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I RACCONTI IN VERSI DI ARNALDO EDERLE

I RACCONTI IN VERSI DI ARNALDO EDERLE

A una prima lettura Poemetti e Racconti in versi (LietoColle) di Arnaldo Ederle coinvolge nell’incalzare degli argomenti, per la viva colorazione affettiva, per gli incanti descrittivi e naturalistici. Oltre questa luminosa superficie il libro mostra la sua unità di fondo: la scrittura fluida e continua, il periodare ampio, il frequente interrogarsi e catturare l’attenzione di chi legge, perché l’autore gli parla, gli descrive quello che sta vedendo (“Tre e mezzo, la discesa scende fino/a mezza costa, case nude senza uomini”), gli espone riflessioni, ricordi (“Ecco, ritorna il suono, ecco/torna il colore lo splendore”), si mostra con la sua esperienza di vita e la maturità raggiunta, la sua psicologia e filosofia. Cosa conta per il poeta? La natura, soprattutto primaverile: “Il verso dell’usignolo, / che si perde tra le fronde delle foreste / in cima alle onde del mare come brezza / volante sulle creste della risacca / che piove con gocce dorate dall’azzurro / del cielo, sarà la loro voce / un fischio limpido modulato / un canto ansioso ansioso e infinito / l’essenza della gioia / la sua sintesi la sua parafrasi.” Conta l’amore, che è energia e felicità, la bellezza che salva ogni cosa, anche la catastrofe la miseria e la brutalità, se solo è possibile vedere dei segni significativi, forse intenzioni. Nella seconda parte del libro, sette lunghi Racconti in versi, Arnaldo Ederle fissa luoghi dell’immaginario, propri della tradizione letteraria, animati da pulsioni profonde, pre-culturali al confine tra animale e civile: l’incesto madre figlio e padre figlia, l’animale crudele e irragionevole in ognuno di noi, l’eros nella sua versione pura e tragica oppure voglia cieca e ridicola, la memoria ancestrale e inconscia del mondo dei morti in ciascuno. Nella prima parte invece, più lunga, i poemetti si raggruppano intorno al femminile e al maschile, alla storia dell’avidità e della bestialità, alla musica, alla natura, al divino, all’identità e alla morte. Due esempi della condizione di solitudine e abbandono in cui l’umano precipita senza colpe individuali né accettabili ragioni, sono due creature sole e senza niente: l’uomo solo “… un gatto/piuttosto consumato e mansueto ma/non si può accarezzare, è brutto,/però è dritto eretto con la schiena/ritta e il passo del penitente/pensante non pigro ma lento.” Quell’uomo di “Silenzio a bocca aperta”, scrive Arnaldo Ederle, “Io lo amo quest’uomo, lo adoro, / la sua mansuetudine la sua  / solitudine il suo non senso della sua / povera vita senza presunzione senza / slanci senza desideri, forse.  / Ma non so se è proprio così se / nasconde qualche magia qualche magia  / che non comprendo e che naviga / nel suo cuore e nel suo squinternato  / cervello, ma qualcosa di strano / dev’esserci.” Altrettanto sola e misera “La zingara del cimitero”: “Sta lì seduta su quella/fioriera come un corvo sorridente / e mi saluta come un parente  /o perlomeno uno che conosce da molti / secoli”.  Contigua alla morte, mendicante infelice e sradicata,  sogna forse nel dopomorte  “… cose tante cose / che ti appartengono e ti danno / calore, magari vedrai gente conosciuta / che ti circonda e ti parla con / gioia e affabilità, cara gente che / ti ama.” In altri Poemetti il male storico e sociale è collegato al bestiale all’ottuso all’avido (“Questo non  lo capirò mai, non riesco/a indurlo nel mio poco cervello, non so/come fare non so come si possa credere/all’abbraccio dell’oro”. Delle guerre, e della miseria che ne segue, Arnaldo Ederle fissa lo svuotamento vitale “sembrano muti/pare che ascoltino qualcosa/che non si vede, che stentino/a capire il rumore di fondo”, e la sofferenza infantile “i bambini che raschiano/la miseria e sporgono la testa/nei cassonetti, che entrano/con gambe e corpo” (da “Le fosse della fame”). Mentre il femminile è piuttosto riportato a un divino soccorrevole, rinforzante, energia che apre, pacifica e regola. Dal “Canto dell’angela”: “Angela, sei tu che insegnavi  / ai cari bambini la cara allegria / che li difendevi dai lupi / e dai cinghiali della brutta esistenza / che li accoglievi tra le braccia / tremanti di terrore / distolti dai giochi della buona / natura. Eri tu, angela, che li prendevi / in custodia con la tua / fiocina e gli schinieri / da guerriero.” Meno tranquillo verso il maschile, Arnaldo Ederle ne disegna una metafora vitale e primitiva nel poemetto Parallelepipedi, i camion con le “facce trasparenti e fiere” sono “senza peccato” e con la loro forza e mobile-immobilità sono come bimbi “cresciuti a dismisura”, violenti e discoli, ma coccolati dalla madre, in gesti senza consapevolezza. I guidatori diventano  badanti stanchi (“Ma quando scendono, i badanti / sono liberi d’infilarsi una pompa / di vetro in bocca e inghiottirla tutta / la loro grande birra e magari / scoparsi una scopa o una fanciulla / (…) / le gambe fiacche vacillano e fra poco / devono ridare alle grosse gomme / dei loro bimbi l’ebbrezza la gioia / della corsa sulle doppie strade”. Il segreto è nella nostra natura, nel primitivismo e cecità in cui si vive, oppure si sceglie (quando è possibile!) di gioire della pace e della bellezza: la “promessa del cielo della terra”, una “verità inflessibile: la nostra vita”. Anche il poeta ha dubitato, cercando un altro sé “il mio secondo/per sostituirmi per darmi/un aspetto più solido” e confrontandosi alle paure della fine: ma “C’è ancora tempo”: “Quando si gioca nella baracca dell’aria / non si spreca la scienza né la serietà / del buon senso, nemmeno un solo pensiero / viene speso nei grandi dubbi nei  / respiri sospesi dei massimi timori.” Quindi il suo mondo consiste di creazione, immaginazione e scrittura “Ah, pensieri nostri pensieri”, e personaggi con la “loro importanza nella mia vita” e il “loro amore per me/che non conoscono e che io non conosco”. “Il mio pensiero”: “Oh, amore mio, mio caro mucchio di sillabe / mio estroso alfabeto mia unica speranza / mio petroso morbido colorato grigio / mucchio di sillabe, sì ti amo / e non smetterò di amarti finché il sole  / e la poggia non cesseranno di popolare  / il mondo come migliaia di infiniti / esseri grigi e variopinti, finché / questi fratelli naturali / non sceglieranno di cambiare pianeta.”

Cristiana Fischer

Poliscritture.it

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