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RABONI: IL CORPO L’ANIMA

RABONI: IL CORPO L’ANIMA

Il corpo, l’anima… Ha scritto Giovanni Raboni a proposito di Claudel: «Si è sempre insistito molto – e, curiosamente, sia da parte dei suoi ammiratori che da parte dei suoi detrattori – sulla “materialità” dell’ispirazione e della scrittura di Claudel, sul fortissimo tasso di “corporalità” presente nella sua poesia lirica e teatrale. Cito, per tutti, Thibaudet […]: per Thibaudet, Claudel è “poeta della materialità dei dogmi, delle devozioni, dei sacramenti, delle immagini, di tutto quanto la religione, essendo umana, può e deve comportare di corporale…”. Descrizione precisa, e da sottoscrivere, ma con una correzione o precisazione essenziale: oltre e più che la religione con i suoi apparati e le sue cerimonie, è il mondo intero – il Creato, appunto, con il suo drammatico, atroce, esaltante convivere e combattersi di materia e di spirito, di carne e di anima, di impurissimi corpi e di purissime voci – ad apparire a Claudel come un tutto inscindibile, all’interno del quale non c’è pensiero che non pesi e non sanguini e non c’è ferita per quanto infetta e purulenta da cui non si sprigioni un sospetto, un profumo di salvezza» (Claudel, il corpo e le voci, nel collettaneo La poetica della fede nel ‘900. Letteratura e cattolicesimo nel secolo della «morte di Dio», Liberal Libri 2000). A tanto caro sangue, appunto, tra le cellule stesse, vorremmo dire, di quella «membrana segreta» che, unendo e separando, coniuga, articola, dà respiro a tutto ciò che esiste. Il poeta Giovanni Raboni ritrova qui, al cospetto di un conflitto ineludibile in ogni seria visione del mondo, il suo problema, la sua luminescente oscurità da – cito – «religiosa esperienza del nulla» (la definizione, perfetta, è di Luigi Baldacci), il suo profilo stesso di individuo creante da autobiografia differita, da misteriosa «vita scritta» rinvenibile senza cesure in quella scritta da altri: una «vita scritta» già vissuta e ancora da vivere nei conati insoddisfatti da «sfrattato dal tempo», da poeta «semivivo» e «semimorto» attratto da «barlumi», rilkianamente memore di un «altrove», teso e disteso. comunicante: «Tanto difficile da immaginare, / davvero il paradiso? Ma se basta / chiudere gli occhi per vederlo, sta / lì dietro, dietro le palpebre, pare // che aspetti noi, noi e nessun altro, festa / mattutina, gloria crepuscolare / sulla città invulnerata, sul mare / di prima della diaspora – e si desta // allora, non la senti? una lontana / voce, lontana e più vicina come / se non l’orecchio ne vibrasse ma // un altro labirinto, una membrana / segreta, tesa nel buio a metà / fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome…» (Tanto difficile da immaginare, in Quare tristis). Prosegue Raboni critico, ancora riferendosi a Claudel: «In altre parole, il centro del suo sentire – e, dunque, del suo voler dire – c’è l’idea incombente, terribile, irrinunciabile dell’Incarnazione: un’incarnazione, per così dire, perpetua, mai veramente compiuta, sempre da ricominciare, che coinvolge tutti perché tutte le anime devono, in qualche momento misterioso e fatale della loro storia, “sforzarsi” di diventare corpi, di acquistare la dolorosa e gloriosa grevità della materia, così come in un altro momento non meno misterioso e non meno fatale tutti i corpi devono “sforzarsi” di uscire da se stessi, di liberarsi del proprio peso». La poesia non abbandona chi a lei si dedica, chi lei ricerca, presupponendola, pronto ad ogni evenienza, «qualcosa di possibile». A tal punto che nell’arduo e per certi aspetti clamoroso passaggio raboniano dal riassuntivo A tanto caro sangue: poesie 1953-1987 ad una nuova fase inaugurata dai Versi guerrieri e amorosi sarà possibile riconoscere non tanto una smentita o un drastico mutamento di rotta, una resa o un’irresistibile illusione plagiante, quanto una complementarità, una continuità, un ulteriore – segreto ed imprevisto quanto si vuole ma anche per questo gioioso, naturale – ritrovamento dell’espressione: «Morto per loro, e presto: ma con lei / tanto consente il cuore / che è di vecchiaia che vorrei morire»; e a ruota, a suggello delle bellissime Reliquie arnaldine: «Vacilla il cuore e sbanda / se di lei solo gli occhi hanno vivanda / e palpitando a sapere m’invita / che questa poca vita è la mia vita».

Marco Marchi

Pioggia Obliqua

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