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LA POESIA DI GIANCARLO PONTIGGIA

LA POESIA DI GIANCARLO PONTIGGIA

È un libro arduo, severo, a tratti enigmatico questo Il moto delle cose (Mondadori) che, a dodici anni dalla precedente raccolta, Giancarlo Pontiggia pubblica nella storica collana dello «Specchio», e si vuol dire qui, solo in accenno, del necessario tempo di elaborazione e sedimentazione di una delle voci oggi più importanti e originali della poesia italiana. L’architettura del volume, con un titolo che conduce subito alla sua densa tessitura di pensiero, è complessa, strutturata per sezioni omogenee ad articolare uno svolgimento tematico che si vuole aperto e libero nella riflessione. Convivono in esso il rigore, talora impietoso, delle domande con il fascino delle immagini, la nudità del dettato e la potenza fantastica, il profondo radicamento in un clima filosofico che è della grande fioritura ellenistica e tardo antica e una modernità essenziale, a tratti “scheggiata”. Da dove parla Giancarlo Pontiggia, o per meglio dire colui che in questo libro dice io e si rivolge di prevalenza a un tu corrispondente al proprio foro interiore? Da quale territorio interroga e ragiona sulle cose, sul loro moto e sulla loro essenza, sulla loro casualità e sulla loro – eventuale – ragione? In un libro strutturato come un dialogo talora perfino drammatizzato – e giova qui ricordare la recente produzione teatrale dell’Autore – questa domanda si affaccia fin dall’introibo, che ha la forma virgiliana di un sogno. Va detto allora che l’io che ad alta voce o sommessamente riflette, figura qui, nello svolgimento di una funzione paradigmatica e conoscitiva, come complessa costruzione poetica da non intendere, o comprendere, nelle maglie del referto psicologico. Altre e alte sono le possibilità che si offrono all’indagine, che ha per oggetto da un lato quella «cella di polvere e anima», sempre in puncto fugientis temporis, dall’altro i colori effimeri «troppo» amati, il loro combinarsi e dissolversi, sul filo di un’investigazione potenzialmente senza limiti se è vero, come ha scritto Carlo Sini proprio a proposito di Giancarlo Pontiggia, che «il destino dell’effimero è nel suo abbraccio con l’incircoscrivibile circolo del mondo, con la verità del suo profondo destino». Come in alcune pellicole di Andrej Tarkovskij il bianco e nero che ne informa la sequenza lascia a tratti  filtrare tra i suoi fotogrammi una rivelazione cromatica legata al sogno: tale il volto di Citera, davanti al quale, per inarrivabile eleganza, «Due si alzano / in volo, tortore / dai bei collari, e vanno / alïando alla rupe di Chora: / giù, alle due baie – è giugno, è sera – / è oro ogni ombra, fuoco // l’acqua che annera». Una “sosta”, ci dice l’Autore, un punto di fuga, un tema da non dimenticare mentre del mondo oscuramente si avvertono i rumori del «micidiale moto»: un pan de mur jaune, dello stesso colore che, pur non nominato, fa da sfondo simbolico a un’altra mirabile rappresentazione onirica di questa raccolta: Ho sognato il Tour. E se l’accostamento può sembrare non immediato, è pur da sottolineare come solo per questi due componimenti si possa qui parlare di un paesaggio esteticamente e storicamente connotato, in luogo di una costruzione che è altrimenti e pienamente mentale, e si vuol dire con questo fisica e metafisica. Una costruzione che lega il tema delle origini e della nascita a quello del destino, e del destino all’ordine naturale. E che interroga il mito del Caos e quello del Cosmo. Ed è tra queste coordinate, sul filo di una ricognizione tanto democritea quanto stoica, che vive la concentrata, inquieta poesia del libro: la sorprendente lucreziana potenza delle immagini («Natura, / salamandra possente, torce / la sua coda di tempo // fervido, che ribolle») e la nudità scabra, senza condizioni, che ricorda i colloqui di Marco Aurelio con se stesso, secondo i ritmi di un ricercare parimenti lontano dalle pieghe psicologiche o di un’immaginaria romantica malinconia, ma severamente iscritto in un genere consolidato. Dunque «così poco / è la vita, // che un verso, un muro, un letto / sono più lunghi di te, // erano prima, e sono dopo / di te», ed è forse il riferimento allo stile e al pensiero dell’imperatore filosofo (affine anche la decisiva riflessione sui nomi, «le parole prime, scure / che dicono sì e no, che oscillano / tra le cose») quello che maggiormente si coglie laddove lo sguardo è portato in maniera diretta, meridiana, su quanto passa, senza fermarsi, dinanzi ai nostri occhi. Forza e materia risultano così gli agenti di una contesa che ci precede e ci seguirà, secondo due infinite, divergenti linee di tempo: ed è della materia che ci intesse l’inclinazione alla catabasi, all’esito claustrale che una teoria di forme riflessive – talora neologismi dell’Autore – denuncia: quasi un basso continuo, lungo l’intera raccolta, risuonante di «s’infima, s’indedala, s’incavedia, s’invasa…»; termini tutti di raffronto a ricordarci gli scogli sui cui s’urta, quotidianamente, il mestiere di vivere. E tuttavia, come non pensare, radice stessa della materia, al variopinto colore delle illusioni, ai sogni, agli «stupefacenti velami del mondo»? Come non legarli a un pensiero che interrogandosi si fa poesia, si fa disegno e musica, e che per questo ci trascende e ci illumina?

Marco Vitale

Cenobio

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