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RICORDO DI ANTONIO SANTORI

RICORDO DI ANTONIO SANTORI
C’è sempre stato un Altrove nella mente e nella parola di Antonio Santori (Montreal 1961- Civitanova Marche 2007). Ne era davvero convinto, esiste un atto, quello del nominare, attraverso il quale l’uomo investe di significato, dà un compito e quindi un senso ad ogni elemento della realtà. Come fosse davvero possibile uscire da sé per arrivare al … fondamento dell’essere. E tornare, dopo aver ascoltato e visto. Ma tornare da dove? Da un luogo Altro, dove è come se le cose esistessero in attesa di essere scoperte e portate alla luce. Un limen, un confine da attraversare, una linea sopra la quale tentare di mantenere l’equilibrio per provare così ad osservare e ascoltare quello che la Natura ha da dire, un attimo prima che fossimo noi a farlo. Un luogo ideale? La mitica sede dell’Esperanto? La memoria ancestrale? Un sogno, un incubo? Il porto sepolto? Dio? Non è certo facile rispondere, non è facile trovarlo questo locus, esserci; tantomeno crederci. E raccontarlo? Il poeta, quello vero, secondo Santori ha tale missione e perciò, un poco Ulisse, un poco Giona, Pinocchio, Prometeo, deve partire, osservare, fare, riportare. È un’epica, quella del nominare. Quasi una responsabilità civile. … Il desiderio è dentro me, il desiderio è un’ombra nel buio: “Che cosa hai fatto Antonio? Hai pensato di vivere / nei corridoi di un’ altra stanza. Ti sei acquattato / a Giaffa, come un ladro. Ma quando il capitano, / sulla nave per Tarsis, ha urlato: Chi e là? / ti sei sentito perso. Non sapevi cosa dire. / Così ci hai ripensato / e hai parlato di desiderio, di un senso / in ciò che facevi. Hai mentito. / Erano però già fuggiti tutti / da un’ altra parte …” Volevo essere infinito: “Allora hai detto / di avere imparato e hai di nuovo / mentito e poi pianto. Stavolta veramente, / disperatamente. / Non è bastato, non è bastato” (La linea alba, pag. 11). C’è sempre stato un modus per fare poesia, uno per condividerla, uno per comunicarla. Operazioni legate da un filo comune ma nella sostanza profondamente diverse, come diversi sono gli atteggiamenti che le fondano: l’ascolto, la parola, l’immaginazione. Non si fa poesia senza l’Ascolto, quello con la maiuscola, quello che presuppone la consapevolezza della propria solitudine e nello stesso tempo la speranza/illusione di una voce Altra. Non si condivide la poesia senza la parola capace di nominare le cose e il sentire, o quantomeno di decifrare tale tensione. Non si insegna, non si diffonde la poesia senza la capacità di immaginare un dialogo, una sintesi che prima o poi si realizzerà, un approdo: “Se bussi sul muro / con timido rispetto / puoi sentire il pugno / di un altro / che bussa / sul muro / (non un’eco)” (Albergo a ore, pag. 27). Ma soprattutto non si potrà mai scrivere se non si trova il coraggio di salpare per un lungo viaggio verso l’Oltre, disposti al naufragio, a bruciare la nave se occorre, a contemplare l’invisibile, a mentire pur di raccontarlo. Antonio Santori è stato tutto questo. Poeta, saggista, insegnante ed operatore culturale, ha saputo unire come in una grande chimera il fare, il condividere e il divulgare poesia. È stato capace di cucire, da infaticabile amanuense, l’ascolto alla parola, la parola all’immagine e quest’ultima al non- nominabile. Ha tradotto la sete di sapere in libri, convegni, laboratori, festival culturali e i suoi versi sono ora in un volume voluto dall’omonima fondazione e da Cristina Romiti (Opera poetica, a cura di Angela Bianchi e Cesare Catà, Italic Pequod, 2017) che racchiude l’intera pubblicazione dell’autore: da Infinita del 1990 ad Albergo a ore del 1992, da Saltata del 1996 fino a La linea alba del 2007. È una traversata passare tra le stanze di Santori, un cammino dentro la parola che racconta un percorso alto e luminoso o se preferite scuro e abissale, comunque epico. La strada impervia e tempestosa, il mare in solitaria, per arrivare a nominare le cose e dare senso al mondo e alla vita. Un tentativo dall’esito niente affatto scontato. La poesia di Santori, infatti, trasuda spirito tragico, senza mai però certificarlo. Come se l’atto finale non fosse ancora stato scritto, o meglio come se la soluzione fosse da decifrare tra le righe, sempre ammesso che una soluzione … esista: “Darti del tu, così. / Non è strano? / Non sono strani anche / i gatti che fuggono, / qui, dentro di me, / e mi dicono: è ora? / Ci sono consigli stupendi, / a volte, negli occhi dei gatti. / È ora di andare, lo so. / Ma dove? Qui / Non ci sono porte. / Andare dove? / Io non sono la morte” ( Saltata, pag. 115). Una filosofia in versi più che una poesia filosofica. Uno stile a volte prosastico, essenziale e chiaro, in altri momenti criptico, alchemico e mitologico, perché è pur sempre l’inesprimibile che Santori ha provato a rivelare: “La linea alba, la pagina bianca del possibile / e del necessario davvero non è un problema / di libri e di registri, dove contare le assenze / e le presenze, è il timone a sopravvento che conduce / verso le balene ubbidienti alla voce del Signore / ascoltando il ritmo del cuore intuendo aldilà / la resurrezione o la discesa negli inferi eterna, / è trasformarsi nella ripetizione divenire restando fermi,mantenendo i passi nell’animale labirinto, / il più grande animale della creazione, / senza dubbio non è un problema di fine / quadrimestre, di insufficienti valutazioni / e di impreparazioni, un problema di universali / ripetenze, è raccogliere il buio d’inchiostro …” (La linea alba, pag. 55). Ho conosciuto Antonio sul finire degli anni 70, quando eravamo studenti di scuola secondaria. Ho studiato insieme a lui all’università di Lettere e Filosofia di Macerata negli anni 80, abbiamo condiviso qualche mese di servizio militare e poi negli anni 90 ho frequentato e collaborato ai laboratori di poesia che ha diretto fino al 2007, anno della sua morte. Posso dire che prima di essere stato ottimo insegnante e scrittore, è stato un amico che mi ha avviato alla poesia stimolando la curiosità ma al contempo ricordandomi l’ importanza di uno studio serio, costante, profondo. Si diceva dell’Ascolto come luogo della poesia, condizione necessaria. E di questo mi parlava Antonio poco più che ventenne, quando nei grigi pomeriggi invernali lo incontravo che vagava tra le stanze di Palazzo Romani Adami in via Crescimbeni, sede dell’università. Aveva l’aria stravolta, veniva dai piani superiori, dove era rimasto assorto negli studi in qualche angolo dimenticato vicino una finestra fin dalla prima mattina. Amo le finestre, diceva, mi parlano dell’Altro e quando le ascolto mi dimentico di me. Leggeva famelico Heidegger, Nietzche, Gadamer, Freud, Levinas. Il pranzo gli passava di mente e allora si andava insieme a cercare un tramezzino al Bar Faraoni in Piazza della Libertà o al bar Firenze poco più giù, in via della Pescheria Vecchia, dietro il cortile di Lingue e Psicologia: le ragazze erano più alte e più belle in quel dipartimento, e un po’ meno timorate di dio. Succede che nevica a Macerata in inverno, e così passavamo ore nei bar a parlare e a sbirciare dai vetri i fiocchi grandi e la coltre bianca che aumentava, in attesa dell’ultimo bus, quello delle venti, che ci avrebbe riportato a Civitanova. Mi raccontava che aveva conosciuto Remo Pagnanelli e Guido Garufi, con i quali aveva discusso di Luzi e di Bigongiari, di Sereni e Caproni, di Pessoa e di Bartolo Cattafi; c’era l’idea di incontrarsi periodicamente, magari ai microfoni di una radio (ce n’ erano ancora di libere nei primi anni 80) oppure intorno al tavolo di una rivista letteraria nuova, da fondare. Erano sconosciuti per me quei nomi ma tanta era la passione e il fervore con cui Santori ne parlava che andai presto a leggerli, a studiarli. Conobbi Remo e Guido, mi sentii tra loro un poco inadeguato, fuori luogo e continuai a leggere, a curiosare tra la poesia contemporanea nelle Marche, in Italia, in Europa, nel mondo. Non ho più smesso. E naturalmente chiesi ad Antonio dei suoi scritti: mi parlò di un progetto, mi diede dei fogli, tanti, battuti a macchina. Anni dopo, quando mi regalò il suo primo libro di poesia, riconobbi questa: “Eppure sono tue le parole / del prodigio iniziale. / Dalla tua voce ripeti / ancora la vita / che davanti a noi / si rinnova, l’assenza / di steccati sul confine. / Sono tue le pause / divine. Ma scandite / dai tanti corpi / che incontriamo, coperti / ( come noi ) da divise. / Così anche l’onda / che sbanda ai nostri / piedi, ci appare / senza ritegno e tu / non puoi pensarla” (Infinita, la conca, pag. 47). Si davano gli esami, qualcuno andava bene, qualche altro meno, si curiosava nei cinema, nei teatri, si ascoltava musica, si leggeva e discuteva di poesia, filosofia e critica psicanalitica. Le ragazze andavano matte per chi le rassicurava, per chi diceva loro che le avrebbe aiutate a capire. E nacquero le storielle, le simpatie, le storie serie, le passioni, gli amorini, gli amori veri, i fidanzamenti e i matrimoni prossimi a venire. Ci perdemmo di vista per un po’. Lo ritrovai nell’Aprile dell’88 dentro l’ufficio fureria del distretto militare di Macerata. Eravamo entrambi caporali di fanteria ed io avrei passato lì, dietro qualche inutile scrivania in qualche ufficio dimenticato, gli ultimi mesi del servizio di leva. Antonio era l’addetto ai servizi, mi diede il benvenuto mettendomi di guardia tre fine settimana consecutivi. Dopo questi, avrai finito, mi disse, meglio levarseli di torno subito. Non lo ringraziai ma neanche me la presi più di tanto: a lui piaceva comandare ed io in fondo ero a casa e sul punto di finire l’anno di militare. Nel cortile del distretto parlammo anche di poesia in qualche bella serata primaverile, mi disse che leggeva molto, che scriveva, che pensava al suo primo libro, che aveva grandi progetti. Il giorno del congedo mi lasciò il numero di casa, lo chiamai un paio di anni dopo, quando seppi che dirigeva il Laboratorio delle Marche. Viveva con la famiglia in un meraviglioso casolare, studiava in un loft biblioteca dalle pareti altissime. Aveva messo su una ditta di smaltimento e riciclaggio olio, la prima nella zona; aspettava l’arrivo di Internet, ci raccontava che era un sistema usato in campo militare e che presto sarebbe stato alla portata di tutti. Voleva essere il primo a connettersi. Io naturalmente non capivo a cosa si riferisse quando parlava di rete globale e di ipertesto ma mi fu subito chiaro che era proprio il caso di frequentare i suoi laboratori. Va detto: sulla strada Antonio Santori non solo ci sapeva stare, spesso camminava un passo avanti. E noi lo seguivamo; “Ancora altre valli / nascondono il segno, / che forse è là / ma non puoi raggiungere, / lo slargo sterrato / non per sbaglio, la tacca / profonda nel fango / che un’ignota scarpa / ha creato. / E forse è vero ciò / che dicono gli uomini / dell’ultima baracca: / giurano che lo stesso / villaggio è un maldestro / incaglio per possibili / salti, un epilogo / tentato dai misteriosi / amanti dell’inizio” (Infinita, la conca, pag. 36). Gli anni 90 e i primi del nuovo millennio furono quelli della grande attività culturale: laboratori, riviste e concorsi letterari, convegni e festival, una casa editrice, fervidi contatti con i più autorevoli esponenti della poesia italiana ed europea. E però ancora ci capitava (sempre più raramente, a dire il vero) di rimanere soli a chiacchierare. Passeggiate lungomare o allegre e visionarie dissertazioni seduti sulle comode poltrone di casa sua, persi tra i giochi della mente dentro stanze larghe, aperte, col vino buono e le tante, troppe, immancabili sigarette tra le dita. Non esisti come poeta se non trovi il modo di farti ascoltare, è indispensabile arrivare, essere dappertutto, ripeteva. Il punto è che per scrivere hai bisogno dell’esatto contrario, della solitudine serena, del contatto profondo e autentico con l’essere delle cose. Senza l’ascolto non puoi nominarle, le cose. E nominare era il necessario per la sua poesia. Era il suo rovello costante, il duello epico: “A volte sognavi di entrare / nella pelle, di entrare / dolcemente, freddamente. / Come la pioggia / che scende dentro il mare. / Perché come il mare / sentivi di essere settembre, / di proteggere l’odore / dell’animale ribelle, / sgusciante nell’acqua luminosa. / Non chiedevi l’amore. Sognavi / di inseguirlo nell’aria sospettosa della terra del Nome, / tra i silenzi delle cose, / dove un giorno hai dormito / come un colore … / Come una cosa. / Come le cose / del mondo che rimangono / cose. Cose ignote / e sole. Silenziose. / Tu lo sapevi da sempre / che io non ero là / ma nel dolore / delle cose, delle cose / del mondo che rimangono cose. Io non ero là …” (Saltata, pag. 14, 17). La diagnosi terribile fu durante il mese di luglio, io, come tanti di noi, non ne venni a sapere. Mi trovavo in America latina il 30 Agosto del 2007, quando la malattia incurabile l’ha ucciso. Per me fu il classico fulmine a ciel sereno. Lo avevo incontrato casualmente in riva al mare ad inizio estate, giocava con i figli e con Cristina, stava bene. Ai bambini toglieva con le mani la sabbia dalle spalle, li invitava a fare il bagno, a non aver paura del freddo e del mare. Sorrideva. Ed era aperto e luminoso, ma fugace, proprio come il mese di giugno, quel sorriso. Nessuno sapeva nulla. Ci vediamo Antò, mi disse. Ci vediamo Antò, gli dissi con la solita pacca sulle spalle. Non è più successo. Oggi restano i ricordi, i suoi libri, resta la passione che mi ha trasmesso per la poesia. Mancano le parole, manca la frenesia di fare, la folle capacità di tradurre il silenzio. Mancano quegli occhi attenti e profondi, vivi. Mancano i contorni di quel volto accigliato, nascosto dal fumo della sigaretta sempre accesa. Sempre accesa. Micidiale. A lui piaceva … dire … micidiale: “Perché essere in questo luogo / è molto, e certo dire / dove siamo / è il nostro compito. / Oscurità e acque, / albe,ventre / dell’inferno, albero / di prua, inseguimento. / E, vedi, il corpo, / il nostro corpo soltanto / può dire / bianco, tellina, lontano, / vento, blues, inverno, ombra /delle cose, aldilà, Ascolta, / bacio. / Pensaci, / è un privilegio dire / odore delle case, mano / sopra la pelle, / la prima volta. / Dire infinito / nelle erbe, è accaduto / è strano, / sorellina, madre, / stelle. / Dire / per sempre, / innevato, accanto, / spaventato, / sono / esistito. / Per questo mentre / vivo tutto mi sembra / innominato” (La linea alba, pag. 98, 99).
Antonio Malagrida
Pelagos

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