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BERTOLUCCI IN CAMPO

BERTOLUCCI IN CAMPO

… Che Attilio Bertolucci, l’autore de La camera da letto, abbia speso le sue doti non solo per la propria opera ma in azioni tali da schiudere nuove strade alla creatività altrui, è una cosa evidente a chiunque conosca la storia letteraria del Novecento: sappia come sia stato lui a mettere in contatto Livio Garzanti con Pasolini e con Gadda, o ricordi quanto egli si sia dato da fare per promuovere la conoscenza di Silvio D’Arzo e di molti altri outsider di grande respiro, da Ubaldo Bertoli a Fernanda Romagnoli a Paolo Bertolani. Certo è impossibile stringere simili azioni in una precisa mappa progettuale, in una figura di management editoriale come quella a cui possiamo ricondurre (sia pure tra molte perplessità e cautele) la parabola dell’amico d’elezione di Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni. Anche nel lato più “pratico” del suo operare (le collaborazioni, mettiamo, alla RAI e alla TV, o la direzione del “Gatto Selvatico” dell’ENI) Bertolucci è stato fatalmente un poeta, un uomo confitto nel destino della sua solitaria verità. Ciò nulla toglie, però, alla ricchezza e vivacità del dialogo di quest’uomo con le voci del suo tempo. Proprio perché libero intimamente dalla storia, forte di una libertà interiore almeno altrettanto grande quanto quella di cui ha goduto Penna, Bertolucci non si è mai trincerato in alcuna forma snobistica di preclusione. Se una curiosità intellettuale inesausta e golosa come quella di un bambino ha nutrito tutta la sua vita, la sua mal confessabile ma profonda pietà per gli uomini (tutti gli uomini, “in lentissima via d’incenerirsi per sempre”) ha fatto sì che la sua disponibilità all’ascolto degli altri non venisse mai meno, malgrado, certo, le tentazioni dell’impazienza (quell’impazienza che è, nella sua poesia, il risvolto amaro e pungente del fuoco della pazienza). Troppo spesso si è posto l’accento sul bisogno di Attilio Bertolucci di parlare, di liberare le straordinarie riserve della sua memoria e della sua rêverie non solo nell’opera ma nella vita, sino a far naufragare gli interlocutori nel flusso inarrestabile dei suoi monologhi; in realtà in Bertolucci c’era, altrettanto viva, l’esigenza dell’ascolto e dell’attenzione. Pochi sapevano ascoltare come lui, riuscendo a sospingere chi gli stava di fronte, con parole in apparenza svagate o casuali, ad abbandonarsi a sua volta alla libertà del rievocare, alla gioia trepida del ripescare immagini dalle pieghe del tempo. Lo stile di Bertolucci non è stato solo una fascinazione in grado di risucchiare dolcemente gli altri nella sua tela vischiosa, di intrappolarli nella bellezza del suo gioco fino a plagiarli; in lui agiva un autentico spirito pedagogico, maieutico: la capacità di estrarre dagli altri il meglio della loro natura, la pagliuzza d’oro trapelante dal fondo dei loro sguardi, il seme d’immortalità annidato nelle loro anime. La forza del suo ascolto, unita a quella della sua voce, ha sempre posto naturalmente Bertolucci al crocevia degli eventi creativi: in quei luoghi impalpabili, ma vibranti di soffi e di energie vitali, dove i destini dei poeti e degli artisti s’incontrano e si riconoscono fraterni pur nella diversità dei caratteri. Abitando nel cuore palpitante del Novecento, Bertolucci ha saputo offrire a molti altri autori cruciali un tessuto di gesti, di segni, di “aromi” inconfondibili: ne fanno fede non solo le sue lettere a Sereni e a Zavattini; eloquenti sono anche le testimonianze dei suoi numerosissimi corrispondenti epistolari: gli stessi Sereni e Zavattini, poi Francesco Arcangeli, Bassani, Citati, De Libero, Garboli, Montale, Solmi e Ungaretti, per non richiamare che alcuni di coloro le cui lettere al poeta sono conservate nell’archivio bertolucciano di Parma. Scrive ad esempio a Bertolucci, il 22 agosto 1949, Francesco Arcangeli, ringraziandolo di una sua lettera da Casarola: “la tua voce è venuta a portarmi un odore, un sapore, un suono del mio vecchio, caro Appennino, (…) e ho invidiato il tuo angolo al fuoco, e quel senso d’intimità umana che si raccoglie al primo declino della stagione; e che tante volte ho colto nelle stagioni della tua poesia.” Ecco, molti dei segnali lanciati da Bertolucci ai suoi interlocutori sono stati delle “lettere da casa”, delle confessioni sul suo irriducibile radicamento in un paesaggio, in un territorio poetico. Ma egli ha saputo porsi in sintonia anche con i territori non suoi, come quando, in una lettera a Sereni del 9 aprile 1946, riconosce all’amico la capacità, pur parlando d’Algeria, di evocare “l’aria di una Milano eterna”, sottratta alle mode del dopoguerra ma in cui “anche la sofferenza ha i bei colori di lì”. Proprio in questa intrinseca mobilità dello spirito di Bertolucci – in questo suo saper stare dentro e fuori casa, da tutto traendo succhi e a tutti offrendo polline – affonda l’efficacia del suo operare nello stesso campo editoriale, la tempestività dei suoi giudizi, l’elasticità e la giustezza dei suoi numerosissimi articoli.   …

Paolo Lagazzi

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