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L’ARCHETIPO DELL’ACQUA IN CAVICCHIA

L’ARCHETIPO DELL’ACQUA IN CAVICCHIA

La signora dell’acqua di Daniele Cavicchia (Passigli). Eco di un’eco: tale è la voce che la poesia accoglie e lascia risuonare nell’elemento più inafferrabile e tuttavia suo, intimamente suo: l’acqua. Perché l’acqua è fonte, origine, scaturigine. Ma l’acqua appare dominata da un più alto principio. Che la poesia nomina come la signora dell’acqua. Chi è dunque la signora dell’acqua? A chi si riferisce in terza persona, se non a se stessa? Di chi la signora dell’acqua dice “lei”, se non di un doppio intimior intimo suo? Lei “dorme nella grazia che l’avvolge”, lei “conosce tutti i nomi”, lei “ha un sorriso sulle labbra / che parla dell’infinito”. Questa oggettivazione di sé, come altro inconsapevole, immemoriale, perso in una sua lontananza incolmabile, perso in una lontananza incolmabile, si affida alla parola poetica. Che perciò (direbbe Luzi) si fa subito alta, altissima: cerca ciò che è destinato a fuggire sempre di nuovo, sa il precipizio e l’abbandono, e tra questi estremi sta come in attesa che lo sdoppiamento sia tolto. Quando ciò avvenisse, anche la cicatrice che attraversa il volto archetipico, vera e propria manifestazione del principio, non sarà più. Quando? Alla fine del tempo? Oppure all’inizio? Forse la fine è l’inizio, perché non c’è fine che non ricada nell’inizio e l’inizio è già la fine. Ma questo è soltanto il tempo di mezzo, Tempo in cui ciò che è dato è un viatico per un viaggio fino a una soglia al di là della quale non s’intravede che la propria morte. Nessuna garanzia di compimento. Tanto meno di rivelazione. “L’uomo tende la mano in una carezza”,ma “la luce che vede è solo luce / le parole che sente solo parole”. La condizione è quella di chi si dispone ad ascoltare il silenzio. Ma senza la speranza di poterlo mai decifrare, scorgere in esso un significato ultimo. Anzi, con la consapevolezza che il silenzio è più antico e più nuovo di qualsiasi interpretazione ne venga tratta fuori. Triplice è la figura dell’angelos, colui che viene a portare un messaggio. Il primo di questi porta un messaggio che è scritto in una lingua sconosciuta. Dunque, un messaggio chiuso in se stesso, opaco, muto. Paradigma dell’impossibilità di comunicare in cui tutti versano. Nondimeno, e sorprendentemente, già qui la verità è detta. Sia pure attraverso la sua indicibilità. Il secondo annuncia l’accadere di qualcosa che non accadrà. Ma non c’è cosa che accada se non nel nulla. E questo significa che anche il secondo ha detto la verità. Il terzo a sua volta è portatore di un segreto che permette a chi lo riceva di venire in chiaro di se stesso. Gli viene detto che neppure lui sapeva di se stesso. E anche questo è dire la verità. Da chi sono inviati i tre (i tre che sono uno) se non dalla signora dell’acqua? Ma la signora dell’acqua abita presso l’origine. E come levare gli occhi verso l’origine, fissare quella profondità, senza restarne annichiliti? Può essere però che lo sguardo della signora dell’acqua raggiunga chi è in cammino. Allora l’esiliato in quello sguardo potrà raccogliersi anche > per tutta la vita>. I presagi escono dal nascondimento. E le memorie, da spente che erano, tornano a brillare nel buio. Saldamente ancorato al suo centri d’ispirazione, che vuol restare nascosto, o sepolto nell’anima, questo poemetto sapienziale di Daniele Cavicchia non chiede di essere disigillato, tradotto concettualmente, interrogato con gli strumenti della filosofia. Il concetto, la filosofia, sono la sostanza stessa di questa poesia, sono tutt’uno con essa, e quindi il lettore non viene messo di fronte a un enigma da sciogliere, bensì a un viaggio da intraprendere, una ricerca da compiere. Viaggio senza fine, ricerca inesauribile. Che le cose stiano così, è la parola poetica ad attestarlo. Eco di un eco, essa tuttavia è esattamente quella che è. Non è allusiva, allegorica, metaforica. Al contrario: è generatrice di senso. Risuona del proprio canto. Quel canto che non vuole essere riconfigurato in altra forma. Ma solo, e continuamente, lasciato echeggiare.

Sergio Givone

Prefazione

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