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GLI ‘ULTIMI’ DI FABIO GRIMALDI

GLI ‘ULTIMI’ DI FABIO GRIMALDI

Fabio Grimaldi trascrive in versi l’esodo tragico dei migranti, fenomeno massivo negli ultimi anni, utilizzando ora versi narrativi ora lirici dalla forte figurazione e dall’intensa espressività. Gazzella (LietoColle) inizia in medias res, con un luogo di guerra e con un vecchio padre che spinge il figlio a fuggire; sicchè si succedono pagine di adii, di viaggi, di attese disumane. In questi step narrativi l’autore ha cura di cristallizzare il sentimento di precarietà dei profughi per l’abbandono degli affetti («Basta un … album… a lenire la nostalgia?») e per le incertezze del futuro («Dover andare… sarà come un migrare di rondini»). Fabio Grimaldi, con realismo struggente, raggruma immagini del deserto attraversato (in un’accezione sia reale sia metaforica), che segnano indelebilmente il migrante: «Il deserto beve/il corpo e la mente/di ogni essere vivente», esperienze che anestetizzano finanche il dolore. Poi continua a dar conto di sevizie durante il viaggio, di inganni, di privazioni, con la morte sempre al fianco degli sfortunati. Angosciosi sono i versi riferiti ai camion dal «Trasporto di animali (ancora) vivi», ai barconi della speranza, ai salvagente insufficienti, alle barche capovolte, alla morte nera e silenziosa: «Il tempo è un’ombra allucinata/interrotto da un silenzio di marmo»; «Il mare è una bara». Poi, quando il poeta porge l’attenzione su quelli che giungono nel supposto eldorado, registra che l’inferno continua tra identificazione, centri di accoglienza, indifferenza («Rigettati in nuovi deserti»); e poi ancora fughe, corse senza più una meta nonostante siano uomini «Avidi di futuro» e con un «estremo attaccamento alla vita», sentimenti che infondono motivazione a camminare, sudare, annaspare, sperare. Un dramma svolto sotto gli occhi degli uomini opulenti, spesso incapaci di rispondere efficacemente ad un esodo biblico. Fabio Grimaldi racconta così un film per inchiodarci alla nostra umanità e spingerci ad assolvere all’obbligo di solidarietà in quanto uomini, sgombrando i pregiudizi che spesso annichiliscono le volontà. Una poesia engagée questa, la cui parte prosastica non è meno coinvolgente di quella lirica perché il contenuto è così raccapricciante che tocca in modo indelebile il lettore che si troverà in mano questo “libriccino da collezione”. Il titolo della silloge, infine, è dato da una canzone rap scritta da una vittima rinchiusa nella stiva di un peschereccio soffocata dai gas di scarico mentre attraversava il Canale di Sicilia, il giorno di ferragosto del 2015. Con Gazzella Fabio Grimaldi chiude in maniera sorprendente un’ideale trilogia degli ultimi, dopo “Via Dolorosa via Gloriosa. XXIV Segni sulla passione di Gesù” e “Mi chiamo Barbone”. Una prova importante oltre che per il tema trattato anche per il genere scelto, da rendere la poesia ancora uno strumento ardente nel rappresentare i sentimenti e i valori che potrebbero salvare l’uomo già catturato dal suo egoismo.

Cosimo Rodia

“inondazioni.it”

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