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GLI OCCHI LA VOCE DI BRUNELLA BRUSCHI

GLI OCCHI LA VOCE DI BRUNELLA BRUSCHI

Ma quale firmamento potrebbe accendere la voce se si riuscisse ogni mattino col caffè a mordere una fetta di poesia? A p. 52 de Gli occhi, la voce (Fara Poesia) di Brunella Bruschi. Anche il mondo ha occhi per guardarci dentro e una voce mutevole d’armoniche la voce è orizzontale e ferma come oloturie nell’abisso s’indossa senza sapere il colore e la forma che presterà alle cose (p. 94) Vista e udito (il titolo di questa prefazione è tratto dalla poesia a p. 22) sono i due sensi che più hanno a che fare col linguaggio e con la sua espressione più elevata: la poesia, capace di creare immagini sempre nuove, di condividere emozioni inesauribili, di interpretare la realtà usando suoni, concetti e ritmi che la rendono sempre presente nonostante lo scorrere del tempo. In un messaggio privato Brunella mi scrive: Ho sempre avuto particolare attenzione agli occhi, prima di tutto quelli delle persone intorno a me, poi i miei che guardano, cercano, interrogano, vogliono conoscere. Naturalmente con tutte le implicazioni metaforiche che questo comporta. Così le voci che sempre noto negli altri, nelle cose, in me e che anche la natura, la realtà la musica, m’inviano, mi consegnano una ricchezza. Questa raccolta è divisa in 5 sezioni caratterizzate da colori/tonalità che l’Autrice così compendia: «gli occhi, la voce» ci immerge subito nella dimensione acustico-visiva “costituita da flash che vorrebbero illuminare questo mio modo di acquisire esperienza, di comunicare e comporre l’esistenza.” 2. «mai dei miei giorni» “(un’espressione frequente di mia madre per dire non ho mai visto nulla del genere), mi sembra alludere anche ad altro, come un MAI che c’è a volte nella nostra vita, qualcosa che si cerca e non si raggiunge, forse un po’ la res amissa di Caproni e diverse altre cose. E qui c’è un po’ la musica anche nell’allusione al quadro di Vermeer Il virginale dove una ragazza suonando questo strumento nel ’600 in voga per le giovani nelle famiglie borghesi, getta lo sguardo verso lo spettatore del quadro, ma soprattutto al di là, verso un orizzonte infinito.” 3. «segreta» “è l’emozione e la riflessione, non argomentativa e spiegata, ma con la leggerezza e la fugacità dell’idea che viene e va.” 4. «l’assolo del cielo» “comincia con l’osservazione delle stelle cadenti che ci affascinano con la loro meraviglia, ma a me sembra sia anche un po’ l’ostracismo del cielo che le caccia via facendole precipitare e dileguare, e penso che in fondo nella vita di tutti, appartenenti al cielo o alla terra, ci siano un po’ degli ostracismi nella vita. Anche lo sguardo verso un cielo che si spera prometta un’altra vita, una dimensione superiore a volte mi sembra sia trascurato dal cielo, volto a un assolo che ci esclude.” 5. «quando» “narra, ma sempre con molta preterizione e slancio vitale, senza sentimenti cupi e disperati, la mia attuale condizione di perdita, che mi sprona invece ancora ad acquisire nuove capacità di adeguarmi ad una situazione difficile.” Il fatto di non usare le maiuscole e con estrema parsimonia la punteggiatura, il proporre versi a volte molto lunghi altre piuttosto brevi, ci conferma, anche visivamente, che la poesia “dalla pagina calda come un rifugio” (p. 74) è ritmo che nasce dalla ferialità quotidiana, musica che si espande in cascate di immagini (“il suono arriva come da un virginale di vermeer / a scomporre le fronde del cuore senza vento” p. 63) o raccolta in una illuminazione zen (“il poeta ha una pagina d’occhi”, p. 65), può esprimere desideri (“vorrei trovare la libertà di volare via da te leggera / abbracciata occhi e mani all’ippopotamo leggero di letizia”, p. 45) o malinconie (“sarcofagi d’uccelli che incupiscono le nubi / rete di pece dove s’impiglia la speranza / soffoca la nostalgia”, p. 35, terzina ripresa a p. 64), può narrare una storia (“l’aria di gomma ha gli occhi incollati alla finestra / il suo corpo di brividi oleosi è già sopra il cuore // i chiostri della notte hanno per noi due / fontane lustrali a cui far vela” p. 36) o concentrarla in un incipit (“una carrucola di stelle va su e giù” p. 107). Brunella Bruschi ci dice che la vita ha bisogno di orizzonti e verticalità, è un “lago di tonfi e sangue versato” (p. 110) deve fare i conti con limiti concreti (“madre per nulla perla che non hai occhi per i tuoi figli / di cui ti nutri smembrandoli brano a brano / o annientandoli in un batter di ciglia” p. 45), è il tempo in cui “non ha parole, paesaggio, contrizione, il dolore” (p. 53). Eppure in questo “visivo silenzio” (p. 66), “in mezzo al buio la terra raccoglie / l’energia per spingere fuori i crochi accesi” (p. 34). La poesia allora ci aiuta a dar peso e verità alla bellezza “… nella luce i pittori hanno fermato / la prova dell’esistenza dell’uomo e del mondo” p. 80), musica alla responsabilità di vedere col cuore e di agire per il bene tanto che quando cammini “gli alberi vengono con te” (p. 16) e “vuole solo cantare / e riempire le pagine di racconto l’amore” (p. 17) e “gli occhi, la voce, sono due autostrade / che sfrecciano fuori e dentro” (p. 20). Se “il poeta ha gi occhi piegati all’angolo / per ricordare la pagina” (p. 68) e appartiene a una classe di “manovali di parole saltate su da un baule in soffitta / che vorrebbero ricongiungersi alle cose / e saldarsi ai cuori prima che tutto sia polvere” (ivi); se “i quadri sono occhi che prima di farsi guardare / guardano la vita che ci segue a ruota / e ci sta addosso come l’ombra” (p. 72)… Brunella Bruschi sa che le loro parole-occhi “… accendono fuochi / e non si stancano di vergare pagine e pagine iridate / per compensare, supplire alla fonetica del cuore” (p. 73) e aprono risposte a grandi domande: “tutto è inizio perenne che contiene / ossessione della perenne fine” (p. 76), “l’esistenza è sempre un ostracismo / che ci assottiglia, ci fa dileguare” (p. 96), “basta consumare anche l’attimo come l’eternità” (p. 103), “siamo l’acqua che lo disseta [il cielo stellato] / contempliamo in quello specchio dipinto / il volto delle ragioni / scappate a rifugiarsi nel suo rovescio” (p. 107), “ognuno conquista il suo lembo / per dar lustro ai tormenti / o solo prender fiato da un insensato andare / in contrade deserte / raccontare la storia del riscatto / le meraviglie certe di una resurrezione” (p. 109). Il poeta ha antenne profetiche, è voce messa in tensione mobile, inquieta e perlustrante da quella nota insondabile, da quella luce abbagliante eppure spesso a noi stessi, che segretamente la alimentiamo, invisibile; quel punctum sonoro e brillante che vibra nel nucleo fondante della coscienza della nostra umanità, mistero di creazione e dissolvenza, limite e infinito, amore e tremore: in questo orizzonte in cui pietà, compassione, rettitudine non sono una cosa sola fa paura vedere il mistero che affiora il segno che non si è avvezzi a veder trasparire (p. 119) Buon viaggio a chi si accinge alla lettura di quest’opera (anche in senso musicale) poetica così intensa e stimolante che si insinua sagace nella mente e fa ardere il nostro cuore – se non l’abbiamo anestetizzato/accecato – proiettandolo sempre oltre

Alessandro Ramberti

Prefazione

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