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DIALETTICA AMOROSA IN RAFFAELA FAZIO

DIALETTICA AMOROSA IN RAFFAELA FAZIO

Raffaela Fazio in L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni) interpreta la dialettica amorosa come un’intensa dinamica vitale, che richiede sacrificio e abnegazione, che consuma e impegna l’esistenza senza riserve, in un dono totale di sé che comporta il trascendere il proprio io per abbracciare l’altro: “Io sono / la punta dell’iceberg boreale / e sotto / ci sono ancora io / ma con un altro pronome personale.” (Dalla sezione Alter ego).  Ciò richiede “l’arte di cadere”, appunto, un salto nel buio, in un abbandono fiducioso ed estremo, disponendo a tagliare gli ormeggi di ogni punto di riferimento e sicurezza, per naufragare audacemente nell’eterno: “Del tatto e delle sue lusinghe / non si fida chi teme / la deriva delle superfici / la bruma / l’erosione lunga e vorace. / Ma io / viva / a te mi stringo / sapendo che tutto cambierà / perché è un corpo vasto / anche il più casto / amore / e quello vero / che non ha punti fissi / né bastioni / ma un raro felice assecondarsi / di voci e proporzioni.” Finché si resterà ancorati alle proprie paure e false certezze, infatti, senza lasciarsi mettere in discussione e ferire dalla realtà,  non si diventerà mai capaci di amare (“l’arte di amare” di Erich Fromm fa da eco al titolo di questo libro), come è espresso in questo pensiero posto ad epigrafe dei testi: “L’arte di cadere non esiste quando si ama. Si cade e basta. Verso l’alto, nell’abbandono. Verso il basso, nel distacco. E sempre c’è una parte di noi che ci lascia. E sempre quella che resta rinasce, ad altezze diverse.” È infatti un’arte raffinata e sofisticata, anche se semplice è la sua chiave di lettura: “Quanta destrezza ci chiede questo amore / senza né bozza modello commissione / se anche il pittore / che tutto ha in mente prima di iniziare / si deve poi accordare / con il bianco / un po’ recalcitrante sulla tela / col verde / che vira e si converte per un niente / col viola paesano / col rosso che non c’è / ma che è in agguato.” È un gioco incessante di contatto e distacco, in un tira e molla di cui una forza superiore tiene le fila: “Verso di me cammini. / Ma vicini / lo siamo e non lo siamo / non per velocità del passo /o spazio sopraffatto. / Persino / ti guardo dirimpetto / e sei come già volto / quasi io non sapessi / l’espressione / che hai quando ti penso. / (…) Eppure / qualcosa in noi coincide. / È forse un moto lieve / una rivalsa / un battito del polso / che s’intona / di colpo con tutto l’universo.” È necessario fare attenzione a non disperdere il tesoro prezioso della felicità che ci viene elargito nel momento propizio (il kairòs) della perfetta intesa, delibandone fino in fondo la deliziosa coppa, altrimenti, nella impietosa rapina del tempo, si rimpiangerà di non aver goduto fino all’ultimo istante e in pienezza di quell’età dell’oro: “Ci si perde. / Un poco alla volta / se non si fa attenzione. / E invece la vita / andrebbe stretta / bene. / Dell’ultima frase che ti ho detta / non ho sentito la fine: / mi ero distratta / a guardarmi partire / (mentre a un’altra me / provavi / la scarpetta).” (La mezzanotte). La vita è come una rischiosa traversata, per quanto ci si voglia salvaguardare in questa pericolosa navigazione, i calcoli non risultano mai esatti di fronte ai marosi e agli imprevisti: “Ma adesso / che l’acqua s’ingrossa / il cielo accorda la distanza / e il portello è chiuso / l’amore non quadra: / dispari è la vita / e io non so tuttora / chi è l’intruso.” (Trecento cubiti). La fecondità dell’amore è proprio nel morire, come insegna la parabola evangelica (“se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, Gv 12,24): “Tutto il buio / è qua nel mezzo / di due alibi perfetti / per la nostra infertile saggezza / perché / al trapianto / seguirà il rigetto / se quello che ora ci ferisce / non si radica / in altezza / se non conquista tutto / se infine non marcisce.” (Me lo ripeti). A nulla vale tentare di schermirsi, di opporre resistenze, di segnare confini, il sentimento amoroso è come una marea inarrestabile che al suo passaggio tutto travolge: “Arrivi lì lì / ti dico Stop / ma il tempo che impiega il mio divieto / a ricomporsi / sei passato. / Ho smesso di contare / i miei confini. / Non ho posti di blocco / filo spinato. Persino in pieno giorno mi attraversi / e una stanchezza di occhi / mi tradisce.” È come abbandonarsi all’ebbrezza selvaggia del vento, che non si può in alcun modo controllare e  che soffia in ogni direzione: “Ma poi anche il vento / come ogni morte cessa. / E quando cessa / mi lascia dove s’arresta: / una pendenza una cresta un pianoro / una parte di me / dove la speranza che torna / non è più la stessa.” (Grecale). Nell’unione nuziale si offre il proprio corpo come dono totale che riecheggia quello supremo del sacramento dell’Eucarestia: “ti do il corpo pieno e teso / lo puoi usare / già a distanza / ma se sbagli coordinata / si sbilancia / crolla inghiotte impalcature / però resta / il contorno di un fragore / sciolta sagoma di un’anima / che è in festa / se da lei poi ricomincia / sempre e quando lo vorrai / un più intenso / ambrato gioco di shangai.” L’amore sfiora in se stesso il divino: “E c’è l’altro / che è complesso / sempre in cerca di se stesso / col difetto / di mutarsi in quel che teme / o in ciò che spesso incontra / così che non è sicuro / quando e come – se c’è stato – / sia passato. / Ma lo dico ancora mio. / Poi c’è / Dio.” Esso è fecondo e genera creature meravigliose che hanno la benedizione di Dio in fronte: “Il miracolo. / Eccolo di nuovo. Tra pinnacoli / di voci di bambini / e una babele di visini arrossati / si è incarnata la parola. / Ha denudato la sua natura : la non  misura / il rimando il tutt’altro perenne / l’ossimoro del vero / che davanti alle quinte / se ne sta serenamente / come chi ha sei anni / e in un canto / in un verso di Dante / rilancia in alto il mistero / leggero / inarrestabile / dopo averlo tenuto a mente.” (Termine fisso d’eterno consiglio). Si percepisce tutta la tenerezza materna di cui si circondano i propri bambini: “Vi annuso / oltre il fossato / largo mille e un passo. / Dolce è il saccheggio / della notte / ma il ponte levatoio / se mai s’abbassa / arriva a quella me che ha barattato / per una scorciatoia / carne e ossa.” (La notte vi ruba); “Capita / che il mio niente da dirvi / coincida / col vostro niente da raccontarmi. / Allora più concilianti / siete preda / dei miei baci farneticanti.” (Coincidenza, per i miei bambini). Lo stupore di un prodigio così straordinario come un figlio suscita infinita gratitudine e una trepidante invocazione di protezione: “Inerme è questo tempo / che mai potrà bastarmi / se ancora di me io non conosco l’onda / più bella contagiosa / capace di portarvi / in riva al mondo. / Né trovo il filo d’oro / che teso / si dipani e vi accompagni. / Così per voi / mi resta una preghiera: / chiedo che audace una foresta / incendi il Minotauro / o sempre lo sovrasti.” (Per i miei bambini). Si vorrebbe lasciare la vita quando è al suo apice, per non vederla dolorosamente digradare: “Lasciare la vita / quando tutto è perfetto: / i figli capaci d’amore / il callistemon in fiore / un bacio mai spento / un invito inatteso / il più bello.” Infine, si riconosce che la sorgente dell’Amore è Dio, Alfa e Omega di ogni vita, fonte di ogni grazia, della comunione d’anime e della pienezza di felicità: “Ti scordo spesso mio Dio lo confesso. / Eppure per te / ho un amore piovasco. / È al sole, all’asciutto / che con tutto ti confondo. / Ti confondo anche col passo / che riesco a sopportare / se pecco / per sfasata imitazione. / Del tuo infinito arboreggiare / mi credo propaggine bislacca. / Ma altro non sono / che il Finito perfetto: / sulla tua frondosa / amorosa / Alterità / insetto stecco.” (Camouflage).  Raffaela Fazio eleva un inno suggestivo e intenso all’amore – attraverso un linguaggio rigoglioso di immagini e di levità poetica -, declinato nelle forme più comuni della relazione sponsale e della maternità, cogliendone l’essenza profonda e inviolata che nutre l’esistenza e la trasfigura dello splendore divino, nella sua forza generatrice che scaturisce sempre da un morire, l’arte di cadere, appunto, – dal baricentro del proprio io – per esplodere nel grido universale di resurrezione.

Flavia Buldrini

Literary.it

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