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LA POESIA DI ANTONELLA RIZZO

LA POESIA DI ANTONELLA RIZZO

Incurante, se non addirittura – così a me pare – beffarda di artificiose distinzioni di generi e specie nelle composizioni poetiche, Antonella Rizzo in A quelli che non sanno che esiste il vortice (Lavinia Dickinson, 2019) attraversa, esperisce, esprime, fa ‘detonare’, diverse tra le funzioni del linguaggio, quelle, per intenderci, che Roman Jakobson ha individuato come afferenti all’atto comunicativo, nei testi che costituiscono la sua raccolta più recente, a quelli che non sanno che esiste il vortice. Adopero intenzionalmente l’aggettivo “comunicativo”, giacché fin dal titolo l’autrice non solo nomina i destinatari della sua opera, “coloro che non sanno che…” (funzione persuasiva), ma illumina sul contesto (funzione informativa) e genera curiosità: che cosa è il vortice, ci si chiede, e, ancora, chi è mai l’emittente del messaggio per essere depositario della nozione, dell’esperienza del “vortice” (funzione emotiva)? Gli strumenti dispiegati nel far brillare la funzione poetica sono ampi, di varia natura, manovrati con abilità e consapevolezza, penne impugnate come armi in una guerra, che da altri viene condotta come «gestazione malata». I versi liberi di varia lunghezza mostrano una sapienza solida circa impianto sonoro e figure retoriche. Tra queste, va evidenziato l’ossimoro funzionale a una poesia che espone e smaschera contraddizioni feroci nell’esistente: «disarmo assassino di gente allo sbando», recita un verso tra i molti che si imprimono nella coscienza di chi legge. Non c’è artificiosa separazione di ambiti del dire poetico, l’io si trova a essere sia preda – di dubbi, di lacerazioni, di dolore come dimensione permanente – sia regista della rappresentazione (nel teatro stabile e itinerante di vita e poesia), non priva di memoria pirandelliana, di «figure esili in cerca di un dramma solido». Le asserzioni, le prese di posizione sono di una chiarezza inequivocabile ed esprimono, vivide e vibranti senza rischiare il ricorso a toni apocalittici,  la rivolta contro violenze, prevaricazioni e forme di manipolazione: «Dico no ai vostri giacigli/  alle trombe di Dio/ alle figlie perdute/ che sanno di moglie/ di sordidi orgasmi/ alle voci di satiri/ organi a peso/ ai corpi attaccati a croci di legno./ Dico no/ con la forza/ dell’ultimo giorno.» Anche la funzione metalinguistica trova originale espressione nei versi di Antonella Rizzo. Se lingue e linguaggi possono farsi espressione di dominio oppure di resistenza alla prevaricazione, allora l’amore per la poesia si manifesta come legame non negoziabile, non separabile tra dimensione privata e dimensione pubblica: «Ascoltavo Evtušenko con Anju a fianco/ sulla possibilità remota di un amore/ inossidabile nel tempo di un respiro». E dimensione privata è passato che permea il presente e che dà testimonianza della celeberrima citazione da Faulkner: “Il passato non è mai morto. Non è neanche passato”. La dimensione privata si nutre della dimensione linguistica, e questa è plurale, è scritta ma è anche orale, è carica di un trascorso di oppressioni, attraversamenti, passaggi e insediamenti (precari, come precaria è ogni esistenza, ma qui la precarietà è vissuta con coscienza coraggiosa). Antonella Rizzo è nata a Roma da genitori calabresi arbëreshë e il suo oltrepassare frontiere, fogge e forme nelle funzioni, nei registri, nel dispiegarsi di lingue e culture, manifesta quella “complessità” che l’autrice stessa dichiara essere la parola chiave della propria vita: «Come un meccanismo infallibile/ di cambi d’abito e parole/ ancora mi diverto a dondolare/ sopra i tacchi immaginando/  un copione a Earl’s Court, la mia vecchia isola».

Anna Maria Curci

Poetarum Silva

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