, appunto “L’uomo è verticale”, collocata al centro del secondo libro di Sacha Piersanti, debordante, commovente e contraddittorio quanto basta, appena pubblicato da Empirìa. È qui dunque dove più pulsa il cuore di questo insieme di poesie convocate in un’assemblea, talvolta sediziosa, di idee, di emozioni, di sdegni niente affatto trattenuti. E per persuadervene leggete la mirabile sezione L’Affaire Réfus che rimodula in chiave umanitaria un antico tema, dopo una stupenda citazione dal J’accuse di Zola: «Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità». Insomma. La domanda chiave è questa: «Per ridare all’uomo il verticale/ il poeta deve scriverne/ e lasciarsi assassinare (?)» La postura preferita da Piersanti è la contrapposizione. A chi? Intanto ai Lettori, pochi o tanti che siano, il problema non sembra preoccuparlo molto, affrontati vis- à- vis, in un attacco di Schizofrenia, titolo della seconda sezione, che impudente, imprudente, non cerca perdono, né compatimenti, dopo un prologo occhieggiante all’ultimo Caproni del Conte di Kevenhüller che torna nelle strofette esplosive di Cortocircuito. A Caproni, con piglio dettato da una postadolescenziale rivolta alla postmodernità telematica e virtuale, in coppia con il giovanissimo Emanuele Marchetti, l’unico attore che, a quanto ne so, ha il coraggio di recitare il memorabile, ma non certo facilmente memoralizzabile, Stanze della funicolare, dedicò nel 2017 uno spettacolo teatrale, “L’ora dell’Alt”. Ma, quasi rasi al suolo da tanta irruenza demistificatoria di una poesia civile troppo ben educata, ben più eccellenti interlocutori cadono: quel «Coso» che fa rima con Io (Dario Bellezza è nei paraggi). Anche se qui c’è poco spazio per il narcisismo dei dolenti utenti dell’antica tematica del Doppio. E se io qui gioco con le parole in omaggio ai poeti scambisti dei doppi sensi – “Ma scavo/ Scavo/ Scovo” (Il mio abisso) – è solo perché Piersanti vanta una cultura classica, ma proclive ai dislivelli – Alfieri e Paolo Conte, Luciano di Samosata e Busi, Leopardi e Renato Zero. È esperto di etimologie, di epitaffi, di lineare B, di “numerologia del cuore”, ma chi mai oserebbe tacciarlo di pedanteria? E se indulge in “chimismi” non pensa a Soffici, né, se mette fra parentesi “trucioli di definizioni”, a Sbarbaro. Piuttosto rimpiange Amelia Rosselli. “Consumante sigaretta figlia mia di queste mani”. Se proprio ci tenete, prendetelo per un ideologo filosofo, non lo si può negare e un omaggio di striscio a Fortini ce lo conferma. “Alleno la mia etica politica studiando/ da vicino la finta identità defunta/ tra gli stretti filamenti genitori/ d’un prodigo cesto di vimini” (Il cesto di vimini). Ma è troppo perentorio per convivere con quella genìa di ruminanti. Eccone qualche esempio: “Poesia è quel che resta/ quand’intorno è morto tutto” (Rinuncia). Oppure: “Epoca di scatti e click e ciak che c’è che/ non divori? Tutto nasce morto/ per non morire più” (La bellezza). E infine sdegnosamente proclama: “Me ne frego della fantasia, io faccio metavita/ non metapoesia”. Tra le ultime notevolissime poesie vi segnalo lo straziante epicedio Casa Zeichen, la famosa baracca di Valentino Zeichen di Borghetto Flaminio che, coadiuvando Marta Zeichen, Sacha Piersanti e Emanuele Marchetti stanno cercando di salvare dal degrado, dopo aver messo al riparo il prezioso archivio e la biblioteca del grande poeta che l’ha abitata.

Biancamaria Frabotta

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