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LA SCRITTURA DI PAOLA PAROLIN

LA SCRITTURA DI PAOLA PAROLIN

Paola Parolin in E uscire alfine (Cierre Grafica – Anterem Edizioni 2018): “… il piano sequenza di vita / unica / in evoluzione / non per giustapposizione di esperienze / – vero viso vero nudo – / rivelato”. Brevità e concisione per una scrittura senza maiuscole, ove finanche gli accapo risultano fittizi di un discorso sospeso, distonico e audace. Altre volte del disimpegmo ma solo apparentemente, poiché la sintassi in realtà non sembra servire al linguaggio descrittivo dell’autrice basato non sulla narrazione bensì nell’adempiersi di una concezione ontologica del senso, oltremodo racchiuso nell’oggettività del concetto medesimo cui è tolto il senso, preso in ‘a solo’ e nella piena significazione della parola scritta. Esempi: “quanto di tanto conosciuto fidato sentire amicale se non / amoroso al ricordo icona di cavaliere su stele marmorea / in appartato luogo oppure in spazio vitale aperto alle folle / uno solo tradito e per tutti un’ombra scura cappa di malinconia / i passi futuri a ricordare come chi segue rivive del / fatto incompiuto come il tradito ricostruisce ogni giorno / il cammino”, “una raggiera di righi / da un foro centrale / specchio o cervello malato / una ragnatela che chiude / quanto più s’allarga // spicchi taglienti / immagini distorte / un pensiero unico scabro / si rannicchia nel vuoto / e ancora // spicchi di foro / in cervello a raggiera // scabri righi / damnatio memoriae”. Dove non c’è significazione di frase, nulla è tolto alla chiarezza delle parole che altresì si affermano per quelle che sono, cioè singole portatrici di senso, scaturito dalla stessa materia connettiva che ne determina la portata e che il potere della mente mnemonica predispone a un medesimo denominatore ‘altro’, libero dal pretesto poetico-letterario del significare, del diffondere messaggi o distribuire morale. Si è qui davanti a un atto creativo del linguaggio, funzionale di una scrittura dettata non tanto da emozioni contenute quanto dall’intuizione dell’attimo. Esempi: “Il saluto gioioso al principio / si spegne / poi / quando si stringe il contatto / vira in poche sillabe il disincanto (discanto) // stupore / dolore / – il saluto gioioso al principio / ingessato / nel suo non significare”, “dal coro / le voci / un’eco / nello spazio – sequenza – // parlano / oggetti angeli rosa turrite città / trasparenti fonemi da triplici segni – e unico sentire -// per quanto sono parola / leggerezza spogliata / isolata un poco / dissociata / fuori dal mondo”. Quasi che il linguaggio poetico di Paola Parolin abiti sì la lingua parlata dall’autrice ma non la sua scrittura che appartiene invece all’esperienza inintelligibile dell’ultima generazione poetica che non lascia spazio a interpretazioni di sorta, in ragione di una forma di astenia che la imprigiona nel chiuso del guscio espressivo dal quale stenta a liberarsi ed esternare ‘en plein aire’ la linfa che altresì scorre fluente nelle sue vene. È indubbiamente un fatto di ‘ipersensibilità’ sonora di cui si avvale la musica contemporanea che ha destabilizzato l’‘armonia’ assoluta, in funzione dell’assorbimento degli effetti sonori esteriori, cioè esterni al luogo di registrazione o della sala da concerto deputati all’ascolto. Esempi: “cosa hanno veduto / quanto era stato mostrato / binari di genere / consolidate armonie / consuetudini / in cerca // una radice / a formare vero / un dire forte / come / in principio era il verbo”, “altro / lo sguardo perduto / provoca la sua impazienza / inerte // richiama la sua stizzita attenzione / schizoide / male appaiato / all’anima // un impeto / soltanto per aggredire / dall’altra parte // mostra il suo viso”. Ovviamente senza nulla togliere alla poesia contemporanea che si esprime per linee urbane e metropolitane, ci troviamo davanti a un uso ‘pedestre’ dei concetti assorbiti dalla porosità dei muri sui quali sono graffiti, coadiuvati da una scrittura nuova o, per così dire ‘altra’ non conforme alla grafia poetico-letteraria cui siamo abituati; ciò nulla toglie alla sua validità, che va oltremodo studiata e apprezzata per la sua capacità immediata di comunicare di cui il linguaggio poetico è spesso stato carente. Se verosimilmente la musica è ferma alle ultime battute della contaminazione sonora e della manipolazione elettronica spesso asettica, altresì il testo ha sviluppato linee di un lessico assoluto e incondizionato proprio della insonorizzazione delle parole di cui fa uso. Esempi: “travolgente / strafottente / esilarante / esagerato / il deserto per mettersi a nudo / per mascherarsi la città / nello specchio / lo stesso riflesso / ingentilito dalla luce del tramonto”, “fu sera / e fu mattina nel racconto / poi che le cose furono create / multiformi vite / insieme con occhi diversi / le danze del convito un simulacro / pure si va con piede leggero / uno accanto all’altro / in disegno complicato / cercando il nucleo di quella fede”. Lo rileviamo nell’odierna ‘canzone’ la cui base musicale, pur essendo per lo più sempre la stessa, fa da supporto a interazioni lessicali straordinarie, non solo di un certo spessore culturale, quanto portatrice di contenuti inusitati, per l’appunto ‘altri’ che sforano (spaccano), i consensi ordinari di un fare comunicazione oltremodo ficcante (cioè che arriva) che è poi il raggiungimento dello scopo non sempre e necessariamente predeterminato, ma altresì dinamico-creativo. Esempi: “in una dimensione sferica / s’incontrerebbero tutti / – visi a occupare lo spazio – / dimenticando la sequenza dei giorni / atmosfere corrosive hanno sottratto colore / fantasmi di frme felici / dove era il tempo / una malinconia concreta di niente / si appesantisce come cappa”, “la bellezza in un attimo / riconoscersi effimere sull’acqua / che divora // si può così / non lasciare il segno anime visibili // – un mondo sull’acqua (mondo liquido) / parla / la lingua trattenuta ora e là / in concorrenza / disvela senza pudore la via / la tua corrisponde”. Ovviamente l’autrice di questa silloge non scrive canzoni, tantomeno si presta all’uso rapper di volgere la rima ma, c’è sempre un ma che adocchia da dietro lo stipite di una porta, il musicista rap potrebbe fare buon uso dei suoi testi e volgerli nella giusta direzione ‘sonora’ e altrettanto accattivante di quella che senza alcun dubbio è la cifra poetica di Paola Parolin. Lo confermano le immagni grafiche di David Raimondo utilizzate nell’impaginazione, riprese dall’immaginario simbolico del pensiero taumaturgico, e lo stesso inserimento nella collana ‘Via Herákleia’ che accoglie le diverse ‘forme della poesia contemporanea’: “il nulla dei giorni a venire all’improvviso voi mortificati di / nuovo imparare per rimandi in immagini moltiplicate dal / tempo evoluta creazione i risorgenti sulle strade di / Darwin disconoscono il diritto del sangue e del suolo e / camminano sulle tracce dei fratelli minori”. L’autrice Paola Parolin è medico in Verona, più volte segnalata al Prenio Lorenzo Montano, ha partecipato ad alcuni laboratori poetici coordinati da Ida Travi negli anni 1999-2008. È del 2011 il libro Parola corale. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta in versi Interni, Esterni, Interni. Nel 2007 insieme ad altri autori ha pubblicatola raccolta poetica Trittico della sera di carta, tutti editi da Cierre Grafica.

Giorgio Mancinelli

La Recherche

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