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NUOVI CONFINI IN ANNAMARIA FERRAMOSCA

 

NUOVI CONFINI IN ANNAMARIA FERRAMOSCA

«mano che scrive / parla con il tempo / scrive   ostinata / prima del nuovo diluvio […] / mano che scrive   ostinata / a fermare il tremore»

La poesia può invitare l’irreale a sognare il reale. La poesia, questa “mano ostinata”, evita che il mondo esterno ci soffochi con  sigle, codici, canoni, gabbie. Impone una “visione interna” delle cose che le renda irripetibili, sempre altre. La condizione del poeta, il suo personale ‘percepire’, è stare ad occhi aperti tra sonno e veglia, affabulando: «il silenzio delle pietre non è assoluto / scavando li senti farfugliare i morti / raccontano di semine  di gelate nella vigna / dell’ultima nascita» e cercare con le parole, in metamorfosi continua, una imperfetta trascrizione del mondo. Da questo stato di dormiveglia, di trance potente, nasce, per Annamaria Ferramosca, un assillo di parole, gettate nella realtà come proiettili che tentano di sgretolare muri e afasie, cercando di fissare nuovi confini – parole consapevoli che falliranno e vinceranno insieme. Samuel Beckett ci racconta che bisogna cercare ciò che è nascosto, i buchi tra le parole. Non ci si può accontentare di meno. Ferramosca lo sa. Occorre scavare una luce nel disordine delle cose e proporre nuove utopie: «domani / costruiremo forse ripari su altri pianeti / lontano da quell’uomo / che là striscia   feroce». Ciò che domina il mondo è un cupo, confuso disordine. Scavarvi una luce è imparare a vedere con occhi arrossati e stupefatti quando non si dovrebbe. Scrivere con frasi che si sprigionano, che illuminano o accecano, ma lasciano il dono delle mani, modellano il senso della forma, la gioia del canto. Forse non è neppure un canto: è un farfugliare fioco, affannoso, si evoca un temporale, un destino, un paesaggio o chissà cosa, e il sangue resta sulle mani, sulla faccia, bisogna asciugarlo, ma c’è stato. «Se ho la sensazione fisica che la mia testa è tagliata» suggerisce Emily Dickinson «allora è poesia». Eveline Schatz, parlando della ‘tessitura plurale e indemoniata’ dei testi di Chlebnikov, scrive: «La metafora si distacca da quella della sua poesia e rimanda all’immagine di un organismo che cresce per espansione vitale, che può essere letto senza la garanzia dell’autore: come  i testi sacri». E quale organismo ha maggiore espansione vitale di questa poesia accesa, potente, evocativa, imperiosa, che dal teatro del suo essere nuda va alla ricerca di una libertà delle cose e degli uomini, di un ritorno dell’essere umano alle sue radici naturali: «infine è albero   respira   / i rami tesi come domande definitive / si lasciano appendere di  parole scritte  / su melagrane di carta a maturare / speranze di  vita  / nonostante». Andare per salti (Arcipelago Itaca, 2017) evoca la mossa del cavallo, che nel gioco degli scacchi è mossa obliqua, improvvisa, intelligente ma anche pulsionale (non è un caso se Viktor Sklovski, il formalista russo, intitolò La mossa del cavallo uno dei suoi saggi più personali e irriverenti); ma non possiamo ignorare i giochi infantili che, nell’impulso di “andare per salti”, trovano bellezze chimeriche, rischi totali. Non è un caso se Annamaria impugna il frammento della poesia come un’arma di luce: «al delta tutto si rimescola / il mare ribolle di fiducia / tuo sguardoluce senza / bisogno di parole / è questo pulviscolo che naviga / dalla tua alla mia fronte a / farmi vivere    farmi scrivere / di te senza timore / che la penna mi cada dalle dita». Se “le responsabilità cominciano dai sogni”, come scrive Seferis, lo scrittore dovrà assumersi, come regola fondamentale, la ricerca dei modi e delle forme in cui chiarire il suo, di sogno, del quale è unico responsabile. Ferramosca ne prende il peso su di sé, descrivendo il suo incontro con il mondo martoriato, le sue vittime, i disastri della civiltà: «cerca – ad esempio – il profilo di un vecchio / seduto sulla pietra al sole   siediti accanto  / inizia con un’inezia   parlagli di vigne o di mare / accogli la sua lingua spezzata che trasforma  / la piazza in fantastico teatro  / di strampalati racconti   / fanne ricordi fermi per l’inverno     / vento caldo di favole ai tuoi figli». La verità è nell’attimo magico della risonanza, nell’incontro fra un oggetto che sfugge e una mano che cerca di tracciarne il contorno dentro la forte affabulazione del dire. Fra le vite, le voci, i colori, le passioni che la pervadono, Ferramosca alza il suo canto impetuoso e necessario, rivoluzionario e poetico, dove anche le pause fra parola e parola, cariche di energia, trasfigurano l’aspetto visibile delle cose con lampi verbali perturbanti. E nello stesso tempo mettendosi in umile ascolto del pulviscolo di parole da cui ogni giorno siamo invasi: «è vero   è un pulviscolo di parole  / che invade l’universo   lo informa   lo plasma / se ti metti in ascolto puoi avvertire  / le onde d’urto   come nel bosco / il colpo secco dalla corteccia  / il tuffo della rana di Basho / un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose  / e quella nostra stramba contentezza  / nell’ascoltare». In un certo senso Ferramosca si avvicina alle parole di Celan quando scrive: «S’accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando».

Marco Ercolani

Perigeion

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