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LE VOCI-VISIONI DI DE SANTIS 

LE VOCI-VISIONI DI DE SANTIS

La sacralità della poesia persiste nell’epoca che celebra il trionfo di un establishment editoriale poco attento alle dinamiche artistiche. Essa diviene, anzi, una sublime forma di resistenza all’involuzione di una civiltà offuscata da poteri oscuri: l’atto di captare la «musica cosmica» pur nel frastuono dell’esistere del mondo assume un valore quasi prometeico. È in quei momenti epifanici che rivive, inatteso, il dono di Orfeo, poi socializzato con altri poeti, metaforicamente assimilati agli Argonauti, nella perenne inchiesta della «sacra» bellezza. È questo uno dei motivi di fondo dell’ultima silloge di Marco Ignazio de Santis. Dal santuario è una raccolta preziosa, un florilegio di venti poesie, in parte già edite in antologie o periodici come “La Vallisa”. Pubblicata dalle Edizioni Helicon (Arezzo 2014), presenta un’interessante e attenta prefazione di Neuro Bonifazi, poeta, romanziere e critico letterario, già ordinario di letteratura italiana presso l’Università di Urbino. Lo studioso compie un’analisi tematica e stilistica dell’opera, soffermandosi a segnalare l’importanza di questo libretto, «forse la più alta e significativa» prova poetica di uno scrittore già in passato pluripremiato (per la silloge Lettere dagli argonauti il Premio “Renata Canepa” del 2008; il “Fiorino d’oro” al XXIX Premio Firenze 2011 per la biografia Un amico di Garibaldi: Eliodoro Spech, cantante, patriota e soldato; il Premio speciale della critica “Thesaurus” per «Vaghe stelle» e altri racconti del 2012, per citarne solo alcuni…). Alla meditazione sul ruolo della poesia e sulla sacralità che essa mantiene per i suoi cultori, s’intreccia il riferimento autoironico al proprio rapporto con la Musa. Già nelle Lettere dagli argonauti, più precisamente in “Rimorso”, de Santis aveva raffigurato la poesia come una «moglie negletta e innamorata», trascurata per gli studi storici, quelli che ora, in “I tempi lunghi della Musa”, egli definisce – leopardianamente – «polverose carte». Poi improvvisa s’incendia la «polveriera della fantasia» ed ecco che alla metafora erotica s’intreccia quella, non del tutto disgiunta (si pensi al combattimento tra Tancredi e Clorinda nella Liberata), bellico-agonale («amo il corpo a corpo con l’arte»). Al binomio amore-milizia e poesia-agone si affianca uno dei temi da sempre nodali nell’arte di de Santis, quello della sodalità poetica. Gli amici scrittori del gruppo storico della “Vallisa” sono interlocutori costanti nei suoi versi; essi condividono il compito di diffondere, secondo gli obiettivi programmatici del gruppo, il “contagio” della scrittura poetica, in barba alle logiche editoriali che decretano spesso il successo di opere di dubbio pregio estetico. Così, il canto assume un incedere dialogico: rievoca la magia dei readings di Belgrado, condivisi con la scrittrice Angela Giannelli; il pacato buen retiro delle redazioni, in cui emerge la figura affabile del poeta Renato Greco; le asperità delle vita, tunnel che pure merita di essere attraversato, come si afferma in una struggente lirica dedicata a Daniele Giancane, anima del movimento lavallisiano. La sodalitas poetica diviene una nobilissima sacca di resistenza della «nottola di Atena» e della bellezza nel «limbo» di un mondo asettico e imbarbarito (dei quali ha parlato in Lettere dagli argonauti). Sarà forse questa l’arca in legno resinoso «gopher», che, dalla specola di tutti i «ghetti» del mondo, angoli privilegiati nel tempo dell’involuzione, salverà l’uomo dal diluvio? Molte sono le corde che il plettro di de Santis fa risuonare. Quella della riscrittura letteraria, in un “Sogno di Amleto”, ch’è forse il gioiello più alto della silloge, fondendo il monologo di Gertrude, le suggestioni dell’Ophelia di Millais e il dolore represso dal principe di Danimarca nella scena delle esequie. È qui che palpita una grazia malinconica, che si fa lacerazione dell’anima nel “Vespero”, che dall’immagine del vespertilione muove al ricordo degli amici perduti sino a rievocare il sorriso paterno. Il tempo fugge inesorabilmente, cala la sera ed evoca memorie di defunti, induce a intrecciare epicedi in cui il sorriso tenta di stemperare l’incombere della commozione. È presente anche la “sferza”, come in una delle “poesie di rabbia dal Sud”, in cui la vocazione di storico emerge vivida, al servizio del letterato. Come ha ben evidenziato Neuro Bonifazi, la “sacralità” della concezione della poesia si rispecchia nel carattere sorvegliato e aulico dello stile. In alcuni momenti, come nel ricordo di Primo Leone, de Santis privilegia uno stile colloquiale e apparentemente dimesso, a sottolineare il rimpianto di incontri ormai negati dalla Necessità; eppure non disdegna citazioni, quali quella – barocca – dell’«onor del mento» (la barba, espressione usata, per esempio, dallo Zappi), scherzosamente in rima con «complimento». In altri, come nelle “Horae subsicivae” (il titolo latino già tradisce l’intenzione colta), un’allure inizialmente piana del verso s’impenna in quel «ora più nulla m’impaura», che rende più evidente, in questo spazialissimo schiudersi di orizzonti campestri, il modello leopardiano. Bonifazi segnala giustamente anche l’uso di tecnicismi: su tutti valga quello «stakeholder» d’ambito economico, non a caso collocato in posizione finale di verso, sede che de Santis destina anche ad altri termini d’alta suggestione letteraria, come il «muscosi» di “A piè fermo”, in rievocazione d’«atri» manzoniani. De Santis coltiva anche il gusto di termini desueti, inusuali e di metafore ardite, come quella «panoplia delle emozioni». Altrove, in “Siamo qui”, nelle Lettere degli argonauti, spiccava per esempio il termine «sterlineata» nell’explicit della poesia, che lo scrittore mutuava dall’ambito tecnico-tipografico. Una silloge, dunque, questa Dal santuario, che emerge per il suo alto intento comunicativo ed estetico e per la cura formale. «La nevrosi si riscatta / nel solco della pagina / e alza i suoi vessilli / contro la follia del mondo».

Gianni Antonio Palumbo

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