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I PICCOLI DETTAGLI DI LUCIANO ERBA

I PICCOLI DETTAGLI DI LUCIANO ERBA

Luciano Erba appartiene a quella “linea lombarda” che Anceschi nell’omonima antologia del 1952  identificava nell’esperienza letteraria legata al mondo della borghesia lombarda e della civiltà industriale, in cui sono calati i poeti del così detto “Lake District” Como-Varese-Luino. Si tratta di un humus culturale profondamente segnata da una vena realistica e pratica, variamente articolata e risolta in termini ironico-fantastici tali da tradurre, in poesia, la messa a fuoco oggettiva in allusione e in ragguaglio marginale e distratto. Dentro la “linea lombarda” di cui occupa il versante a destra (“conservatore illuminato” lo definisce Raboni, “petit bourgeois” si definisce da solo), Erba si individua, in una sostanziale continuazione della tradizione poetica della generazione precedente, come l’esponente letterariamente più raffinato e più vicino alla concezione montaliana dello scrittore “dilettante di gran classe”. Del tutto estraneo a qualsiasi militanza e raramente incline alla scrittura, Luciano Erba nella sua produzione (Poesie 1951-2001, Mondadori) dà con il suo humour sottile e intermittente consistenza materiale al vuoto e all’assenza, traduce l’ineffabilità in stile oggettivo: nello scenario prevalente di una Milano che si rispecchia nelle immagini al confronto tra il presente e il passato, i suoi personaggi, la cui vita appare dileguarsi nel nulla, in dissolvenza dinanzi ai nostri occhi, lasciano comunque traccia di sé in nomi (la Grande Jeanne, la Nene, Mercedes, la Lenormant…), oggetti (la trapunta, un binario, una pentola smaltata di blu, una bottiglia…), capi di vestiario (una cravatta, la mantellina, un nastro, la camicetta, un sari verde, il cappello, un guanto viola…). E sempre di più, nel prosieguo della sua esperienza, i piccoli dettagli affioranti dalle nebbie dell’esistenza costituiscono il reticolo sorprendente e salvifico che trattiene per qualche attimo almeno la presenza della vita individuale alla deriva nel gran mare dell’essere, in un riverbero metafisico inedito. Nella poesia di Luciano Erba, che è sempre regolata su un ordine metrico rigoroso anche se dissimulato, l’andamento discorsivo, lasciato al suo continuum, si impenna a tratti in elevazioni di tono: il ritmo giambico si capovolge ai cardini del discorso, coincidendo con la condizione di deriva della memoria e mutando in dattilico nei richiami improvvisamente riflessivi e fulminanti. I tratti linguistici sono lasciati a una libera giustapposizione, in cui potrebbero essere rimescolati in una serie di posizioni come le tessere di un mosaico, sottratti anche in generale, e soprattutto nelle poesie più recenti, alla funzione organizzativa dei segni di interpunzione.

Paolo Ruffilli

Poesia italiana, il Novecento, Garzanti

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