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ALFONSO GATTO OLTRE L’ERMETISMO

ALFONSO GATTO OLTRE L’ERMETISMO

Un «giardino incantato», dirà in un importante incontro di studio Alfonso Gatto, riferendosi all’ermetismo e alla sua testimoniabile partecipazione a quelle importanti vicende della poesia italiana del Novecento. Ma fuori da quel giardino e da quegli incanti, da quell’«erba» magnificamente difesa dalle accuse in una lirica che vale da sola mille saggi e mille dibattiti (è la nota Fummo l’erba), quali le musiche cui accordarsi, quali gli accordi e prima ancora gli «sgorghi nel canto» (Inverno) da cui farsi tentare, da tentare? In realtà l’inconsapevole mano rilkiana che sa di scrivere qualcosa d’ignoto, qualcosa che il poeta sostanzialmente non è in grado di capire, non rinuncia nel melico Gatto – un poeta costantemente tentato dalla musica, abitato da essa –, a forme di coscienza inquadranti, a garanzie di qualità che implicano in lui, fin da altezze cronologiche antiche, da avvio di percorso e con tutta probabilità da input stesso del processo, una comunanza di destino allargata, perfino una pregressa «storia delle vittime» da rinvenire all’insegna della morte e delle possibilità di auscultazione del silenzio, in un’amorosa possibilità di interscambio e di recupero del canto ad essa connessa. A questa storia comune, a questa sorte condivisa, drammaticamente umana e drammaticamente deperibile, il poeta immediatamente si annette, orientando il dono ricevuto per spartirlo, a patto di deludere quanti vorrebbero da lui e dalla sua poesia altri indirizzi, altri rigori, altri generi di coinvolgimento: altra, Gatto avrebbe detto, «cultura». E qui si siglano, oltre le divergenze da una linea montaliano-eliotiana, quelle da un Sinisgalli o da un Bodini, come pure da altri rappresentanti illustri, diciamo pure «senza sud», dell’ermetismo fiorentino, da Luzi a Bigongiari, a Parronchi. Gatto, «morto ai paesi», non teme insomma di ritrovarsi festoso «bambino tutto suono». Quante sere, e non solo sere crepuscolari, nella poesia di Gatto! Un’ora topica, incerta, di trapasso, secondo le ricorrenze segnalate dalla critica, a partire da Foscolo e da Leopardi. È così che in Alfonso Gatto la sera aggetta tra prima e dopo, memoria e presentimento, sulla notte, la morte (come nella bipartizione perfetta di un verso di Vivi), come se la poesia e i suoi rivelanti e salvifici recuperi musicali dal silenzio, le sue musiche da resurrezione del vivente strappate all’invisibile potessero finalmente squarciare quel nero manto meridionale e universale che incombe, ridare colore e corporeità a vite troncate, condannate al senza suono, oltre che al senza senso e al senza amore, di vittime di una storia che procede e che immancabilmente riesce a sopraffarle. Nasce qui un testo di Gatto giustamente famoso come Amore della vita, forte della musicale lapidarietà di un endecasillabo così isolato e così memorabile come «Tutto di noi gran tempo ebbe la morte», rilevato con icasticità soggettiva in apparenza degna di un autoritratto di Alfieri, ma pronunciato a nome di molti. Un’unica storia e tante vittime che la poesia di Gatto svolge tra recitativi e cantabili anche quando non sembrerebbe, o meglio anche quando questa tensione a un «altro mondo» che in Gatto, come Luigi Baldacci ha dimostrato, viene allestendosi preminentemente per via musicale, questa confluenza nell’a-temporale e nell’a-sociologico della poesia, non si è ancora espressamente definita come un civile intento di poetica: come un proposito da moralità se non aggiunta rafforzata. Un proposito volto a ricollegarsi direttamente  alle tragiche contingenze di una cronaca e di una storia recente, un deliberato e dirimente obbiettivo della volontà fattosi opera: un plurale, internamente scandito ma unitario, racconto di vite.

Marco Marchi

Pioggia Obliqua

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