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‘TELEPATIA’ DI GIAN MARIO VILLALTA

‘TELEPATIA’ DI GIAN MARIO VILLALTA

A distanza di cinque anni da Vanità della mente, che gli aveva procurato riconoscimenti importanti, Gian Mario Villalta ha pubblicato una nuova raccolta di versi, Telepatia (LietoColle). Si tratta del libro più crudo e più duro che questo poeta abbia scritto. E anche del più anti-letterario, perché in questi componimenti che alle risorse della poesia attingono comunque senza timore, la letteratura non costituisce in alcun modo un’alternativa alla vita, una possibilità di sublimazione o di redenzione, anche soltanto conoscitiva. La poesia, insomma, qui non salva nulla e nessuno, a cominciare dall’autore. Composto di diciannove poemetti scanditi quasi tutti in quattro movimenti o sequenze, il libro si può leggere come un accerchiamento progressivo di quella che non saprei definire altrimenti che come una ferita esistenziale. Detto più semplicemente: come una slogatura, un’asimmetria tra se stessi e una possibile felicità della vita. Riguardo a questo, non ci si finge nulla. In un passaggio di uno dei poemetti più riusciti, intitolato emblematicamente La maturità, questo vero e proprio stigma prende anche un nome, una forma, una sembianza, diventando un modo di essere, di percepire le cose, perfino di scrivere le poesie: «quel cielo, i colori, l’odore della stagione, / che scavavano un solco / tra me e me, e pensavo, lavoravo e pensavo / per mantenerlo vivo, quel solco, luogo vero / nella mente, colmarlo sempre, colmato mai». Quel tanto di algido, di asciutto, d’immobile – certi paesaggi, certi scenari e situazioni fissate quasi senza partecipazione sensibile, come al di là di un «solco», appunto – che si trova nei suoi libri precedenti, trova qui la propria ragione. Quella secchezza, quella luce ferma e chiara, quel tagliare i fili alla complicità emotiva, quel non cedere alla possibile seduzione della realtà, ben prima che da una strategia espressiva derivavano invece – ora lo sappiamo – da un’oscura necessità, meglio ancora da una costrizione di natura esistenziale. A ben vedere, però, da uomo pratico e concreto qual è Gian Mario Villalta ha inteso fissare la natura della propria ferita e comprenderne i condizionamenti piuttosto che ricostruirne il principio. Questo non è un libro sulle cause ma sulle conseguenze. Se lo si riduce all’osso, il rovello problematico che genera la sua poesia può essere infatti riassunto così: com’è possibile vivere, darsi un presente e persino un orizzonte in assenza di una vera speranza? Com’è possibile dare credito all’esistenza quando ogni fibra fisica e mentale quel credito di felicità sembra negarlo e, anzi, il cinismo appare più forte di qualsiasi fede? Ecco, queste poesie nascono giusto all’incrocio tra la consapevolezza della propria disillusione e l’attenzione rivolta dal poeta al mondo dove vivono gli altri, tra il lavorio della mente che distanzia, limita e cancella, e la nuda evidenza della vita che semplicemente accade. «Siamo ancora ostaggi / di qualche significato, ancora icone che un clic / apre all’inganno / di crederci veri e, nell’istante, / eterni», scrive Gian Mario Villalta. Ma poi, propria a partire da questo riconoscimento fondamentale, sono possibili persino smentite e rovesciamenti imprevisti: «Sa la speranza solo chi dispera», o ancora: «Resterà, / di questo giorno opaco come oro, / il silenzio inoltrato / in un ottobre storto, che sfinisce / ogni cedere – mi ritorce più crudo / il mio cinismo, e non mi crede». Lungo i vari poemetti come fossero altrettante stazioni conoscitive, Villalta sembra allora circoscrivere la sua primaria disposizione esistenziale non per sconfessarla o superarla, ma per misurare le sue forze e aprirsi, proprio a partire da quella, una prospettiva possibile. Anche attraverso Zanzotto il suo nume poetico è petrarchesco: non c’è spazio per la trasformazione, per la rinascita, quanto per la conoscenza di sé, per la consapevolezza di qualcosa d’impermeabile che non potrà comunque essere cambiato. «Ma io ho perduto il mio amore», scrive come a suggello della sua intera storia personale. I dialoghi coi suoi principali maestri, Zanzotto, appunto, quindi Giacomini e Bandini, il rapporto con la figlia, qualche ricordo iniziatico (la madre, il padre, il nonno che gli racconta la guerra),  alcuni scorci e situazioni del paesaggio del suo nord-est, certe piccole meditazioni sul tempo, il destino, la dimenticanza: ogni riflessione, dialogo, racconto, dà luogo comunque a una presa d’atto che è anche un processo d’orientamento. Non è un caso che l’asse portante di questi pometti vada trovato, anche più che nella narrazione, nell’argomentazione, e dunque nella sintassi, nelle conquiste e nel percorso stesso del pensiero. «Dal lavoro della terra, che risponde / nel tempo suo alle nostre azioni, / porto il senso del limite, la cura / che è più dell’intuizione, / nel gesto che compie le ore»: non è solo una professione etica, ma anche, indistintamente, una dichiarazione di poetica. Sembra che Gian Mario Villalta sia costretto, alla lettera, a farsi rasoterra, a spianare completamente sogni, speranze, illusioni, a spingersi il più possibile a ridosso del suo punto di rottura per riconoscere la propria fortezza, una spinta a edificare – la vita, la poesia – al di là di tutto l’orgoglio e l’amarezza. Come lui stesso dice, è un poeta della cura, della volontà, non dell’intuizione. Non so se questo sia il suo libro migliore, ma certo è quello in cui più è andato a fondo nella conoscenza e definizione di sé, fino a mettere in scena l’origine stessa della sua poesia.

Roberto Galaverni

Corriere della Sera La Lettura

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