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LA DOMUS AUREA DI EUGENIO REBECCHI

LA DOMUS AUREA DI EUGENIO REBECCHI

Una vita intensa, vissuta senza mai smettere di interrogarsi, di cogliere il senso dei giorni che scivolano via sempre più veloci e dei sogni che, con essi, tramontano per farsi cenere, pronta a dissolversi…  E’ da questo punto che occorre partire, se si vuole esplorare il complesso, profondo e coinvolgente universo estetico di Eugenio Rebecchi. Operatore culturale, editore, critico brillante e acuto, pittore e poeta, nella sua raccolta di liriche Domus aurea (Blu di Prussia)Rebecchi  narra sé stesso, con un tono che coniuga, con impareggiabile perizia, garbata ironia e tensione elegiaca; descrive i momenti significativi del suo fragile e precario esserci nell’essere, misterioso e impenetrabile; racconta le rapide e fugaci epifanie, le inquietudini e i trasalimenti dell’anima in perenne attesa di risposte; espone la sua visione del mondo e, con essa, le coordinate di un progetto ambizioso; con la poesia, costruirà per sé (ma il disegno è disponibile per chiunque abbia voglia di approntarne in piena libertà uno simile) una sua Domus aurea, un luogo privilegiato dello spirito, consacrato alla bellezza, alle muse, alla verità, al bene, all’amore, all’armonia e alla luce. Gli ambienti della preziosa e vivifica dimora si snodano, l’uno dopo l’altro, in un continuum organico, arioso, privo di angoli bui o di spazi inutili: le Stanze dell’esistenza, lo Studio del pensiero, la Cucina del desiderio, il Corridoio della poesia, i Balconi del sogno, il Giardino dell’amore. Affascinato e coinvolto dalla magia visionaria e accorata dei versi, il lettore corre col pensiero verso secoli lontani; rivede un’altra casa, immensa, realizzata con mattoni, ma ricoperta di lamine dorate e di pietre preziose, edificata dopo la rimozione delle macerie ancora fumanti di una Roma che, nel delirio lucido di un uomo assetato di gloria e di eternità, sarebbe stata rigenerata dall’arte e illuminata dallo splendore di un novello sole. Ben altra, più sentita e umana, e per nulla velleitaria, è la meta che intende raggiungere Eugenio Rebecchi, allorché capisce che spavaldo e a passo lesto gli è corso incontro il tempo, in un mondo in cui sempre più il nulla minaccia di trionfare; dove manca amore, non c’è sogno, difetta la comunicazione e si registra, ormai, l’inappartenenza a un genere; dove la pioggia cade fitta e impietosa su bipedi amorfi e ottusi. Immune da qualsivoglia patologia generatrice di follia e di delirio, il poeta piacentino intende realizzare, con l’ausilio di una scrittura sempre più agile, efficace e adatta alla sua inconfondibile voce, una sorta di sacra fortezza, decorata con i granelli di sabbia dorata di un canto da sempre proiettato  oltre i confini della contingenza, della solitudine, del dolore e della morte. E’ in questo luogo ideale che il poeta desidera trovare rifugio e serenità, con la sua Flavia, con la quale ha voglia di continuare, tenace e innamorato come sempre, a scarabocchiare l’ipotesi di una serie interminabile di sogni. Lui, la sua donna e l’amore; lui che ha gridato/nella notte/come lupo/lontano/dal branco; lui che è rimasto a lungo in attesa; lui che, all’arrivo di lei, non più lupo ha finalmente imparato a sorridere, ad aprirsi alla vita. Nella prefazione, Paolo Ruffilli, maestro raffinato della critica e voce poetica pulita e incisiva della letteratura contemporanea, ha, tra gli elementi di spicco dello stile, evidenziato la limpidezza fono lessicale nonché il continuum lirico ritmico-sintattico (in cui si alternano improvvise accentuazioni di tono e di cale riflessive) come cifra particolarmente significativa di Eugenio Rebecchi… Condivido in pieno. Domus aurea, infatti, oltre a essere una raccolta di versi mai banale e scontata per il suo contenuto, è anche testimonianza di una padronanza piena degli strumenti del mestiere, frutto di una lunga frequentazione dei classici nonché delle opere più significative della poesia contemporanea.

Pasquale Matrone

La Nuova Tribuna Letteraria

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