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ANTOLOGIA DI LUCIA GADDO

ANTOLOGIA DI LUCIA GADDO

Asincrono scacchiere (Edizioni Progetto Cultura) di Lucia Gaddo Zanovello raduna poesie scelte dai libri: Porto antico (1978), Bramiti (1980), Da serpe amica (1987), Semiminime (1988), Per erbe più chiare (1988), Nostoi (Fiordocuore, 1998), Fatalgía (1998), In lúmine (1998), La trilogia del volo (1998), La partitura (1998), Il sonno delle viole (1999),Un parlare d’acqua (2000), Solargento (2000), Memodía (2003), Silentissime (2006), Ad lucem per undas (2007), Amare serve (2010), Illuminillime (2011), Rodografie (2012), Buona parte del giorno (2013), Disforia del nome (2014), Consapevolvenze (2015). A completare la pubblicazione antologica, la sezione che dà il nome al volume, “Asincrono scacchiere”, contenente poesie inedite, scritte tra il 2012 e il 2015. Di libro in libro lo stesso filo di trama accompagna i numerosi e più o meno impliciti rimandi, mentre si ripresentano talune parole chiave e vengono ancora una volta sviscerati i medesimi temi alla ricerca di ulteriori sfaccettature della parola. Le stesse atmosfere si arricchiscono di sonorità per le quali la poetessa aspira alla precisione del miniaturista, applicata al suono (dalle più semplici sonorità delle prime raccolte ad altre, via via, più complesse e sofisticate). Il risultato di tale minuziosa cura è un libro infinito, nel quale la poetessa continua a riversare i frutti della sua creatività. Le ossessioni tematiche, pertanto, accompagnano una ricerca mai conclusa e sempre condotta con inesausto vigore. La pagina bianca dona piacere, vertigine, apre le porte all’immaginazione, al sogno. L’emozione è quella di un cuore che pensa incessantemente: «Ha il furore questa penna / del mai detto / e si spinge nell’affondo del pensiero / senza fine» (da Illuminillime). La scrittura non è soluzione ai problemi, bensì strumento di comprensione ed esplorazione: «Faccio una fiaccola / delle mie vesti lacere / per cominciare / un argomento nuovo / una piccola appendice / di un libro mio» (da Bramiti). Allo stesso tempo serie ragioni e intenzioni collocano l’autrice sul piano della “poesia alta”: «Tiene così alto il tono / questa verità / che assorda / vibrando / tutte le stelle dei sentimenti / che trapungono / di malinconica meraviglia / il cobalto della notte» (da Memodía). Nel caso di Lucia Gaddo Zanovello si può parlare di Nomen omen perché, malgrado strappi e morsi abbiano lasciato il loro segno (e non solo sulla carta), ella appare comunque “luminosa” nei suoi versi, mentre dalla vita privata trae forza per affrontare ogni avversità: «È una cadúca famiglia / che ruota a mezzogiorno / specchio di sperante amore / e tacita alleanza» (da Da serpe amica). La fede della poetessa non concede dubbi o deroghe, poiché, a dispetto di tutto, «la vita ama te» (da Un parlare d’acqua), dunque «non è mane e non è sera / ma una specie di preghiera» (da Memodía). Quella di Lucia Gaddo Zanovello è una poesia che oscilla tra il diniego (che, come osserva Umberto Galimberti, «consiste nel negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l’esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce») e il sì da lei opposto, a tale negazione, sempre con fermezza. Proprio in tale contesto le separazioni non volute sono sempre vissute come una continua frammentazione e lacerazione di sé, in attesa, però, di una svolta decisiva: «approda la nave dei sì / che era in alto perduta»; «Vigilano le parole / che l’anima desti il sole dei sì / lungo le sponde battute dalle onde / dei dinieghi» (da Rodografie). Anche se «Quasi nulla andò come doveva», la poetessa è sempre alla ricerca, quindi, di «un fidente piccolo sì», che «è acqua ridata al fiore che muore e poi riprende» (da Consapevolvenze). Nell’intera produzione poetica di Lucia Gaddo Zanovello l’attenzione per la natura, in particolare per l’elemento vegetale, è costante: «Piovve il grigio di un mattino / in un orto novembrino / e il bianco della neve / lo copriva lieve lieve» (da La trilogia del volo). Sonorità di immagini delicate si accompagnano quasi a visioni di fanciulla: alla poetessa pare ancora di sentire tra le mani l’ultima bambola compagna di giochi e sogni. Immergersi nella natura le consente di vivere ancora rari attimi di libertà. Tutti i sensi vengono ampiamente coinvolti e sollecitati nella lettura di questa poesia (soprattutto i profumi della natura risultano persistenti), tuttavia le sensazioni auditive paiono preminenti: la musica interiore si riversa nelle onde dei versi, memore di una sinfonia che unifica tutto ciò che esiste. In un’ottica di democrazia delle anime, gli animali non sono considerati meno dotati dell’uomo: anche loro parlano, così papere e pulcini, e il cane, diversamente dall’essere umano, non distoglie lo sguardo, perché non ha nulla da nascondere: la sua coscienza non si è macchiata di alcuna nefandezza, è rimasta bambina. In “Minnie”, invece, attraverso immagini feline viene riassunta tutta la bellezza e crudeltà dell’esistere: «E Minnie conobbe la neve / nel lago breve della sua vita lieve. / Tutto il fuoco le occorse / delle nude zampe di lepre / a far levare ad arco i balzi / al suo molle ventre bianco di perla. // Ora è nei boschi il sangue alato / e s’invola veloce staccando guizzi / all’immobilità del peso di una voglia / che non sa attendere. Quanti palpiti dolci / esitanti nel gelo saranno facile / preda nel tempo dell’agguato» (da Rodografie). L’opera più recente, ovvero Asincrono scacchiere, conferma «il sortilegio del sì» e «la forza dell’assenso»: anche se «Non in tutto il male c’è un seme di bene», la poetessa continua a credere che i fraintendimenti e il non detto rendano ancora possibile una «visione corretta del quadro», sulla scia di un sempre atteso chiarimento. Mentre «L’anima dei semplici cinguetta» e le parole e la realtà si compenetrano («Ogni parola ha un’anima / se nominata esiste / sparsa in chi legge / in diverso suono su diverso gambo», «Per ogni mente un’eco diversa»), la poesia può servire «al disvelo di qualcosa a qualcuno», può donare «una gemma di luce nella malinconia» e «dà parola a chi non l’ha».

Claudia Manuela Turco

Literary.it

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