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PER VALENTINO ZEICHEN

RICORDANDO VALENTINO ZEICHEN

“Le poesie più belle (Fazi Editore)

Grande merito di Elido Fazi, per ricordare uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valentino Zeichen, è la pubblicazione del volume “Le poesie più belle”, a un anno dalla scomparsa dell’autore. Una significativa scelta della produzione più che quarantennale del più originale e geniale scrittore di versi del secondo Novecento, un’antologia che spazia attraverso la vasta serie di temi e modi, lirici e antilirici, coinvolti e distaccati, della testa e del cuore.
Definito da Alberto Moravia «un Marziale contemporaneo», da Elio Pagliarani «un Gozzano dopo la Scuola di Francoforte», da Giulio Ferroni «un libertino minimale settecentesco» e da Valerio Magrelli “un poeta dandy e paradossale,” Valentino Zeichen è stato un rarissimo caso in cui l’uomo era in perfetta coerenza con il poeta. Nella sua baracca dietro piazza del Popolo in assoluta e spartana semplicità, Valentino è vissuto nello «sdegnoso rifiuto di un qualsivoglia lavoro e con violenti attacchi alla civiltà dei consumi,” come ha scritto Magrelli.
Mi legava a lui un’amicizia cementata, oltre che dalla comune passione per la poesia, dalla condivisa condizione di appartenenza esistenziale a quella che avevamo definito insieme “borghesia anarchica”. Perché ci siamo sempre considerati due “borghesi anarchici”, sulla scia del protagonista del “Lupo della steppa” di Hermann Hesse, Harry Haller, dalla personalità scissa tra il senso dell’inarrestabile precipitare della vita e l’apparente conforto della solidità borghese, tra l’irrinunciabile senso estetico riconducibile all’ordine e la violenta esperienza del disordine in cui matura la creatività, e in costante difficile equilibrio tra due nature, quella spirituale dell’uomo spietatamente lucido e teso al bene, e quella istintiva, quasi feroce, appunto del “lupo”. È la chiave, questa, con cui va letta e interpretata tutta la sua produzione e non solo quella in versi, da “Ricreazione” (1979), a “Museo interiore” (1987), a “Casa di rieducazione” (2011), ma anche quella in prosa, come i romanzi “Tana per tutti” (1983) e “La sumera” (2015).
Un libro per molti aspetti rappresentativo della particolare avventura letteraria di Zeichen, percorsa sempre da una sotterranea vena etica, è la “Metafisica tascabile”, uscito nel 1997. Un’avventura che, pur trasferendo sempre tutto in prospettiva universale, assorbe e digerisce la dimensione autobiografica di una vita segnata da eventi tutt’altro che normali, a partire dalla nascita di data incerta in terra istriana e dall’esodo in conseguenza dell’annessione di Fiume alla Jugoslavia prima a Parma e poi definitivamente a Roma. La riflessione sulla bellezza e sul tempo sterminatore è tra le cose che di lui preferisco, soprattutto in quel libro straordinario che è “Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio” pubblicato nel 2000.

Paolo Ruffilli

 

 

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Commenti 2

  1. Una perla la pubblicazione, un ricordo profondo e significativo l’articolo, un dovuto riconoscimento a Valentino Zeichen, Poeta vissuto all’insegna di una sua straordinaria coerenza. Auspico una giusta accoglienza e una vasta diffusione.

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