0

LA CERTEZZA DI DIO IN REBORA

LA CERTEZZA DI DIO IN REBORA

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

L’ultima poesia dei Canti anonimi, scritta nel 1920, è considerata il capolavoro di Clemente Rebora e uno dei momenti più alti della poesia religiosa del XX secolo. L’appello fiducioso a Dio, la certezza della Sua venuta, evocata con trepida e acuta tensione nel silenzio della stanza deserta, culmina nel compenso (il ristoro) della Sua parola sussurrata. Nella prima parte è detto tre volte non aspetto nessuno; nella seconda, contrapposta e simmetrica, che inizia con Ma deve venire, per sei volte è perentoriamente affermato verrà. I due versi finali compongono, uniti, un endecasillabo che scioglie l’attesa in un sospiro armonioso e felice.

Gigi Cavalli

Treccani

11

Scrivi un commento