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I COLORI NELLA POESIA DI VALERI

I COLORI NELLA POESIA DI VALERI

… Nelle liriche di Diego Valeri accade che, per sinestesia, ai colori si uniscono i suoni, i quali contribuiscono ad arricchire la materia poetica; ecco quindi, che i versi dell’autore acquistano un elemento in più: oltre ad essere ascoltati, come avviene comunemente, è possibile percepirli anche con l’anima. Potremo allora cogliere la voce del vento, il bisbiglio dell’acqua della laguna, il suono delle campane e persino la musica, che scaturisce da un cuore che piange o che esulta di gioia. Sono queste le emozioni che potremmo scrivere sul pentagramma poetico di Valeri dove, in linea con i poeti francesi del Simbolismo, il verso si fa suono e si può cogliere la perfetta combinazione di suono e colore. In tutta la sua poesia si coglie questo aspetto di fusione fra arti; ma il connubio pittorico-musicale si riscontra in modo particolare nella produzione giovanile, in cui, come ho già accennato, i suoi versi recano titoli come Preludio, Canzonetta, Romanza, dove i metri più usati oscillano tra il decasillabo, che si accorda con il ben ritmato endecasillabo, e il novenario cantato per mezzo di rime baciate o alternate. Ecco allora che il poeta si impegna in difficili tentativi di trascrizione semantica di alcuni pezzi musicali. I rimandi alla sfera semantica della musica si manifestano inoltre nella produzione matura in titoli come Scherzo e finale (1937), Terzo tempo (1950), Il flauto a due canne (1956). Kandinskij stesso ha ricercato il “suono interiore” dei colori, delle forme; ne ha fatto addirittura un cardine della propria indagine pittorica. Tutti i colori hanno “un profumo spirituale” e una “qualità musicale” che ne esprime l’essenza. Una sua opera, dal titolo paradossale Il suono giallo (1912), prospetta una tecnica innovativa, che presenta la possibilità di udire i colori e vedere i suoni. Per Valeri credo si possa parlare di una sinfonia della natura, rappresentata per mezzo della “musica cromatica”; la sua lingua accorda l’oro dei mosaici al colore della laguna, il volo dei colombi al gorgoglio dell’acqua sotto il remo. L’arguto senso del colore deriva al poeta dal paesaggio di Venezia e contribuisce ad avvalorare la tesi di Vittorio Zambon, convinto che “un determinato ambiente geografico e culturale produce manifestazioni d’arte sue proprie”. Tutto è osservato dal poeta in una prospettiva di toni prettamente veneziana. È come se Valeri cercasse in ogni luogo, che descrive, aspetti che gli ricordino la sua amata città, assunta a modello ideale di bellezza.

Chiara Manfrin

diegovaleri.it

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