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LA POESIA DI ALFONSO GATTO

LA POESIA DI ALFONSO GATTO

L’ uscita di Tutte le poesie (Mondadori) di Alfonso Gatto, rendendo giustizia a una delle voci di gran lunga più sicure e rappresentative del nostro Novecento, è uno di quegli eventi editoriali che si vorrebbe salutare con acclamazioni di giubilo. Semmai, ci si può solo stupire del fatto che, per ottenere un tributo tanto doveroso e necessario, un autore di questo calibro abbia dovuto attendere quasi trent’anni, avendo preso congedo dalla vita nell’ormai lontanissimo 1976. Ma tant’è: ancora ieri, chi volesse accostarsi all’opera di Gatto, non aveva a disposizione, in libreria, che la meritoria ma fatalmente esigua antologia allestita da Francesco Napoli per Jaca Book, priva peraltro di apparato filologico. A fronte dei 99 testi di quell’edizione, i 736 allineati ora nel volume mondadoriano, anche sotto un profilo meramente numerico, segnano un incremento davvero massiccio. Ma soprattutto l’intero corpus poetico di Alfonso Gatto, per troppi anni rimasto sepolto nelle biblioteche, a disposizione, si può dire, quasi soltanto degli specialisti, diventa finalmente accessibile a una cerchia assai più vasta di lettori. Se poi desta qualche motivo di rammarico la mancata inclusione di Gatto nel canone illustre dei ‘Meridiani’, l’impeccabile curatela di Silvio Ramat ci fa quasi dimenticare la collocazione di questo libro tra gli ‘Oscar’. Il piano dell’opera, gli indici delle raccolte e la lezione dei testi rispettano l’ultima volontà del poeta, quella che si venne assestando tra il 1966 e il 1973, in vista di una progettata ne varietur in 6 volumi per la collana dello ‘Specchio’. Abbiamo così, nell’ordine: Poesie (1929-1941), che include, tra l’altro, Isola e Morto ai paesi; Poesie d’amore (1941-1949; 1960-1972), la cui prima parte ingloba componimenti estratti dalle già mondadoriane Nuove poesie del 1950, silloge costitutivamente disomogenea e destinata quindi a successivi smembramenti; La storia delle vittime (1943-1947; 1963-1965), che accorpa alle poesie della Resistenza già confluite in Amore della vita (1944) e nel Capo sulla neve (1947) i versi più recenti di una mai assopita passione civile; quindi le più compatte La forza degli occhi (1950- 1953), Osteria flegrea (1954-1961) e Rime di viaggio per la terra dipinta (1968-1969), dove la parola poetica gareggia con l’occhio e col pennello, per ‘illustrare’ le tempere eseguite dallo stesso Gatto, notoriamente dedito anche all’arte dei colori. Seguono le postume Desinenze, che assorbono la produzione estrema del poeta (1974-1976), secondo l’impaginazione data ad essa dai suoi primi curatori a partire da appunti autografi. I testi (parecchi: ben 71) che nella sistemazione definitiva approntata da Gatto non trovarono posto in alcuna raccolta vengono integralmente recuperati in Appendice, come Poesie disperse, unitamente ad altri 14 editi alla spicciolata e mai ripresi in volume. Sempre in Appendice compaiono, inoltre, 6 imprescindibili Scritti di accompagnamento alla poesia, che insieme alle postfazioni e alle note esplicative d’autore, puntualmente allegate a ciascuna delle raccolte principali, forniscono informazioni preziose e chiarificatrici intorno alla genesi, ai risvolti, e ai contenuti delle varie raccolte ovvero di singoli testi. L’apparato filologico, poi, offerto al lettore più esigente, ricostruisce la vicenda compositiva e l’evoluzione strutturale delle raccolte, segnalando altresì le varianti a stampa di ogni componimento. E tuttavia il sussidio più importante per la delibazione di queste poesie resta senza dubbio l’introduzione di Ramat. Scorta migliore per addentrarsi nel mondo gattiano non si saprebbe immaginare: tappa dopo tappa si ripercorre l’itinerario molteplice ma a suo modo lineare di un poeta che ha saputo serbarsi fedele alla vocazione originaria, semmai scavando nelle sue ragioni più profonde, e pur mettendola ogni volta alla prova dei tempi e delle occasioni. A voler riassumere in una formula suggestiva l’intima coerenza di questo svolgimento, basterebbe evocare l’immagine archetipica dell’isola, che non a caso, assunta in limine al libretto d’esordio quale simbolo stesso della poesia e della condizione psicologica e morale in cui essa si genera, torna circolarmente ad affacciarsi, di raccolta in raccolta, fino all’altro capo, in riferimento alla forza semantica del ‘nome’, che sigilla e fissa, contro la dispersione e lo smarrimento, il senso dell’esistenza. Del resto, come sottolinea Ramat, nell’arco quasi cinquantennale della sua dedizione alla poesia Gatto non si disfece mai del circoscritto bagaglio di temi, di scenari e di parolechiave che assai precocemente era venuto costituendo, con infallibile istinto, fin dalle prime prove; anzi come pochi altri seppe alimentarlo conservandolo praticamente “intatto”, dando prova di “una prodigiosa facoltà di trasformazione”. Formatosi, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, alla scuola del secondo Ungaretti, che, rilanciando l’asse Petrarca-Leopardi, aveva canonizzato la tradizione monodica per eccellenza della lirica italiana, Gatto appartiene a “quella specie di poeti che non largheggiano nella quantità, nel numero, esercitando l’estro di una rielaborazione combinatoria ininterrotta […] su un vocabolario relativamente esiguo”. Perciò, non è difficile individuare il filo rosso che congiunge e stringe in unità tutta la sua opera. Ramat lo rinviene, non a torto, in un endecasillabo di Amore della vita, così mirabilmente ed esemplarmente gattiano da poter essere assunto a cifra memorabile del suo universo poetico: “Tutto di noi gran tempo ebbe la morte”. La dimensione dell’oltre occupa, in effetti, ogni piega di questa poesia, tanto che Anna Dolfi ha richiamato, per essa, l’immagine mitica di Orfeo che si volta indietro per guardare Euridice e il regno delle anime. Diversi tombeaux onorano la memoria dei congiunti, a cominciare dal fratello Gerardo, che aveva prematuramente inaugurato, nel 1925, i lutti di famiglia. La perdita del padre alimenta più di un testo di Morto ai paesi, mentre alla scomparsa della madre l’autore consacra un’intera plaquette, in seguito posta a sigillo di Osteria flegrea, quasi a chiudere la raccolta nel segno della morte, Sotto i colpi della sepoltura. Ma di tombe, di ceneri, di bare, di sepolcri, di marmi, di lapidi, di ossari, è affollata tutta l’opera di Gatto: un “mondo sepolto” (“Notte”) di cui il poeta è l’officiante, sopravvissuto – secondo la calzante osservazione di Ramat – quasi “unicamente per assolvere a compiti rituali”. La memoria stessa si piega, nella poetica di Gatto, a funzioni di urna mortuaria, raccogliendo le spoglie di ciò che è stato e non è più, se i morti non tornano, come non tornano la fanciullezza spensierata e i suoi luoghi di ‘paese’. I giorni hanno per questo un sapore continuo di commiato, costellati come sono di ‘saluti’ dati per sempre. In questo senso, e solo in questo senso, si attaglia a Gatto la definizione di ‘poeta degli addii’, all’imbocco di una pista metafisica lungo la quale s’incontreranno, alle stazioni culminanti, il Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni e il luziano Frasi e incisi di un canto salutare. Il viaggio per cui si parte ha in Gatto il senso, reale o simbolico, di un “passare ad altra vita” (“Addio per un viaggio”). Quello che egli getta, perciò, elegiaco e fugace, su luoghi e stagioni, equivale all’ultimo sguardo, a trattenere, quasi, solo l’immagine del distacco, mentre tutto dilegua. In quanto contempla la morte, Gatto è spesso poeta di silenzi. Poche altre parole, in effetti, saprebbero vantare, nella sua opera poetica, un indice di frequenza alto quanto questo ‘silenzio’ che convoca sulla pagina il mondo degli estinti. Di conseguenza, le voci intercettabili hanno l’“esilità” di un “susurro” che è una grazia se “lambisce” l’orecchio più attento (“Idillio del piccolo morto”). Si tratta, alla lettera, di flatus vocis, sull’orlo del silenzio di tomba in cui svaniscono. Si attaglia, perciò, alla poesia di Gatto la definizione di ‘canto fioco’, con riferimento, da un lato, alla pratica frequente di una metrica regolare incline alle misure brevi, d’impronta addirittura digiacomiana, ma soprattutto, dall’altro, alla provenienza, e quindi all’estrema labilità, di quelle voci, assimilabili all’“ombra” di Virgilio quale era apparsa a Dante sulla soglia dei regni ultraterreni, all’inizio del sacrato poema: “dinanzi a li occhi mi si fu offerto / chi per lungo silenzio parea fioco” (Inf. I, 62-63). All’effetto concorre l’adozione preliminare di un’enorme distanza, quella che separa appunto la vita dalla morte. Avendo scelto di spingere lo sguardo, da vivo, verso ciò che sta oltre la vita, Gatto ha dovuto restituirci, prima di tutto, il senso stesso di un’incalcolabile lontananza dagli oggetti, che gli appaiono, come i Carri d’autunno, “eternamente remoti”. Giusto la guerra ci sarebbe voluta, paradossalmente, per risvegliare in Gatto l’amore per la vita: una stagione fatalmente non duratura, essendo legata all’eccitazione molto contingente della lotta partigiana, ma che avrebbe lasciato un segno, se non altro, all’interno del Capo sulla neve, in versi di un turgore assolutamente inedito nella sua poesia, inclini come non mai all’eloquenza “epica” e “visionaria”, “all’afflato drammatico e al canto popolare”. Questa zona della produzione gattiana costituisce certamente il tributo più vistoso a quella nozione di “poesia come fatto etico” che tornerà, a distanza di tempo, nella Storia delle vittime, per una rilettura degli eventi dal basso, dalla parte dei ‘poveri’ e degli ‘offesi’ di sempre; e segnatamente nei versi lapidari di “Fummo l’erba”, testamento meritatamente famoso di un’intera generazione animata dall’“ansia” di non pronunciare mai una “parola” che fosse meno che “pura, seria, vera”. Gatto ci ha lasciato, di sé, un “Autoritratto” (1955) in chiave di ‘idiota’ dostoevskiano, dotato di “quell’arma di identificazione positiva che è la bontà quale forma suprema della ragione”. È in virtù di questa seconda natura che nella sua isola ideale il girovago poeta assume l’incombenza salvifica, orientativa e illuminante, di ‘guardiano del faro’, come nell’omonimo poemetto (altro impegnativo ‘esame di coscienza’) di Desinenze. Nell’“alta solitudine” del luogo rompe intermittente le tenebre il bagliore remoto della sua “parola vindice” e festosa, “rivendicando” – per citare ancora, conclusivamente, Ramat – l’“esercizio di quella ‘innocenza’” che è appannaggio del principe Mysˇkin non più che di Gatto poeta.

Giuseppe Langella

Poesia

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