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ANNA SANTOLIQUIDO IN TRADUZIONE

ANNA SANTOLIQUIDO IN TRADUZIONE

Anna Santoliquido è tra le poetesse più tradotte nell’Europa dell’Est e lo riconfermano le due ultime raccolte: I have gone too far / Sono andata troppo lontano, in armeno-inglese, edita nel Nagorno Karabakh nel 2016, e Profetesha / La profetessa, pubblicata in Albania nel 2017.  Il trait-d’union, che accomuna le due sillogi,  è il viaggio, durante il quale ha sperimentato la dolcezza e la generosità della gente, che le hanno riportato alla memoria i luoghi e le donne del vicinato della sua infanzia a Forenza. Anna Santoliquido si è rispecchiata nella fede genuina del popolo armeno e il suo cuore è stato rapito su una collina dell’Artsakh davanti alle statue di pietra di Tatik-Papik (la nonna e il nonno), simboli di quella Repubblica; con la mente è ritornata a suo nonno che tornando dai campi a sera le  «donava / un pugno / di noci / o di castagne». Ha rivisto sulle facce stanche e bruciate dal sole delle donne il sorriso della madre e nei gesti spontanei quella civiltà contadina, che ha ritratto ne I figli della terra, la sua prima raccolta, di cui La casa di pietra  (non a caso è inserita nelle due sillogi) è diventata  il simbolo di  una geografia umana a tutte le latitudini. La poetessa ha eretto plastici, mappature, carte della propria terra per affermare l’appartenenza, creando una sorta di “paesologia”  che è una nuova forma di etnologia del paesaggio, del quale Anna ne è l’espressione, quasi a voler significare che lei è paese e da qui nasce la sua scrittura. Tratteggia non solo il paesaggio pugliese, «la spiaggia di Mattinata […] la baia di Polignano», «la schiuma del Gargano» (in La schiuma del Gargano), ma anche lucano; un paesaggio familiare, che è presentato nella sua tempestiva, concreta fisicità, in una serie di accostamenti paralleli. La schiuma del mare le riporta alla memoria le distese brulle e gialle nella piana della Murgia, dove i pastori si ristorano sotto l’olivo, raccogliendo, nelle lunghe soste dietro il gregge, la cicoria, che cresce insieme al cardo mariano. L’emozione esplode e si frantuma di fronte alla barriera invisibile del tempo e lo sterile, il chiuso, il deserto della vita si sfoglia, si decompone nel rapido evolversi del Pensiero. Nelle due miscellanee spesso si intersecano gli stessi brani poetici (Testamento, L’esplosione, etc.), poiché i curatori hanno voluto attraverso un excursus far scoprire la vibrante poesia della Nostra.  Il lettore si schiude a un mondo fatto di ricordi, nostalgie, sentimenti che affiorano di continuo,  ma anche di vita quotidiana e di attiva partecipazione al sociale. Lo stupore di fronte a incontri significativi con poeti dell’Associazione Scrittori di Yerevan e di Stepanakert nonché dell’Albania  l’hanno ritemprata. Che grande miracolo opera la poesia! È capace di annodare le storie di popoli lontani. Ma che cosa può dare un poeta?  Egli attinge  all’Assoluto e «offre parole / parole incarnate». È simile al Demiurgo platonico, creatore della realtà, che ci porta fuori dal «caos primordiale». Diventa divulgatore di pace nel mondo e nell’anima, perché «porta in tasca l’universo» ma è anche colui che «muore da solo». È la forza eternatrice della poesia, di foscoliana memoria, che lo ferma «al limitar di Dite», ad afferrare la luce e liberare il canto. Il suo lavoro è simile a quello della Sibilla, il mito di cui ci parla Virgilio nell’Eneide. La profetessa ispirata da Apollo, trascrive le profezie del Dio sulle foglie, che il vento disperde. Il rito rivela la missione di intermediario del vates, spesso inascoltato, tra il mondo della verità e quello degli uomini. Egli è il porto sepolto, come diceva Ungaretti, e nel profondo scopre l’inesauribile segreto, i misteri  inenarrabili che il soffio del vento disperde anche se le parole sono portate dall’angelo. Anna è poetessa sempre, sotto il cielo di Puglia e della Lucania, ma anche  «a Belgrado e a Zagabria». Le foglie, i rami, la mentuccia, i rampicanti, la vigna, i rovi, ma anche le tortore, il lupo mannaro e lo scricciolo sono occasioni di folgorazioni poetiche, anche quando predispongono a immagini di morte, perché la poesia di Anna Santoliquido abbraccia l’universo,  la gente, la natura. Anna Santoliquido fa un bilancio della vita e scrive un Testamento, dove consegna ai lettori un’eredità: «una carezza / soave come il miele di acacia / grata per la fedeltà / e la battaglia». In questo lascito ideale non dimentica nessuno: ai passeri dona «le emozioni represse», al falco «le visioni / e l’ampiezza della fantasia»; al cerro e alla quercia, simboli del mondo pastorale d’origine,  «l’intimità dell’opera», alla vigna «le idee acerbe», matureranno al sole come chicchi d’uva, per divenire aglianico robusto. Ma anche alla luna, al fuoco, alla neve, al fiume, al ruscello, al cielo e ai bimbi comunica un insegnamento.  Infine ai poeti lascia: «il dilemma / la giovialità del percorso / e la purezza delle pagine / li tramanderanno ai posteri». L’amore per la vita è trasfusa nei componimenti, dedicati alla famiglia, al padre, alla madre, alle amiche (in L’esplosione) ai ragazzi, a tutti gli uomini della terra che s’incontrano, si amano, si scontrano in guerre cruenti. Lo sguardo della poetessa si posa su tutto, anche sulla memoria di alcuni personaggi illustri della cultura mondiale e su alcuni uomini e donne che sono già nella storia. Un’immagine nuova la troviamo nella poesia La profetessa Anna (dalla quale in Albania mutuano il titolo della raccolta La profetessa) dove vi è un parallelismo tra la sua opera e quella della biblica figura di Anna, che accolse Gesù nel tempio durante la presentazione. Scrive: «la profetessa Anna / si guadagnò il cielo […] il mio regno è la pagina». Lo stupore della poeta alimenta il vento ai crocicchi della via, che afferra e con esso ingaggia una lotta, che ne dilata la visione della vita in una tenerezza consapevole e battagliera. La poesia per Anna Santoliquido è la chiave di lettura della realtà, dal momento che si è spogliata di ogni pomposità in un andamento ritmico immediato, che mantiene l’intensità dell’immagine e la ricchezza della metafora. La potenza evocativa della parola consente di raggiungere una realtà più profonda, di rivelare i segreti più intimi dell’io, dove veglia e sogno si conciliano. La poetessa è stata paragonata da Răzvan Voncu, critico letterario e docente di Bucarest, alla grande romena, Ana Blandiana, per la dolcezza, solidarietà umana, comunione, ma anche per la responsabilità, la coscienza morale, l’intransigenza e il rifiuto dell’ostentazione. Dinamica e fragile  dagli occhi profondi e neri, come la donna armena, incarna la donna del Sud che veglia sul cammino e ci rende più sicuri «nel percorrere le vie sconosciute».

Franca Amendola

La Vallisa 

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