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LA NARRAZIONE POETICA DI CUCCHI

LA NARRAZIONE POETICA DI CUCCHI

Un viaggio, oltre ogni dubbio, quello di Maurizio Cucchi Sindrome del distacco e tregua (Mondadori) all’interno di storia e luoghi nell’intenzione di dire uno stare al mondo. Un esistere, per la sola ragione quasi circuitante che si esiste, che tenta una consapevolezza a ben vedere anacronistica (tra l’altro in qualche modo dichiarata, si veda ad esempio il testo inserito nella sezione Antichi bestioniIl grande occhio dell’essere / animale chiede ingenuo / e in sé compreso, chiede ragione, / o quasi, del suo essere qui. / Si interroga sul senso, il proprio, / misterioso, eppure, / come a me stesso capita, / senza malizia alcuna, / non trova la risposta ma prosegue, / incantato, bizzarro e silenzioso). Se infatti alcuni decenni fa il desiderio di lasciare una traccia nella memoria, nella storia, in qualche modo salvava il ruolo del poeta nella società ma anche quello dell’uomo (si pensi ai diari dei soldati in guerra), oggi l’individuo si satura di comunicazioni e orpelli vari svestendosi di ogni contestualizzazione sia storica sia geografica (si pensi alla globalizzazione, alla questione di Augé) e di ogni memoria. Esiste l’ora, un qui espanso che ha rinunciato al reale per trasformarsi antropomorficamente in virtuale. E così facendo ha perso il suo ruolo nella società, nel mondo stesso. Tanto l’uomo quanto il poeta. Maurizio Cucchi indaga, all’interno di una narrazione poetica in versi e prosimetri, lo stare al mondo evitando accuratamente ogni dichiarazione di ruolo ma inevitabilmente sottintendendolo. Il mondo non è una certezza, né l’uomo, ma attraverso la presa di coscienza di diversi distacchi e tregue se ne può carpire la fisionomia. “Ma poi, e basta qualche ora, / dopo l’orrore della massa accodata, / ecco la tregua benefica che scioglie / la sindrome sinistra e pervasiva / del distacco. // Che paesaggio, piano, indifferente, / serenamente bigio nell’oceano, / nelle sue piccole bianche casine silenzione / e io, la spuma tranquilla alle mie spalle, / in appoggio, slittavo in un sorriso nel vento / di improvvisa adesione. Non totale / adesione, ma quasi”. Nessun ritratto chiaro, s’intenda, nessuna verità rivelata, ma l’impressione (più che l’intuizione) che sia proprio in questo disegno accennato (attraverso l’esempio di diversi luoghi ed epoche) ciò che effettivamente resta, che fornisce un senso. Cucchi affronta questo senso non più individuale ma sociale attraverso un atteggiamento prettamente luziano (Sono tornato principiante / e lo considero il mio solo privilegio. / Godo, infatti, di un presente che sorride / aereo a una nuova idea di movimento, / di apertura a un possibile futuro) che è apertura e accettazione della mutabilità, della complessità, della tragicità delle cose che però riflettono una loro intrinseca resilienza. Senza rinunciare a una sferzata sarcastica (si noti infatti che il testo Sono tornato principiante è il primo della sezione Un idiota sociale). Più che un libro del viaggio si tratta di un libro del senso e della bellezza che prende atto di storie, luoghi, contesti, spogliandosi di preconcetti (poco bagaglio) e di desideri di trasformazione e di trattenimento e intrattenimento (viaggiatore vile) per quella che appare, pagina dopo pagina, una delle operazioni più difficili per un essere umano odierno: l’osservazione pura della realtà. E vi è una bellezza scoperta, svelata, in questa realtà. Una bellezza talvolta tragica ma che, come si è detto, inevitabilmente restituisce un ruolo. Che non rinuncia a un approccio anche emozionale, si veda la chiusa del libro (Verso la fine o poco prima / seduto al piano aveva detto: / «…Ero così contento…»), ma non vi resta sottomesso. E in questo si nasconde una dichiarazione di poetica tra le più convincenti degli ultimi anni, anche in questo caso posta non come dichiarazione ma come racconto d’altro: “Non so perché, ma comincio a infastidirmi di tutto ciò che è lì per niente, che non ha, insomma, una stretta utilità concreta. E che, s’intende, non ha neppure un requisito di bellezza. Perché, dopo tutto, proprio la bellezza… la bellezza disinteressata… ma asciutta, ardua, priva di leggiadre soste ornate, decorate. Sì, homo aesteticus, se si può dire, e non il solito infelice homo œconomicus”. “Perché non è economico il reale, / mentre cerchiamo in un estremo / patetico conato di ricrescere / verso l’abisso, ottusi, scossi / dalla sacra idiozia della moneta. / Mi basta, minimale e individuo / come sono, la più modesta / resilienza del soggetto”.

Alessandro Canzian

Laboratoripoesia

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