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ASFALTO DI VALERIO MELLO

ASFALTO DI VALERIO MELLO

Questo libro di poesia di Valerio Mello Asfalto (La Vita Felice) per vari motivi sfugge a quella categoria che Giulio Ferroni  in un recente saggio identifica come “scritture a perdere”. Le scritture a perdere sono quelle che ubbidiscono a un criterio di produttività ove si impone il consumo e dunque affievoliscono ogni tensione critica dello scrittore e ogni segno di alterità verso l’establishment politico culturale. Ferroni, rivolto alla narrativa contemporanea,  giudica i romanzi brevi meno soggetti al profluvio di  spettacolarizzazione della letteratura corrente, individuando nella brevità un fattore più adatto delle totalizzanti strutture diegetiche a indicare una coscienza  della  condizione storica della soggettività nell’ambiente contemporaneo. Già dunque per questa ragione una composizione poetica fornirebbe chance a una prova meno effimera rispetto all’orizzonte omologante del mercato. Ora, non è solo una opzione di genere  il segno di un distinguersi di Valerio Mello nell’ambito di una letteratura seriale. Ci sono ragioni di spessore semantico e di tensione espressiva del discorso poetico che fanno di Asfalto un libro degno di attenzione per una sua sofferta individualità. Ogni titolo, racchiudendo una istanza paratestuale, può dire qualcosa di importante su un testo, ma ciò forse più sintomaticamente può avvenire nella titolazione di una raccolta poetica, l’obliquità semantica  dell’enunciato espresso in essa convergendo con l’obliquità o polisenso insiti nel linguaggio poetico introdotto,  con l’apertura dunque, entro l’intestazione stessa, di una tutta particolare funzione peritestuale. La parola  “asfalto” contiene una indicazione che si mostra collegabile con ciò che di assai concreto, materialmente tangibile incontriamo nella città moderna in cui viviamo. Tuttavia questa concretezza, questa durezza, anzi, di riferimento materiale, già perché è isolata nella sua generalità, assolutamente indeterminata, assume connotati emblematici  e si avvia a sbocchi simbolici. Mello, che abita a Milano, vive l’esperienza di una città la quale storicamente ha fornito spunti a una linea propriamente “lombarda” della poesia, nel segno di una poetica di ispirazione realistica confermata, in Asfalto,  dai loci ben determinati di una puntualizzata ambientazione urbana (il tram, la piazza, il Castello). Ma altrettanto significativa si profila  la componente siciliana che come in palinsesto sta sotto l’esperienza milanese dell’autore memore dell’esperienza di un Quasimodo, riaffiorante nelle vie profonde di una tensione alla poesia tra ricezione e sperimentazione (“Imploro di ascoltare la cetra che fu scritta […] Anelo a un dialogo con terre claustrofobiche […] rivelami a voce bassa / cosa sanno di me le parole / che non possono manifestare” , Salvatore Quasimodo (quel giorno al Cimitero monumentale) ). Terre ed acque, in  una epifanizzata plaga di infanzia: “Fontane a sfioro/ assorbono infanzia e cielo”, possono allora intrecciare, nel cuore stesso di un’alienazione metropolitana, il ritorno alle origini :  “[…] e ricordo alle viscere / il sangue che matura / nelle vene del tempio natio”  (Piazza Gae Aulenti), mentre il poeta che è disponibile a “vedere sveglio / e terso un sole di Nord” (Gru) sembra ritrovare qualche propria stratificata, più profonda natura, in luce e paesaggio di una lontananza siciliana: “la domenica sperdute campane / di piccoli quartieri siciliani” (Passante ferroviario); “la mia luce dei tanti laggiù nel pensiero” (Giornata).  D’altra parte l’asfalto può rievocare anche un’ambientazione che ritrova nello sfondo futurista un lontano ma puntuale e intrigante archetipo. Dura materia, quasi metafisica universalità,  ma anche tram, treno, cantieri, gru giranti tra gli edifici, e rumore connesso alla meccanica della macchina (“…nuvole a cascate,/, girevoli intorno all’asse,/ frastuono di macchine…” (Gru) , dinamismo di strutture che introiettano la “struttura” nell’animo stesso del poeta,  ne ricordano le figure tipiche. In Piazza Gae Aulenti l’io stesso, è immerso in una realtà dinamica di materiali fino al punto di rivestirsi di ferro e travi (“Ho molti riflessi / vesti di ferro e travi”).  Senonché sia realismo che futurismo hanno a che fare, presso Mello, con una dimensione dell’anima e della immaginazione che  travalica certe valenze ad essi tradizionalmente attribuite. La realtà che fa da sfondo a questa poesia è da per tutto attraversata da una verticale simbolica ed allegorica connessa con un’avventura individuata di pensiero e di spirito reattivi in uno scontento, a tratti, che rovescia l’ottimistica logica del futurismo.  È un’avventura che sembra, fra l’altro, non disdegnare di reinserirsi in quella particolare vague realistica impersonata dal côté letterario-autobiografico. Una incipiente configurazione diaristica ne costituisce una filigrana che letterariamente  ha cospicui  antecedenti storici anche se si scorge quanto precario possa essere un crisma di derivazione lirico romantica, come anche l’autobiografismo di un  impegno etico e ideale di marca vociana.  Piuttosto risulta dominante il tema dell’”esistenza” e del rapporto “io-mondo” insieme con quello, collaterale, “mondo-assoluto”, tema che al suo interno contempla un ambito problematico dai caratteri schiettamente filosofici per nulla dissimulati dall’autore. Il problema filosofico ed esistenziale di questo io è di immergersi scomparendo in quello che Calvino definì il “mare dell’oggettività” o recuperare una dimensione alternativa che ne salvi certo rilievo autonomo, atto a determinare particolari configurazioni di io e mondo. Certamente il reale cittadino, perfino cronachistico e topografico, incrocia una dimensione dell’esistenza. Il modello di Salvatore Quasimodo della cosiddetta seconda maniera, può essere, ma obliquamente, un ipotesto, nella misura in cui come la cosiddetta seconda  poetica quasimodiana poteva esperire una conciliazione fra trascendimento ontologico e storicismo, o tra storicismo ed esistenzialismo , analogamente Mello senza rinnegare le potenzialità di un distacco dal reale meramente cronachistico, sulla via di un poetico assoluto fino al punto di un’astrazione ideale, pur sanguinante (vedi la breve e concentrata Lembo: “La ferita ha le croste del giorno, / credimi, / è brutale rosso, / frammento di male, / nel cielo di lava fragile lembo”),  si colloca prossimo a una sfera della realtà anche contingente, tra visibile e invisibile,  non obliterando comunque le chance di un analogismo che rompa con una rete troppo stretta di relazioni oggettuali e discorsive. D’altra parte qualche significativa virata espressionistica ci ricorda come i percorsi verso una trascendenza o verso una vista interna sono riorientati da un “umano”, molto umano sperimentare (il dramma, le incertezze, la pensosità di un dibattito interiore, che possono star dietro l’uso della parola, sono del resto ben presenti al poeta,: “[…] incontrerò l’identica incertezza / con la quale ho disturbato le parole”  Lettera) , con un senso non obliterato, in definitiva, dell’oggetto, sia pure talvolta in una sua avventata deformazione, onde la parola oscilla tra una essenziale accentuazione della propria autonoma evidenza e una sua ben indirizzata direzione semantica e immaginativa.  Invero Mello viaggia su crinali intercambiabili di soggettività e oggettività.  Nei suoi testi si avverte, incisiva, certa riduzione dell’io, un suo sdoppiamento o una sua marginalità. In due poesie il finale, luogo di un effetto conclusivo, sbocca, rispettivamente, in un’immagine dell’io diviso dagli occhi (“Al di fuori degli occhi esisto”, Retina) che guardano un mondo evidentemente che non gli appartiene, e di un  io distante da sé (“…da me stesso sempre lontano”, Lavori in corso). Questo io di poeta, tuttavia,  tende anche a immergersi nell’oggetto recuperando un nuovo sé stesso, al punto di umanizzare in sé l’oggetto pur nella sua cruda scorza d’acciaio, o, viceversa, di trasferire la propria vitalità nell’oggetto, divenendo germoglio che da una crepa del materiale si espande come da un terreno fecondo ricostituente. Né mancano certi tratti non lontani da un’eco crepuscolare, ma le eventuali approssimazioni, certamente marginali ed episodiche e non collegate con una visione preordinata, e consustanziale a una “vita strozzata”,  vengono superati nell’empito, sia pur non trionfalmente eroico, ma smorzato nelle ambagi e nei tormenti del pensiero, di una ricerca costruttiva ove un “io cemento”, tutto da costruire comunque, fortifica ogni dolcezza di rifugio : “Agreste ventricolo conservo, / un io cemento / con cui costruisco / cuore rifugio / senza saperlo” (Rifugio). E comunque un cedere interno della ipotesi meccanicistica, materialistica, tecnicistica, d’un eventuale sfondo poetico futurista,  si accenna  là dove il cemento e l’asfalto, emblema di un ambiente che ha perso ogni connotato naturalistico, sono interiorizzati da un discorso intimo e psicologico che il soggetto intrattiene con essi.  Cos’è, infatti, questo asfalto? È un “umano e vigoroso / sentimento di strada” al quale, tuttavia,  il poeta non trascura “precise confidenze”, aprendosi l’adito a potenzialità intimistiche (“Procedo nel suolo in dialogo / con materiali lapidei e legati “) ed è “Inviolabile asfalto”, inviolabile  ma non tanto che non si verifichi una crepa : “così da una crepa, / per traversarti, / come germoglio oso crescere / dalle spente porzioni” (Lavori in corso). È innegabile che non solo  una nota esistenziale vibra in più luoghi di questa raccolta poetica, ma l’esistenzialismo come orizzonte culturale e di Weltanschauung può delinearsi come coscienza teorica e poetante: “Tutti siamo / Nel vivere che possiamo” (Eco) ove la fondamentale parola d’ordine della filosofia esistenziale appunto riecheggia nella concezione di un vita come possibilità. E la vita stessa si orienta verso un heideggeriano “essere per la morte” se leggiamo: “approvo un profilo di lenta morte/ che mai muore…”(Non ho più rivestimenti). In vari luoghi, poi, l’epifania dell’essere, se volessimo parlare di questi testi rapportandoli a un certo cliché filosofico, pretenderebbe delinearsi come “non nascondimento”, nel transito tra visualizzazione diretta e ciò che ne oltrepassa i confini, tra il detto e il non detto. Molto bene osserva Alessandro Quasimodo nella  Prefazione ad Asfalto, che Mello “guarda, con perspicacia,  nell’ombra”. Nell’ombra , crediamo, si può meglio mostrare, per via laterale od opposta, la luce. Occorre discorrere, a questo punto, su  certa consonanza o meno con radici ideali ed esistenziali d’una visione poetica imparentata con motivi generali di postmoderno. Il postmoderno infatti è l’ambito in cui il cognitivismo e l’impegno epistemologico della modernità cedono il passo, nello stesso ambito letterario, a una dominante ontologica. Ma addirittura il “postumo” da Ferroni visualizzato al di là del postmoderno, si intravederebbe se pensiamo soprattutto a certi barlumi nei quali è accennata la condizione esistenziale temporale di un vivere il tempo addirittura, appunto,  come postumo, ove si illumina uno scarto dal ogni concezione dialettica della storia e da ogni presente trionfalistico dell’impegno attivo: “Sono anni questi vissuti, / percepiti come avanzi” (Margini).  Nichilismo o meno, c’è un aspetto di questa poesia, che si rivolge ad una immagine di pietrificazione.  Se questo tratto non marginale dell’immaginario e del suo valore simbolico fosse inteso, dal lettore, come quello che Walter Benjamin intende per “natura pietrificata”, cioè rovina, saremmo in una concezione dell’immagine dialettica per cui la rovina, come tale il passato, richiamerebbe un futuro che dal passato si proietterebbe in alternativa di valore. Invero, in questo sfondo pietrificante anche il ricordo non è in grado di assumere quella funzione che nel “tempo ritrovato” proustiano recupera l’identità eternatrice della poesia con una conseguente vittoria sul tempo perduto. Non solo si impone alla visuale, più d’una volta, la rovina, ma un’epifania rovesciata. Il verso finale della lettera che fa da postfazione poetica alla raccolta è indicativo del primo caso: “Dolore non sentono i ruderi” mentre di un’epifania svuotata d’ogni carica illuminatrice dà testimonianza Cella, ove sopravviene il motivo di un passato fatto di ombre di fatti, fatti insignificanti e immagine, essi stessi, della morte (“arriva per caso / nel mondo un mondo stantio”, Cella), a ribaltamento di ogni consolante “intermittenza del cuore”.  Del resto la memoria, lungi dalla possibilità, proustiana, di una riconquista di senso e di valore da essa operabile, si riduce a un “montaggio” che porta, quanto a evocazione del passato, a “sadici riassunti”, mentre lo stesso potere memoriale è accostato alle mere casuali addizioni di cui sembra costituito il reale fenomenico, là dove la “piega”, in un accostamento che possiamo fare con un nucleo del pensiero decostruttuivo di un Deleuze, emblematizza un imprevedibile e digressivo carattere in cui viene a trovarsi il mondo e la sua percezione: “Qualcosa comporta un’addizione, qualcosa come le pieghe rintracciabili su nel soffitto buio di ombre, di rami e nelle foglie della pianta di casa e nel velo del rubinetto”. (Sinossi). Ma il duro sfondo che può mostrarsi nella poesia di Mello, non è solo rovina, Da una parte è qualcosa che è corpo, vita, sentimento, dall’altra parte, al di là del corpo e della natura, del vitalismo puro, cioè, può richiamare un mondo pur sempre materiale ma a suo modo vitale, inscritto nella tecnica, la tecnica implicita nel riferimento a una materia come edificio e come costruzione, struttura, lavoro progettuale di trasformazione dei materiali implicito nell’immagine del cantiere. Un mondo  della modernità metropolitana ove dominano appunto cantieri, strutture di cemento, è parte, lo si è notato, di queste poesie, ma questo motivo dell’opera umana di costruzione non è solo tematico, si ricollega infatti alla caratteristica formale delle poesie di Asfalto, a un loro taglio costruttivo di organicità e coesione interna.  Del resto le poesie sono disposte nella filigrana di un libro, quindi secondo una configurazione che modera il frammentismo, come sembra attestare la presenza di una postfazione e il riferimento stesso, intrapoetico, in essa contenuto, alle fatture, proprio, di un “libro”. Va anche notato che, se un immaginario  gira intorno a un nucleo semantico e simbolico che si sintetizza nella figura dell’asfalto, questo stesso immaginario è, non poche volte, tutt’altro che intonato alla pesantezza inerte e alla gravità che la materia può suggerire, né funestato dall’inesorabilità funebre della “rovina”. Si intravede anzi una leggerezza che è pieno e vuoto, “compatto” e “fluente”. Si pensi ai “varchi dell’aria urbana” (Retina) o al “valico estremo” ove volteggia un “grembo di nuvola” (Cantieri).  E l’espressione linguistica coopera con lucidità di scelta a un  effetto che tende a sopprimere o moderare suggestioni di pesantezza.  Nelle Lezioni americane l’esattezza del linguaggio è apprezzata da un Calvino pur tanto affascinato dalla “leggerezza”. Ebbene questa poesia di Mello poggia su una precisione semantica e stilistica che non è quella meramente referenziale, ma prelude all’assoluto del sostantivo e della locuzione, in direzione della qualifica storica dell’ermetismo. Un ermetismo, magari solo virtuale, deviato, contrastato, dalle effervescenze espressionistiche che punteggiano certi snodi decisivi del discorso poetico come punti distinti di una isotopia fra le altre. La stessa fantasia di decomposizione isola immagini ed espressioni  di forte rilievo metaforico come quella che identifica il corpo in una carcassa o in uno scheletro, o come quello scorporarsi che è un aspro scorticamento “sradico la morta pelle, / scontorno il corpo, / mi sdoppio / e ricordo” (Piazza gae Aulenti).  Certamente Mello pone una cura particolare al significante linguistico, a una parola che può evidenziare una certa sillabazione, a volte verso l’anagramma (sogno-sono), a volte nel favorire assonanze nella versificazione, nella ripetizione di parola, ma l’elemento costruttivo dell’organismo poetico è spesso piuttosto che richiamato da una organicità razionale, assicurato dalla ripetizione di parola o di espressione, vedi la parola “luce” in Giornata. L’autore del resto si mostra consapevole del carattere riflesso della costruzione poetica e significativi appaiono i risvolti metapoetici e metatestuali che la riguardano. La scrittura allora può apparire come  immagine che si impone di per sé, immagine fra le immagini, pensiamo a certi riferimenti alla scrittura materiale anche in Calvino. E ciò nella convergenza con un lavoro letterario che trova la sua corrispondenza massima di attualità nella alla fine richiesta risposta del lettore “In te, lettore, forse scorgerò la mappa…” (Lettera).  Comunicazione, dunque, ma anche qui si mostra come  questa raccolta poetica intenda sfuggire alla futilità d’una produzione di consumo. Non una  facile apologia dell’esistente rimane negli auspici, ma il recupero di  un valore della comunicazione non soggetta all’ingiunzione imperativa d’un puro attivismo, del fare senza condizioni (“… adesso che tutto si è prostrato / davanti alla verità del fare, / come farò a camminare?” ,  immedesimandosi il soggetto nell’alterità coscienziale di interrogativi problematici sul destino personale e sociale.

Roberto  Salsano

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