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LA POESIA DI LINDA MAVIAN

LA POESIA DI LINDA MAVIAN

Linda Mavian è felicemente giunta con I rimanenti mari (Campanotto Editore) al quinto e sicuramente più innovativo se non anche più importante libro di liriche. L’attuale silloge suddivisa in tre sezioni, avendo ognuna un proprio titolo, “Limite di sorveglianza”, “Limite inesperti”, “Una veste più ampia”, raccoglie in una prospettiva stilisticamente ardita, ma concettualmente unitaria, temi e momenti, episodi e ricordi, immagini e sentimenti, di una avventurosa navigazione poetica che metaforicamente si è inoltrata nelle sue spericolate rotte ad attraversare zone quasi inaccessibili del “mare” misterioso della parola e di quello non meno insondabile dell’esistenza. Si deve intanto sottolineare fin da subito che si tratta di una raccolta che nel complesso risulta validamente segnata per originalità di modi e di accenti dall’esito innegabile di una raggiunta smagliante maturità espressiva, a riprova ulteriore non solo di una vocazione, da parte di Linda Mavian, autentica ed insieme continuamente feconda, ma pure di una sua ormai inconfondibile capacità di saper cogliere e trasmettere, in maniera davvero originale, situazioni ed emozioni vissute con una intensa e rara partecipazione interiore. Per cui anche le motivazioni più soggettive o i dettagliati riferimenti esistenziali, d’altronde necessariamente comprensibili per una siffatta ricca esperienza, non riescono minimamente poi ad offuscare o sviare la tensione invece principale che guida dunque l’autrice a trasformare, ogni volta, sia percezioni provate davanti alla natura, lungo il ciclo delle stagioni, che pensieri e sentimenti più intimi, sia memorie imperdibili che delicati aneliti, in una sostanza poetica di essenziale chiarezza, sia speculativa che immaginativa. A tale ragione si potrebbe persino supporre che l’autrice venga dunque a condividere con Plotino il principio per il quale l’essenziale è invisibile agli occhi ma non all’anima; il logos poetico che accende infatti questi componimenti di Linda Mavian si rivela propriamente in quel farsi del verso addirittura quale segno e tema della parola mancante, come attestano in maniera quanto mai evocativa queste illuminanti “schegge” o scintillanti “frammenti” lirici che, dal fondo originario di una invalicabile distanza e di una imperscrutabile prossimità, riemergono sulla superficie di una “istantanea” quotidiana, dentro il flusso temporale di ogni momento del proprio vissuto, nello spazio quasi diaristico della pagina per le circostanze talora minute, ma non secondarie, che essa riesce a registrare attraverso una scrittura in apparenza riduttiva se non aforistica, benché in sostanza puramente ispirata e dettata da un bisogno comunque di restituire alla parola, alla grazia donata alla parola poetica, la sua enunciativa verità se non la sua inattingibile provenienza originaria e, nello stesso modo, la sofferta impossibilità di dirne in modo completo e definitivo la trascendente totalità del suo ineludibile e misterioso senso. E ancora con altrettanta immediatezza vi si ascolta nei versi la dolcezza, a sua volta, di un ritegno, anzi il pudore che la porta a trattenere persino quanto di intimamente doloroso potrebbe nella scrittura apparire invece troppo personale o eccessivamente eloquente; affetti e cose, qui, reclamano infatti una misura non meno segreta per conservarne indelebilmente la memoria, per sottrarre al rumore confusamente indistinto del mondo che la circonda e che ci circonda un destino di oblio. Qui la parola riecheggia solo nel silenzio, anzi essa sorge dallo stupore del silenzio e vi si sprofonda, stagliandosi, alla fine, nella stessa vertigine dei suoi abissi. E dunque ogni lirica evoca il silenzio dove anche la parola mancante risuona allora nella dimensione altrettanto ineffabile dell’assenza o della perdita già avvenuta, in quel fondo dell’interiorità che la rispecchia e la custodisce. Perché ognuno di quei “frammenti” non è per lei una “parte” del tutto ma è già, ogni volta, il “tutto”, forse l’unico modo poi per poterlo veramente pensare e per riuscire infine a dirlo. Si deve comprendere il senso di tale aspirazione tenendo conto, a sua volta, di quanto ci ha pure indicato in maniera lampante E. M. Cioran, là dove egli annota:”…Il Nulla era senz’altro più confortevole. Come è difficile dissolversi nell’Essere…” Ebbene la stessa parola nella poesia di Linda Mavian, restando, allora, più sospesa che indefinita, oscillante tra i margini parallelamente sconfinanti del pensabile e del dicibile, proclama nell’incanto della propria levità, l’essenza stessa del silenzio, fornendo quell’apertura consentita sull’indicibile cui aspira ogni purezza del pensiero, ogni impulso del sentimento. Per affrontare una simile rischiosa sfida Linda Mavian procede altresì secondo un metodo di intermittenze ritmiche e di sovrapposizioni prospettiche, sia spaziali che temporali, nonché di impreviste allitterazioni e spostamenti incongrui se non paradossali, abolendo di conseguenza ogni interpunzione o stacco al fluire libero del verso. E configurando contemporaneamente una molteplicità di luoghi e momenti, di sfolgoranti “sequenze” o “istanti” da ciò l’apparente carattere epigrammatico e gnomico dei suoi “frammenti” lirici i quali, comunque, anche quando sono formati di un unico verso, nulla hanno a che spartire nemmeno con ipotetiche riesumazioni, del resto anacronistiche, di certi modi sintattici e stilistici dell’Ermetismo del nostro primo Novecento. Persino il movimento alterno e quasi sincopato delle strofe, specie nelle liriche più articolate, si dimostra cadenzato sulla base piuttosto di una inflessibile geometria verbale e concettuale improntata su esigenze di trasparenza e leggerezza onde evitare ogni ridondanza per non compromettere il respiro che anima lo stesso mistero della parola nella sua sorgente radiosa enunciazione. Semmai sarebbero invece da individuare altri tramandi e suggerire dunque matrici e raffronti letterari diversi e più adeguati, ricercando a tale scopo meno improbabili convergenze e, viceversa, più evidenti affinità con autori, quali Jabès e Celan, osando ritenere che certi modi e contenuti dei loro testi siano invece maggiormente e più fruttuosamente entrati nella sua formazione poetica ma che in ogni caso pur non costituendo dei modelli esclusivi e diretti dovevano rappresentare per la soave e febbrile sensibilità della Mavian degli ascendenti alquanto a lei meglio congeniali. Anche la sua erratica poesia ci invita in fondo ad ascoltare quanto ne ha segnato profondamente l’anima e l’esistenza, e che il tempo non potrà mai cancellare perché sono ferite ancora aperte quelle che lei porta; ora nei versi torna risonante alla memoria l’esodo dalla patria ancestrale, ma anche il desiderio di una patria agognata dello spirito – forse questo è il possibile luogo dei “rimanenti mari” – ora lo strazio ugualmente lampante per la perdita di una persona amata oppure la condizione di angoscia e di solitudine di un’esistenza che non si riconosce nel tumulto irrimediabilmente sfrenato di miti e di valori sempre più effimeri dell’oggi. Così essa si scopre di aggirarsi in un mondo fragile per ricercare per l’appunto pensieri leggeri, per serbare integro un sentimento ansioso e comunque pieno della vita, ma ciò non da ritenere poi quale consolatorio rifugio, al contrario per tentare da quel mondo intimo di oltrepassare semmai i limiti imposti da certe convenzioni, riannodando invece le tracce di percorsi esistenziali attraversati e che attraversa con limpidezza di sguardo e di ascolto, tra un vagabondare rivelativo di esperienze più necessarie e profonde. Non a caso i temi del viaggio e del ritorno sono quelli che maggiormente si rincorrono nei testi, transiti del vissuto e nel vissuto che però mai coincidono sullo stesso punto, e dove nondimeno anche le minime occasioni, un fiore, una foto, un ruscello, la polvere sulla sponda di un ponte, la sabbia di una spiaggia, muovono con rapinosa fluidità gli accenti di una promessa disarmante anche con un altro nome. Altro e oltre resta dunque l’orizzonte di senso cui la sua poesia tende, a qualcosa di imperscrutabile e nello stesso tempo di atteso ma che la parola non potrà mai definire o decifrare del tutto, e lo scrive con una icasticità di linguaggio estrema, l’opposto comunque di un astratto minimalismo formale o dell’afasia cui purtroppo sono approdati certi sperimentalismi poetici del resto ad essa estranei, nominando apertamente tale impossibilità e perciò si sente di doverlo enunciare in quelle due brevi strofe: perdona il mio presente / il mio imperfetto. E poiché, citando infine un altro verso, ci avverte anche che non pretendo di finire il racconto qualcosa si dovrà attendere, benché in ogni caso di fronte già all’odierna avventura poetica che l’ha mirabilmente condotta a sondare i mari dell’indicibile – “i rimanenti mari” – in quello spazio ignoto dove la parola non può farsi che perigliosamente e prodigiosamente  ineffabile – siamo più ancora convinti che l’essenzialità trasparente del suo dire ne abbia intanto evocato e fornito in una forma espressiva di affascinante leggerezza una dimensione di risonante armoniosa pregnanza.

Toni Toniato

Prefazione

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