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IL QUOTIDIANO DI PATRIZIA CAVALLI 

IL QUOTIDIANO DI PATRIZIA CAVALLI

“Adesso che il tempo sembra tutto mio / e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena, / adesso che posso rimanere a guardare / come si scioglie una nuvola e come si scolora, / come cammina un gatto per il tetto / nel lusso immenso di una esplorazione, adesso / che ogni giorno mi aspetta / la sconfinata lunghezza di una notte / dove non c’è richiamo e non c’è più ragione / di spogliarsi in fretta per riposare dentro / l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta, / adesso che il mattino non ha mai principio / e silenzioso mi lascia ai miei progetti / a tutte le cadenze della voce, adesso / vorrei improvvisamente la prigione”. Le parole – semplici e quotidiane, ma dure e brillanti come gioielli – che animano i versi di Patrizia Cavalli (da Poesie, Einaudi) sembrano realizzare con facilità soprendente una fusione inattesa tra precisione chirurgica e passione bruciante, imponendo nel contempo, nell’apparente distacco, la presenza e l’assenza della persona amata. L’aggettivazione ‘ingrandita’ rispetto al resto del quadro (“il lusso immenso”, “la sconfinata lunghezza”, “l’accecante dolcezza”), così come l’avverbio “improvvisamente” che nel finale si scopre a invocare ancora la schiavitù dell’amore, campeggiano drammaticamente in quello che poteva sembrare il ritorno alla tranquillità e che invece si rivela la forma più dolente di una rassegnazione tutta illusoria.

Gigi Cavalli

Treccani

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