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LA POESIA CIVILE DI PIETRO SPATARO

LA POESIA CIVILE DI PIETRO SPATARO

È difficile fare l’analisi della poesia perché la poesia deve essere ascoltata e parlarne in termini logici è terribilmente rischioso. Corro il rischio e vorrei parlare di Cercando una città (Manni), seconda prova poetica di Pietro Spataro, con una prefazione di Pietro Ingrao. Qualcuno ha detto che si tratta di poesia politica. Direi meglio: poesia civile. La poesia civile nel nostro paese non è molto frequentata, bisogna forse tornare al Pasolini della “Ceneri di Gramsci” e al Quasimodo di “Uomo del mio tempo”.  Il libro di Pietro Spataro è diviso in quattro sezioni che portano quattro titoli emblematici: Genealogie, Cartografie, Lunario, Planetario. Genealogie è una sorta di storia del mondo prima di questo in cui viviamo, prima che avvenisse quella che Pasolini ha chiamato la grande mutazione antropologica. In questa sezione si parla di operai: il falegname con la sua borsa dei ferri, l’elettricista, il meccanico, l’idraulico, il manovale. Si parla insomma dei vecchi mestieri, della dignità del lavoro. Una poesia intitolata Operai dà forse il senso di questo percorso: “Si portano addosso / un corpo consumato / dalle ore al banco / alla catena o sulla precaria / impalcatura / di un cantiere nascosto”. L’immagine della “precaria impalcatura” richiama quelle che sono le tragedie di oggi, i morti sul lavoro, la mancanza di rispetto per i diritti e per la vita. C’era una volta la dignità del mondo degli operai e un forte senso di appartenenza, fino a quando non c’è stata una frattura. Siamo negli anni Ottanta del secolo scorso, ricordo che ero a Torino, lavoravo alla Einaudi e abbiamo sentito un giorno un gran corteo. Era la marcia dei quarantamila, la marcia dei colletti bianchi che in qualche modo segnò con la sua rabbia contro gli scioperi dei lavoratori l’inizio della fine di un mondo operaio. Dentro questa poetica del lavoro c’è spazio anche per gli affetti personali: basti pensare alla poesia intitolata “Un falegname”. Il falegname in questo caso è il padre e qui Pietro Spataro dice io, dice mio padre, racconta la dignità di questo artigiano che “abita il legno”. Abita il legno: una frase veramente poeticissima… Poi appare, nel racconto dei mestieri, una borsa dei ferri e il poeta scrive: “Tutto saliva lentamente / sulle mie mani incerte / verso le tue sicure / per dare forma all’informe / all’indefinito legno / appena nato”. Tutti questi oggetti del lavoro che escono fuori da questa borsa danno poi forza e dignità al lavoratore.  E allora appaiono l’elettricista (“dare la luce è un bel lavoro”), il meccanico (“prima di intervenire ascolta”), l’idraulico (“è bastata la sapienza di un tatto”), il manovale (“la mano regge il fianco”). Fino a quando appare nel libro l’esubero in quella bellissima poesia intitolata “Uno in più”: “Da oggi sei un esubero quindi / non sarai più esuberante / perchè non trovi alcun motivo / o eccitazione nel vederti / tagliare via come escrescenza”. Oggi ci sono tantissimi operai che sono esuberi perché sono lavoratori in nero e non appaiono. Sono le ombre che costruiscono le case abusive, i clandestini che fanno i lavori pericolosi e rischiano spesso la morte. Ci sono, nel libro. anche i personaggi di questa lunga storia di lotta per la dignità, la libertà e il progresso: Mario Luzi per esempio o Luigi Pintor o Enrico Berlinguer che crolla sul palco di Padova. Ma io voglio ricordare la storia di Ian a cui è dedicata una poesia. Ian era un operaio che è stato bruciato vivo da un padrone italiano solo perché chiedeva l’aumento. Ian può essere l’emblema della nostra epoca nella quale si arriva a uccidere pur di non risconoscere un diritto elementare. La poesia che dà il titolo al libro è centrale ovviamente. E’ una poesia che rimanda a San’Agostino, alla città di dio. Qui però siamo nella città dell’uomo, nel momento del desiderio che diventa utopia: questa è una città ideale non in senso metafisico, è la città umana, la città civile che è sparita sotto i nostri occhi. E’ la città dei diritti e dei doveri, della moralità, la città del buon gusto e dell’equilibrio. C’è nell’Odissea un momento in cui Odisseo arriva nell’isola dei Feaci e viene accolto nel regno di Alcinoo e sembra questa la civiltà perfetta, il regno di Utopia dove tutto è armonia. Lì viene scoperto da Nausicaa e condotto alla reggia. Ulisse si dichiara, dice di essere un naufrago ignoto poi alla fine si rivela come Ulisse. Poteva restare nella città di Utopia. Ma Ulisse non rimane, vuole tornare nella città della storia dove ci sono i suoi affetti e la sua storia. Anche Pietro Spataro vuole restare nella città degli uomini e il migliore dei mondi dice di averlo visto nei sogni. Una parte di questo libro mi ha intrigato molto ed è quella intitolata “Figure viaggianti”. Si passa dal cerchio al punto, all’ottagono al quadrato al rettangolo e ognuna di queste figure geometriche ha un significato. Il cerchio mi sembra la figura geometrica più inquietante, fa pensare a un mondo dove ci sono carcerati che camminano in forma circolare e c’è un muro alto che impedisce di uscire da questa prigione dentro la prigione. Di segno opposto è l’ottagono che mi è sembrato invece l’immagine di utopia, una sorta di piazza in cui ognuno parla e dove si stabilisce una comunicazione libera da ogni lato. Cercando una città ci lascia, al termine della lettura, una speranza: che ci sia finalmente un mondo dove si recitano le poesie, dove ci sono gli ascoltatori che ascoltano e i vigili che non fanno le contravvenzioni ma cercano di moderare quelli che vogliono ascoltare queste poesie. La poesia ovviamente è una metafora per ricordarci quello che dovrebbe essere il nostro mondo umano: un mondo di civiltà.

Vincenzo Consolo

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