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L’INFINITO QUOTIDIANO DI ALDO PICCOLI

L’INFINITO QUOTIDIANO DI ALDO PICCOLI

Oltre il pessimismo dell’intelligenza, la volontà ricompone le maglie di un possibile reticolato contro il quale si arresti la delusa ricognizione del reale: un argine dal quale valutare per l’ennesima volta se valga la pena resistere o cedere e abbandonarsi alla corrente del nulla. È il territorio nel quale si dispone, con misura e delicata forza, la poesia di Aldo Piccoli, ricapitolata nella sua ultima raccolta Dalla parte dell’ombra (Edizioni del Leone, 1987). Un’acuta sensibilità muove i toni, le modulazioni tenui della poesia di Aldo Piccoli. Si direbbe che quasi inavvertitamente, attraverso particolari apparentemente marginali e casuali, l’autore crei le condizioni per l’effetto poetico. L’inquieta maturità si distende lungo le trame della vita, consapevole della vulnerabilità dei sentimenti e degli affetti che ci legano alle persone e alle cose, aperta con attenzione alle indicazioni e alle ansie metafisiche, ma sempre timorosa di scoprire l’errore e la casualità. Sono le idee e i pensieri, nella poesia di Aldo Piccoli, a reggere e ad animare i movimenti del discorso. Un discorso sinuoso di specie meditativa, ma non del genere che approda alla sentenziosità gnomica, che è anzi del tutto assente. Un discorso in cui, facendo leva sui nessi sintattici, il pensiero emerge dal suo fondo, chiarendosi nell’evidenza intuitiva di una verità. Una verità appunto che si dipana come il filo dalla matassa. Nel segno di quell’urgenza esistenziale che è la radice dei temi della sua, come dell’universale riflessione: il tempo e la memoria, la vita e la morte, il di-qua e l’al-di-là, il sonno e il sogno. Proprio Il sonno e il sogno è il titolo della precedente raccolta di Piccoli ed è ricapitolativo di tutta la sua poesia. Titolo esemplare, nella sua coniugazione di attivo e passivo, di quella carica creativa che sempre balena in Piccoli dall’esperienza pura e semplice e di quella scintilla di comprensione infinita che si sprigiona dal finito e dall’indefinito. La misteriosa produttività dell’impasto di finito e infinito trova la sua esemplare rappresentazione nella serie “Dal fondo dell’ospedate”, con il suggello quasi di una superiore liturgia della passione che si esprime, analogicamente, attraverso l’intermittenza della a poco a poco riconquistata lucidità dopo la malattia. Ma è, quello dell’infinito quotidiano, un dato costante nella poesia di Aldo Piccoli e costantemente giocato sul doppio registro o movimento dal presente al passato e viceversa. Uno specchio di tale condizione può considerarsi, per molti aspetti, la serie “Le vecchie scale”: con l’io di oggi che, sulla cima, tenta un dialogo con il bambino che è stato e che è ai piedi della scala. È l’ossessiva presenza dell’intersezione dell’eterno nel tempo a giocare il suo ruolo, perfino inconsapevole, nella poesia di Piccoli. E la sua ricorrenza drammatica, anche se ironicamente esorcizzata per via di linguaggio, anima la presenza sulla scena della Morte. Una morte fotografata con estrema precisione, in tutte le sue forme e in tutti i suoi aspetti, senza tralasciare (anzi, accentuando) i risvolti comici e paradossali. Stilisticamente, il modello formale è il componimento di media lunghezza, il più possibile svincolato dai termini obbligati della punteggiatura (ma lontano, comunque, da prove sperimentali), per ottenere il fluente esito del parlato e, insieme, l’effetto insinuante della dispersione a macchia d’olio. Il modo è quello di svolgere il filo delle parole dall’imboccatura stretta di un imbuto a quella larga. E Piccoli recupera dai linguaggi impersonali dei verbali e dei bollettini, dal discorso ripetitivo della lezione scolastica, dal parlato quotidiano e dimesso, una forza espressiva che, inversamente proporzionale alla banalità della sua natura, si traduce in poesia.

Paolo Ruffilli

Prefazione

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