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ANTOLOGIA SULLA MADRE

POESIE SULLA MADRE

Abbiamo voluto dedicare questo secondo quaderno della sezione poetica dell’UCAI, Madre (Goprint Edizioni) alla Madre, a colei che dona e nutre la vita con il suo amore. Nell’ambito letterario la figura materna è una tematica ricorrente in ogni epoca ed in ogni luogo, pur adeguandosi alle varie prospettive storico-culturali. La figura della donna ha subito, attraverso i millenni, alcuni profondi mutamenti: all’inizio dell’umanità, fino al 3000 avanti Cristo, infatti, veniva venerata la Grande Madre quale Dea Unica, il suo culto era tellurico, legato alla terra, che, nel suo aspetto scuro e umido, ricorda il grembo e l’utero nei quali la vita viene generata. L’uomo era escluso dal simbolismo primitivo. Successivamente, tuttavia, si è sostituita nell’immaginario collettivo la figura del Dio maschio, che ha progressivamente assorbito in sé qualità del tutto femminili, come quella della creazione e del dare la vita, mentre la donna è stata relegata al ruolo di madre o sposa o sorella del Dio. A livello simbolico la madre, con la quale abbiamo un rapporto primario, che ci guida dalla nascita alla morte, perché si fonda su basi biologiche specifiche, può assumere una valenza sia positiva quanto negativa: con la sua forza generativa, infatti, dà la vita e la protegge, ma questa stessa forza può al contempo dimostrarsi nociva per un eccesso di funzione matrice e di guida. Nella trasposizione mistica del Cristianesimo, la madre è la Chiesa, concepita come comunità in cui i cristiani attingono alla vita della grazia. Papa Francesco, nella Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae del 21 maggio 2018, ha affermato: “Quando noi pensiamo al ruolo della donna nella Chiesa dobbiamo risalire fino a questa fonte primaria: Maria, madre”. Ed inoltre ha aggiunto: “la Chiesa è donna perché è madre, perché è capace di partorire figli”. Ci appare particolarmente interessante ora soffermarsi, nell’ambito religioso, sullo stretto parallelismo presente tra due figure femminili: Eva e Maria. Sono entrambe madri dell’umanità, ma in senso opposto. Eva, a seguito del peccato originale, partorirà Caino, il “fratricida” e sarà sottomessa all’uomo; Maria, invece, sarà madre del Redentore, il Figlio Unico fattosi uomo, per la salvezza dell’umanità, grazie al coraggio della sua fede. A delineare con chiarezza la distinzione tra le due figure femminili fu S. Ireneo da Lione nel II secolo d.C. il quale scrisse «Come Eva, la quale, pur avendo come marito Adamo, era ancora vergine… disobbedendo divenne causa di morte per sé e per tutto il genere umano, allo stesso modo Maria, che, pur avendo lo sposo, era ancora vergine, obbedendo divenne causa di salvezza per sé e per l’intero genere umano… Così dunque il processo della disobbedienza di Eva trovò la soluzione grazie all’obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato a causa della sua incredulità, Maria lo ha sciolto mediante la sua fede» (Adversus Haereses, 3,22). Il culto della Vergine si andò delineando grazie agli studi della patristica. Risale al III sec. d.C. ed esprime con poche, semplici e bellissime parole l’essenza della fede cristiana, la più antica preghiera a Maria, scritta in greco su un papiro egiziano, intitolata Sotto la tua protezione:Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.” La sua eccezionale importanza viene dal fatto che vi compare il titolo di “Madre di Dio” molto prima del solenne pronunciamento del Concilio di Efeso (431 d.C.). Nell’ambito letterario, per tutto il Medioevo fino al Seicento, a figura materna si confonde ed è assimilata all’immagine sacra della Madonna madre di tutte le madri; basti pensare ai primitivi laudari, alle laudi drammatiche di Jacopone da Todi, alla splendida preghiera di San Bernardo da Chiaravalle rivolta alla Vergine nel XXXIII canto del Paradiso della Divina Commedia, che viene riportata in questa breve antologia, per giungere all’ultima composizione del Canzoniere del Petrarca, che configura Maria, più come madre che Regina. Nella letteratura moderna e contemporanea si è, invece, progressivamente accentuato il rapporto tra l’autore e la propria madre terrena, percepita come nido, luogo di amorevole conforto. Si pensi ai versi del Foscolo nel sonetto al fratello Giovanni: “la Madre or sol suo dì tardo traendo / parla di me al tuo cenere muto, / ma io deluse a voi le palme tendo / e sol da lunge i miei tetti saluto.” Splendida è ancora l’immagine della madre di Cecilia nei Promessi Sposi: “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa…” Nel Novecento e fino ai giorni d’oggi, tuttavia, non sono certamente mancati poeti che hanno dedicato i loro versi alla Vergine fin dai primi decenni del secolo scorso, come Giovanni Pascoli nelle liriche Ceppo e In viaggio; Mario Luzi nella poesia Annunciazione, tratta dalla raccolta Avvento Notturno, componimento ricco di immagini e di suggestione ermetica; Clemente Rebora nella poesia Immacolata scrive: “Tu l’unica sorgente, o Immacolata, / donde fluisce acqua di vita al Cielo / che per l’amore in vino e vino in sangue / a Cana è pregustata e sul Calvario / versata al mondo dal Cuore Divino!”; David Maria Turoldo in Cattedrale del Silenzio innalza un altare alla Madonna: “Sei la terra che trasvola / carica di luce / nella nostra notte. // Vergine, Cattedrale del Silenzio, / anello d’oro / del tempo e dell’eterno: tu porti la nostra carne in paradiso / e Dio nella Carne”. La Beata Vergine nelle parole di questo poeta, come del resto ritroviamo nella preghiera del Monastero di Bose, viene considerata quel lembo di terra cristica, già redenta dallo Spirito Santo, cui tutti tendiamo. Molti altri autori si sono ispirati alla Vergine Maria, rivelando in tal modo la propria visione metafisica, il loro rapporto con il divino, fonte di eterna ricerca. Quasi inesauribile è, invece, il novero degli autori che hanno dedicato liriche alla propria madre carnale. Solo alcuni nomi: Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Pier Paolo Pasolini ecc… Ciascun poeta ha dato una diversa interpretazione alla figura materna, basandosi sul proprio sentire, sulla propria sensibilità ed esperienza. In tutte le liriche traspare un amore viscerale che lega i figli alle madri, un amore che può diventare anche terribile, fonte d’inesauribile angoscia, come nelle parole di Pasolini: “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. // Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: / è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. // Sei insostituibile. / Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.”. Questa antologia realizzata dai poeti UCAI, sotto la guida attenta di Luigina Bigon, vuole rappresentare un omaggio alla Madre nell’accezione più ampia del termine: Madre Celeste e Madre terrena. Ventidue sono gli autori presenti, tra questi hanno generosamente aderito al nostro invito alcuni tra i nomi più rappresentativi della poesia odierna: Gianfranco Lauretano, Umberto Piersanti, Silvio Ramat, Davide Rondoni e Paolo Ruffilli. Ognuno dei poeti citati ci ha regalato un momento importante della propria poetica e della propria Erlebnis. Già autore di uno splendido romanzo in versi Mia madre un secolo (ed. Gli specchi – Marsilio, Venezia 2002) nel quale in uno stile asciutto, scevro d’ogni retorica, raccontava la lunga vita della madre, Ramat ci ha affidato una lirica di alta e sofferta raffinatezza, pervasa da Quel non finito azzurro dello sguardo materno. Umberto Piersanti ci riporta con la sua lirica il Lavatoio in quel mondo contadino perso ed ancestrale, dal quale affiorano personaggi trasfigurati miticamente, tra questi si erge la figura della madre, celebrata dai toni di un linguaggio quasi stilnovistico. Nella lirica Nel tempo che precede così scrive l’autore: “madre ch’eri fra tutte la più gentile / persa con le tue amiche in fondo al fosso”. La musica è soprattutto ciò che guida la poetica di Paolo Ruffilli, dal ritmo inconfondibile; la sua scrittura può ricordare un libretto d’opera di Da Ponte e le immagini così vivide ed incisive richiamano chiare pennellate impressionistiche: “(Sul lungomare / in piena estate. / Lo chemisier / frizzante e / una borsetta bianca / si gira e parla. / La guardo che / mi guarda / ed è beata.)”. Davide Rondoni, alla luce della grande letteratura e della vita, trova nei versi una potente e meravigliosa bussola per vivere il presente, le sue contraddizioni, i suoi incanti. La poesia è per lui una meravigliosa allodola che si posa dove vuole. Densa di significati si presenta la lirica di Gianfranco Lauretano, dai versi concisi ed asciutti, che racchiudono, tuttavia, il racconto dell’intera vita di una madre, che si sta allontanando dal figlio per colpa di una grave malattia: “mater faticosa, dolorosa / figlia il tuo buio / sia spazio alla celeste / che solo intravedo / cieco senza i tuoi occhi”. Un altro nome da ricordare è quello della non meno celebre Mariella Colonna, giornalista e sceneggiatrice, scomparsa di recente, la quale ci ha lasciato due poesie in cui domina la luce della fede e dell’amore nella realtà del dolore più crudo. In ultimo abbiamo voluto rendere omaggio ad un nostro caro amico ed insigne letterato Enzo Mandruzzato, il quale con il suo insegnamento ed il suo esempio ci ha guidati verso l’amore per lo studio e per la poesia. In questo quaderno, infatti, abbiamo riportato una breve lirica, la numero 22, già contenuta nel libro Ti perdono la morte (ed. Scettro del Re, Roma 1999), che egli dedicò alla figura della madre scomparsa, alla quale lo legò sempre un rapporto d’affetto speciale. Infine, ringrazio tutti gli altri autori che hanno accettato di aderire a questa iniziativa: tutte personalità d’alto spessore culturale ed artistico, alle quali ci lega una lunga amicizia ed anni di frequentazione poetica, i quali hanno testimoniato, con le loro liriche, l’intenso legame che li unisce o li ha uniti alla propria madre terrena e al contempo la sincera devozione verso la Madre Celeste: incarnato astro d’amore e di bellezza, che si fa carico di tutti i dolori ed apre alla speranza. Nella poesia Alla vita scrive Mario Luzi: “la Madonna dagli occhi trasparenti / scende adagio incontro ai morenti, /raccoglie il cumulo della vita, i dolori / le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita. / Le ragazze alla finestra annerita / con lo sguardo verso i monti / non sanno finire d’aspettare l’avvenire.”

Raffaella Bettiol

Introduzione

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