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LA POESIA METAFISICA DI MARIATERESA GIANI

LA POESIA METAFISICA DI MARIATERESA GIANI

L’ultima raccolta poetica di Mariateresa Giani, Alle radici del principio (Giuliano Ladolfi Editore), è un libro inquieto, ambizioso e di nobile, provocante inattualità. Un antidoto contro lo spirito dei tempi dell’inconsistenza, affinché il mistero torni a caricarsi di prospettive di senso. Mariateresa Giani, che è nata e vive in provincia di Varese, ha pubblicato finora cinque raccolte di versi, l’ultima delle quali è Alle radici del principio. Già il titolo lo fa presagire, ed è ben vero che qui filosofia, scienza e religione tendono a convergere nell’afflato unitivo che anima questo piccolo libro percorso da un’anomala temperatura intellettuale stemperata entro forme e stilemi che non ammiccano a nessuna connotazione espressivistica e che proprio per questo, nel loro cozzo con l’ardua, ricchissima carica semantica che sono chiamati a contenere, producono un sorprendentemente muscoloso lavorio di intensificazione del dettato. I suoi interessi sono di carattere teologico, forse anche mistico e addirittura cristologico, riguardano le questioni ultime e si orientano intorno all’esperienza dello spirito, muovendosi in quella direzione di poesia metafisica che ha pochi araldi italiani, una volta spenta l’alta fiamma sapienziale di un Campanella. Le migliori fra le sue poesie, di vivificante tonalità, come dense glosse d’adamantina politezza alle parole di T.S.Eliot e Marina Cvetaeva poste in esergo alle due sezioni più corpose del libro, sviluppano una ricerca introspettiva che configura l’anima-psiche come il cosmo interiorizzato. Hanno una quieta potenza asseverativa che rallegra la mente, ed esprimono anche, per contrasto, dinamiche psichiche chiaroscurali grazie alle quali, in più di un’occasione, ci si imbatte in quel senso di vertigine da vuoto che di tale potenza è l’opportuno antipodo dialettico: concepire l’atto poetico come gesto “fisico” di partecipazione del divino, non significa, di per sé, essere ignari della lacunosità della ragione e dell’infinità del suo compito conoscitivo. A dire della qualità e dell’intenzione di un progetto letterario come questo, basti sapere che in molti versi e in molte strofe di Mariateresa Giani risuona con naturalezza l’eco di Hopkins e Onofri, cioè di due grandi “moderni” che hanno osato calcare i sentieri impervi di una via stretta della poesia che non indugia voluttuosamente nell’oscuro e nei suoi mille più o meno non-sensati labirinti, ma porta alla coscienza e, di riflesso, porta sulla pagina, le forme incorporee del visibile – o, che è dire lo stesso -, le forme corporee dell’invisibile.

Massimo Morasso

Literary.it

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