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LA POESIA DI DE SANTIS

LA POESIA DI DE SANTIS

Marco Ignazio de Santis, nato a Molfetta, fortemente impegnato in una molteplicità di contesti culturali a partire da quello natio, pugliese appunto (tra i numerosissimi periodici a cui l’autore collabora figura la “Rivista italiana di letteratura dialettale”), ha conseguito molti riconoscimenti: Premio della cultura della Presidenza del Consiglio (1986), Premio “Umberto Saba” (1989) per la raccolta Uomini di sempre, Premio “Renata Canepa” (2008) per Lettere dagli argonauti, Fiorino d’oro al XXIX Premio Firenze per una biografia dedicata a Eliodoro Spech, un amico di Garibaldi (2011), Premio speciale della critica “Thesaurus” per «Vaghe stelle» e altri racconti (2012). Numerosi anche i lavori di critica, in particolare sul piano della linguistica in senso dialettologico ed etno-antropologico, una direzione di lavori non priva del necessario ancoraggio miratamente geografico: si veda Periferia centrale. Percorsi della poesia italiana nella Puglia degli anni ’80 (Levante Editori, 1990). Insieme all’intensa attività giornalistica, che gli consente di collaborare a una pluralità di testate di quotidiani, va ricordato che de Santis ha preso parte, non certo casualmente invitato per l’Italia, al XLIII International Meeting of Writers di Belgrado del 2006 (una traduzione di sue poesie è uscita nel 1992 a Belgrado ad opera di Dragan Mraović). Della produzione poetica si rammentino, specificatamente, Uomini di sempre (Lacaita, 1984), Libro mastro (Levante, 1991), Lettere dagli argonauti (La Vallisa, 2007), Dal santuario (con prefazione di Neuro Bonifazi, per i tipi della Helicon, 2014). La poesia di de Santis, come appare dalla breve scelta presentata in questa sede, non riguarda temi di raggio limitato, bensì riguarda temi di generale risonanza, quali l’amore, l’impegno culturale e sociale, i sentimenti umani più comuni, e quindi più importanti, versificati in un linguaggio che rintraccia una valida cifra intermedia tra la perspicuità dichiarativa e un’affabulazione lirica sostanziata di movimenti e cadenze novecentesche. Ci fermeremo sulle due prime liriche. In Come un’elegia (da Uomini di sempre) l’esergo tibulliano (Delia che corre incontro al poeta con i lunghi capelli al vento) si incarna in una figura femminile che l’autore guarda, come bimbo, attonito, «dietro la diafana cortina del balcone»: «E dall’eterno, / reclinato il capo sul guanciale, / ti sogno corrermi incontro / in un’aura di primavera». In Il senso delle cose (da Libro mastro), a fronte delle possibili «raggiere di letizia» in cui possono schiudersi i fiori, o viceversa del dolore in cui può incagliarsi l’anima femminile che identifica il “tu” lirico, vi è un’impossibilità di recupero di quel senso che costituisce il titolo: «Anche me attarda il senso delle cose; / ma sbatte l’uscio ed io risposta non trovo / ora che il tempo ingialla il pergolato / e scende l’autunno nel cuore», recita con accento quasi montaliano il finale della poesia.

Corrado Pestelli

Letteratura italiana contemporanea

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