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LA MEMORIA IN RAFFAELLA BETTIOL

 

LA MEMORIA IN RAFFAELLA BETTIOL

Nella poesia di Raffaella Bettiol sono dominanti alcune costanti: quelle che un tempo venivano individuate come gli archetipi del vivere e del riflettere sul vivere stesso. Innanzitutto l’amore che dà il titolo alla prima sezione della raccolta. Qui, però, la poetessa padovana apporta una novità sostanziale ad una tematica già presente e decisiva in tutte le sue precedenti raccolte. E’ un amore, quello coniugale, che attraversa e fora la prosa quotidiana. Nessuna concessione alla retorica, uno sguardo lucido sugli abiti sparsi, sulle sedie, sui dissapori, sulle liti, sulle tante situazioni d’estraneità sempre presenti nelle vicende di una coppia. Eppure quest’amore  “sprovveduto” e incagliato nella dimensione del quotidiano, ha una sua forza ed una sua persistenza certamente diverse dalle vampe della passione. La tenacia e la durata sono più vere e più umane d’ogni accensione affettiva e sensuale. Un verso breve e narrativo racconta questo amore caparbio dentro la monotonia dei giorni. E c’è comunque una tenerezza di fondo che avvolge e circonda le scene di vita familiare: “In una morbida vestaglia/ sfogli un giornale,/ io ascolto un ritmo sudamericano/ tenero e passionale .”Non è la passione che può fermare il tempo, ma una dolcezza lieve lo pervade, lo sfuma in un’accorata e delicata elegia : “passa il tempo, amore, / vorrei fermarlo, / allontanare le sue insidie, / coniugare diversamente la vita, / azzerare  ore,  minuti.”. E’ un tempo tenace che attraversa le quattro stagioni culminanti in un’estate , magari non magica, ma intensa ed assennata allo stesso tempo: “la città deserta sotto un sole/ immobile , tutto congiura/ in quest’ora calda ed assolata/ a dilatare il tempo, a disarmare / a spingere all’ansia o alle carezze/ a ripetere il debito di un amore. ”Non è l’unico tipo d’amore  presente in Una sprovveduta quotidianità (Pequod). C’è il ricordo del primo amore, che accende pulsioni antiche, battiti del cuore, l’amore intenso e doloroso tra Lucia e Alfonso, separati solo dalla morte, l’amore, infine, tra due sorelle, reso faticoso dalle vicende della vita. La memoria è un’altra costante di Raffaella Bettiol, s’incarna spesso nei luoghi della vita, innanzitutto in Venezia, tanto amata per quanto spesso dolorosamente avvertita come scenario non risparmiato dall’angoscia di molte situazioni e dal vento del tempo. Ritornano ,sia pure in misura minore che in Ipotesi d’amore , le figure del padre e della madre e i loro rari momenti di quiete, l’immagine fuggitiva di un’Urbino, sede di una lontana e sognata giovinezza paterna. Altro tema è dato dai luoghi: da una parte i luoghi familiari: Venezia e Padova e il Polesine, dall’altra gli angoli più remoti del globo, raggiunti da questa instancabile viaggiatrice. Natura e storia entrano allora nel racconto: le scogliere dell’oceano, le case arabe e i tralci di banane si mescolano alle vicende delle fanciulle norvegesi, sole nei loro boschi, ma sempre in contatto con i troll, spiriti bizzarri ed inquieti. Le maschere rappresentano una novità sostanziale di questo libro: Colombina, Arlecchino, Pulcinella e gli altri si muovono con una grazia lieve. L’atmosfera ricorda quella delle Fêtes galantes  di Verlaine, ma Raffaella Bettiol non aveva letto questo libro. Le maschere nascono da quel suo “sogno veneziano”, intessuto di grazia e malinconia, ma non ignaro della crudezza della vita. Anche se tale crudezza è sempre ben poca cosa rispetto alla durezza d’un tempo, il nostro, che ben poco oggi cederebbe al gioco e al sorriso delle maschere d’allora. Ritornano, anche se meno dominanti , le scene della vita nella famiglia d’origine. No, non è un idillio familiare, ma nonostante tutto quei giochi e quelle corse suscitano nostalgia. Una nostalgia, però, che non scaccia il dolore. La piccola Raffaella avvolta in un lenzuolo faceva il fantasma, ma non era lui ad incutere paura agli altri. Erano i fratelli a guidare le danze e ad avere in mano la situazione, il fantasma era lui intimorito e sofferente: “Nessuno ritorna, / io, piccolo fantasma, / il lenzuolo a terra/piango a lungo  /desolato”. Il dettato  complessivo del libro rimane sempre alto e il tono inclina ad una musica ampia, memore delle letture preferite, dai classici spagnoli del novecento a Giuseppe Conte: ma si nota lo sforzo di Raffaella Bettiol di mantenere il tutto in un verso, come abbiamo già detto, breve e narrativo, comunque mai incline ad una prosa più o meno dimessa.

Umberto Piersanti

Prefazione

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