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L’INFELICITÀ DI ANTONIA POZZI

L’INFELICITÀ DI ANTONIA POZZI

A notte
un lento giro d’ombre rosse
alle pareti avviava i treni: tonfi
cupi d’agganci
al sonno si frangevano.
E lavava
lieve la corsa della pioggia il fumo
denso ai cristalli: sogni
s’aprivano continui, balenanti
binari lungo un fiume.
Ora ritorna
a volte a mezzo il sonno quel tuonare
assurdo
e per le mute vie serali, ai lenti
legni dei carri e dentro il sangue
chiama
lunghi fragori – e quell’antico ardente
spavento e sogno
di convogli.

Composti da Antonia Pozzi sei mesi prima della fine precoce, questi versi maestosamente funebri di “Treni” in Tutte le opere (Garzanti) rievocano le manovre lente, quasi percepite al rallentatore come nei sogni, e il passaggio di un treno notturno, con ripetizioni di suoni, assonanze e consonanze sorde e cupamente minacciose, e con versi prevalentemente settenari ed endecasillabi (tre dei quali sono franti, nei versi 1-2, 4-5, 15-16), di grande maestria compositiva. La terza strofa ne rievoca il ricordo tormentoso e pauroso per un’anima solitaria e irrimediabilmente infelice.

Gigi Cavalli

Treccani

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