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LE VISIONI DI ROSSI TESTA

LE VISIONI DI ROSSI TESTA

«Pentecoste» appartiene alla stagione felice di una creatività cui non posso non pensare con grande affetto e con qualche rimpianto, pur essendo ormai conscio dei suoi limiti e persino dei suoi pericoli. Salutato ai miei esordi come “un inquietante Lautréamont“, negli ultimi anni, con un carico di esperienze non sempre liete ed invero anche in modo reattivo, mi sono riaccostato alla mia maniera originaria; ma nella seconda metà degli Ottanta ebbi una specie di grazia, che mi diede accesso ad una serie di “visioni intellettuali” e m’indusse ad oggettivarle in versi che tentavano di avere l’essenzialità dell’icona e l’organicità della cattedrale. Di tutto ciò resta traccia, oltre che negli inediti che forse presto non saranno più tali, in alcune riviste e in un libro, Stanze della mia Sposa (Hellas). Nacque così una poesia il cui termine di riferimento era la canzone dottrinale del Due-Trecento: una poesia programmatica, che voleva sospendere se non annullare i paralizzanti effetti delle consapevolezze novecentesche: che coniugava la costruzione e lo slancio, l’ardore e il rigore: appassionata ed argomentativa, tanto da essere a volte abbozzata in prosa, splendidamente incurante di ogni accusa d’essere anacronistica, velleitaria e pompière. Ebbi dunque una specie di grazia, anche se non posso dire se fu una grazia davvero; né posso essere io a giudicare se ne feci un buono od un pessimo uso. Quello che è certo è che, qualunque cosa sia stata, l’ho pagata assai cara, in tutti i sensi; ma che nondimeno ne è valsa la pena, poiché grazie ad essa sono riuscito, al di là dei risultati, a lanciare una proposta, a porgere un dono; proposta e dono che non credo siano gli unici della mia vita, ma che reputo senz’altro i migliori. Cosicché, quando quella luce si è attenuata, offuscandosi, e la mia fede ha vacillato, ed io sono, come si dice, rinsavito, non ho solo e semplicemente chiesto il perdono del prossimo e l’assoluzione di un prete, disponendomi a morire, ma ho tentato di proseguire, a scrivere e a vivere. Ed ho tentato di proseguire proprio nel ricordo di quella luce; poiché le fiamme di quella Pentecoste erano sì ormai fredde e non più visibili con gli occhi del corpo, ma in esse avevo ricevuto un’ordinazione che, lo sentivo, in me e nel mio mondo continuava ad operare incessante: dal momento che ciò che è stato una volta in modo autentico e intenso non viene mai meno, è per sempre.

Roberto Rossi Testa 

Superzeko

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