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‘TRASLOCHI’ DI FRANCA ALAIMO

‘TRASLOCHI’ DI FRANCA ALAIMO

Limpidità della parola poetica e compiutezza espressiva, mai disgiunte da una profonda armonia, sono state da sempre le virtù primarie della poesia di Franca Alaimo, che parla con immediatezza al lettore, in maniera fresca e convincente. Ciò può dirsi anche per questo suo nuovo libro di versi, Traslochi (LietoColle), nel quale ella ci viene incontro con tutta la sua vibrante umanità, per rivelarci i suoi più segreti sentimenti. È, questa che Franca Alaimo ci dà, una poesia-racconto, nella quale ella narra i suoi giorni con estrema sincerità e freschezza, ma anche con un’attenta elaborazione formale, che emerge ovunque dal suo verso libero, dall’andamento sicuro e ricco di immagini di particolare efficacia. E si tratta di immagini che vivacizzano la pagina, dandogli forza e colore, quali: “lo zero della morte”; “un vento sporco di polvere”; “un fittissimo bosco di ponteggi”; “le foglie lampeggianti dei platani”; il selciato che “tremola di luci colorate”; “la stoffa buia dei cieli notturni”; “la lingua lucida dell’acqua”; le “coperte odorose di notte”; “il bianco squallore del cemento”; “l’incommensurabile tedio del silenzio”… Quella che Franca Alaimo racconta con questo suo libro è la storia della fine di un amore, che determina anche la fine di una vita in comune, cui consegue il forzato adattamento a nuovi ritmi di vita e a nuove abitudini. Le poesie vengono quindi a rappresentare i vari quadri di un dramma, che è appunto quello dello sradicamento e dell’abbandono, qui espressi con notevole efficacia di stile. Cambia la vita e cambia tutto il contesto in cui quella vita fu inserita: il “trasloco” diviene pertanto il simbolo di questo cambiamento; della perdita di un consolidato modo di trascorrere i giorni in serena armonia. Il libro inizia con una poesia, Separati in casa, che subito ci introduce nell’argomento. Segue Trasloco, dove la vecchia casa è descritta con minuta perizia, unitamente alle diverse forme (anche minime) di vita che l’abitavano. Il nuovo ambiente cittadino si rivela invece freddo e ostile, privo di quel conforto e di quel diletto che soltanto la natura amica sa dare. Affligge per di più l’autrice la solitudine. Ad alleviare il suo peso viene però ben presto la poesia, che le porge il suo incomparabile bene. E se è vero che talora l’assalgono lo sconforto e il rimpianto (“Io che un tempo credevo di parlare con il cielo / lasciando che le stelle mi cadessero addosso / nelle notti chiarissime di agosto / adesso sento il mio corpo una cosa tra le cose” (Insonnia), è anche vero che ad alleviare la sua pena possono giungere il canto assiduo di un grillo e la trasparenza dell’alba” (Ivi). Qui la poesia di Franca Alaimo ha molti echi e si avviva di più inquiete e sofferte movenze, quali quella di Solo un attimo, che ha questo incipit: “Giorni che non lievitano / nonostante le mani indaffarate” e ha questa chiusa: “… improvvisamente una macchina / proietta un occhio giallo di luce / che un attimo mi guarda, / e poi scompare / così come il fatto che poco fa / ti ricordavo”. Ci sono poi i rumori e i disagi del nuovo ambiente cittadino: “Si sveglia la città tra il rotolio delle serrande. / Anime irose schiacciano i pedali delle macchine…” (Il cielo metafisico); e ci sono i non piccoli problemi di sopravvivenza che ogni giorno è necessario affrontare: “Ma in città i pensieri quotidiani / riguardano l’affitto, il cibo, le bollette, / gli operai, gli oggetti che si rompono…” (Problemi economici), uniti a quelli di una non facile convivenza: “Sento i corpi che mi respirano sul capo / al piano di sopra” (Ivi). In città anche la pioggia è più triste, quando l’acqua “singhiozza sulle ringhiere” (Pioggia in città) e labili divengono i rapporti umani (si veda I condomini di via Bonanno), dato che tutti appaiono “indaffarati o ritrosi”. Persino la sua gatta non gradisce quel nuovo ambiente, nel quale si è trovata ad un tratto a sua insaputa: “La mia gatta non gradisce questo appartamento. / Lo capisco dal suo sguardo offeso e sprezzante” (La mia gatta). Tristi in questa sua nuova casa sono i risvegli (Comincia un giorno), mentre prima l’accoglievano ogni giorno serene presenze (“C’erano i pesci rossi, l’amica d’infanzia / bionda e bianca come la luce, che rideva…”); e anche i fiori ora sono così piccoli da “innamorare il nulla” (Ivi), mentre il cielo è “lacerato dagli spigoli dei tetti” (Passeggiata). Franca Alaimo cerca allora “l’anima tra le costole” (Cerco l’anima) e nel fango “qualche pagliuzza d’oro / per intrecciare la trama nuova della sua vita” (Pagliuzze d’oro). Oggi è la solitudine che più la tormenta, mentre ripensa al tempo in cui era “giovane e piena di colori” (Ivi). E sempre le “raccontano un sortilegio di antiche voci / … / le colature della pioggia sopra l’intonaco” (Di fronte alla casa lasciata: ricordando), nel mentre “oscillano le colline, le case, gli ulivi, / scintillando umidi tra le lacrime” (Ivi). Ella guarda intensamente la sua vecchia dimora, dove “Tra terra e mare si legge ancora il nome del borgo” e la nostalgia l’incatena, sicché nel chiudere il suo libro, con gli occhi rivolti a quelle mura, tra se stessa mormora: “Ci torno da fidanzata e sposa del mio passato, / con quei ricordi di me, / bestiola così scalmanata e tenera in amore”. Un’epoca della sua vita si è conclusa. Ora ha intrapreso un nuovo cammino. Ma quella casa è sempre là che grandeggia nella sua mente e le fa cenno col suo invitante richiamo. Un bel libro questo di Franca Alaimo, caratterizzato dall’estrema sincerità con la quale l’autrice si confessa, nulla nascondendo delle sue lacerazioni e delle sue sconfitte. Ma anche un libro scritto con quell’andamento evocativo, tra pacatezza e urgenza del dire, che sottende una sofferenza controllata ma autentica, per la quale il verso incisivo dell’autrice trova la sua giusta espressione. E si tratta di un’espressione che tocca esiti di vera poesia.

Elio Andriuoli

Pomezia Notizie

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